Celebriamo oggi la festa dell'Ascensione. E' dal 1977 che in Italia questa festa è celebrata di domenica e non più 40 giorni esatti dopo la Pasqua, e quindi giovedì 14 maggio. In questo giorno ricordiamo pure san Mattia apostolo. Mentre il 13 maggio ricordiamo la Madonna venerata in maniera particolare a Fatima, celebre santuario mariano in Portogallo.
La prima lettura (Atti 1, 3-11) dice chiaramente che Gesù ha lasciato i suoi dopo quaranta giorni di apparizioni seguite alla sua Pasqua. Il tempo proposto (40 giorni) si riferisce per san Luca alla Pentecoste (che arriva 50 giorni dopo la Pasqua). Il significato è chiaro: con l'ascensione Gesù pone fine alla sua manifestazione sulla terra. Andando in cielo, il Signore potrà mandarci il Paràclito, che ormai lo sostituirà presso i suoi discepoli.
Ascensione vuol dire salita. Si tratta di andare in alto, staccandosi dalla terra, dove l'umanità ha la sua dimora. Nella Bibbia, seguendo anche una concezione universale, il cielo è la dimora della divinità. Per gli uomini il tragitto terra-cielo è impossibile. Salire al cielo per noi è una pretesa insensata, come la storia della torre di Babele ci racconta (Genesi 11, 1-9).
Solo le preghiere salgono al cielo, come quelle di Tobia (Tobia 12, 12), o come quelle del centurione romano Cornelio (Atti 10, 4).
Spesso Dio scende sui monti dove dà appuntamento a degli uomini, come a Mosè che sale sul monte Sinai (Esodo 19, 20).
Maometto, nel Corano, si vanta di essere salito al cielo, partendo in groppa a un cavallo alato e dal volto di donna, dalla Mecca fino a Gerusalemme (Corano, sura 17, 1; 53, 1-15; 81, 19-25). Da lì sarebbe volato, attraverso otto cieli, fino al trono di Dio, per ricevere il Corano. Tutte fantasie: il cavallo alato e dal volto di donna ne è la prova!
Nella prima lettura odierna abbiamo il racconto dell'Ascensione secondo gli Atti, libro scritto da san Luca (Atti 1, 1-11). Questo racconto, a differenza di quello del terzo Vangelo (Luca 24, 50-53) che ha un andamento liturgico, ha un andamento cosmico, perché proietta gli Apostoli verso la Missione universale, con l'assistenza dello Spirito Santo-Paràclito, inviato da Gesù (Giovanni 14, 26).
Leggiamo ora il Vangelo di oggi (Matteo 28, 16-20). Secondo Matteo, la partenza di Gesù, con l'Ascensione, non è una separazione, né un allontanamento, ma una presenza più intensa, seppur di ordine spirituale. Gesù, tutti i Vangeli lo riconoscono, è nella pienezza della condizione divina. Gli Apostoli ne sono convinti. Si recano allora in Galilea, perché il Signore aveva detto loro che li avrebbe aspettati sul monte. Ma quale monte? Il testo greco parla di monte con l'articolo determinativo: cioè si tratta di una montagna particolare, che gli Apostoli conoscevano bene. Non può essere che il monte delle “Beatitudini”. San Matteo dice infatti che: “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte... Si mise a parlare e insegnava” (Matteo 5, 1-2).
Quando Gesù appare, alcuni degli Apostoli ebbero dei dubbi. Non dubitavano del Signore, perché si erano prostrati per adorarlo (Matteo 28, 17). Ma dubitavano di se stessi. Avevano visto Gesù passare per la Pasqua, e cioè per la passione e la morte infame sulla croce. Dubitavano quindi di essere capaci di imitare il Signore, per essere degni di avvicinarsi a Dio.
“A me è stato dato ogni potere – ha detto il Cristo agli Apostoli – in cielo e sulla terra” (Matteo 28, 18). Ma questo potere divino il Signore non lo impone, affinché il Cristo venga servito come un re. Basta ricordarsi di quello che Egli ha fatto, durante l'ultima cena. Prese un telo, se lo cinse ai fianchi e poi, con una bacinella piena d'acqua, si mise a lavare i piedi dei suoi Apostoli e ad asciugarli con lo stesso telo di cui era cinto. “Capite quello che ho fatto per voi? - ha detto Gesù e aggiunse – Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Giovanni 13, 12-14).
E' solo in questo modo che si può imitare Gesù: mettendosi al servizio del prossimo.
Poi Gesù dà un ordine ai suoi Apostoli: “Andate dunque e di tutte le nazioni fate dei discepoli” (Matteo 28, 19).
Le nazioni sono i pagani (= i non Ebrei). Anche loro sono chiamati ad essere battezzati “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo ibidem). Il nome indica la realtà più profonda di una persona. “Battezzare nel nome di...”, significa far fare l'esperienza del Dio Trinità, quello rivelato da Gesù.
Si battezza con acqua, che è segno del sacramento. L'acqua richiama il passaggio del mar Rosso (Esodo 14, 15-31) e soprattutto la vocazione degli Apostoli sulle rive del lago di Galilea, perché diventassero “pescatori di uomini” (Marco 1, 17), cioè capaci di tirar fuori gli uomini dall'acqua, perché non muoiano, e perché vivano in una maniera nuova, secondo lo spirito delle Beatitudini, con l'assistenza dello Spirito Santo, il Paràclito, che Gesù ci invia, una volta partito verso il Padre (Giovanni 14, 16).
San Daniele Comboni (1831-1881) ha obbedito al comando del Signore. E' partito per l'Africa Centrale, perché là viveva un popolo che “si trovava ancora nelle tenebre e nell'ombra della morte, senza pastore, senza Apostoli, senza Chiesa e senza fede”. Per questo ha inviato una lettera, nel giugno del 1870, a tutti i Padri Conciliari, convenuti a Roma, attorno al Papa Pio IX, per il Concilio Vaticano I, per invitarli ad aiutarlo nell'evangelizzazione della Nigrizia.
Tonino Falaguasta Nyabenda
Missionario Comboniano
Vicolo Pozzo 1
37129 V E R O N A


