Come si diceva un tempo, numero diretto della SS. Trinita.
Ho già avuto modo di parlare di suor Enza Stoppele a causa della sua disaventura con una poco simpatica, molto maleducata e cattiva vipera del Gabon, ma penso che sia anche bello parlare della sua ricca e bella esperienza di vita missionaria.
Sr. Enza raccontami qualcosa della tua infanzia e della tua famiglia.
È ovvio che non posso ricordare molto della mia infanzia, ti racconto quello che ho saputo dai miei genitori. Mio papà si chiamava Giuseppe Zaverio Stoppele e la mamma Luigia Gaiga, che da buoni cristiani si erano sposati nel 1939 e abitavano in una frazione di Tregnago (VR). Un’anno dopo il matrimonio nasceva Gilda, la primogenita. Non so per quale ragione ma la famiglia si trasferì a Couron Venosta (BZ). Nel 1943 nacque mio fratello Ottorino. Ritornarono poi a Tregnago e nel 1946 sono nata io. A due anni andavo all’asilo dalle suore Orsoline, accompagnata da mio fratello che era all’ultimo anno di questa prima piacevole tappa.
E per la seconda tappa come è andata?
La seconda tappa arrivò per me nel 1952 quando ho iniziato la scuola elementare che si trovava giusto a quaranta passi da casa. Avevo la brava maestra Adele Dal Maistro che veniva ogni giorno da Verona a Tregnago. Ci chiamava :” I miei folletti” perché eravamo una classe mista con l’argento vivo nel sangue, e ci accompagnò fino alla quinta. Fu il periodo in cui mio padre andò in Francia per lavoro.
Gilda, accettata dalle suore Orsoline, ebbe la possibilità di continuare con la scuola media. Io e mio fratello non potemmo continuare con le medie. Trovai il primo lavoro per aiutare in un negozio di “frutta e verdura” e per portare il latte nelle famiglie. A quattordici anni scelsi un altro lavoro, in un primo tempo come apprendista, poi come operaia, in una fabbrica di scarpe a Verona e ci rimasi fino a ventun anni.
Cosa ti ha scardinato dai tuoi programmi di vita?
Frequentavo la chiesa come catechista, facevo parte del coro della parrocchia e nel gruppo teatrale, mi ero anche iscritta al terz’ordine francescano, ma non mi era mai passata per la mente l’idea di farmi suora. Amavo la montagna e tutto quello che una ragazza potesse desiderare. Con il tempo incontrai anche un “principe azzurro” e sognavo una famiglia con tanti figli. Ma ecco che un giorno il Signore mi ha chiamato al telefono usando una foto e un libro. Lui sa usare modi originali per “telefonare”.
Che tipo di “telefonata” era ?
Ci fu un grosso acquazzone e la cantina della nostra casa venne allagata. Mentre cercavo di asciugare le cose ho trovato una piccola foto che ritraeva un gruppo di bambini, forse latino americani, con scritto sul retro:”I nostri orfanelli”. Avevo il cuore in subbuglio e mi domandavo: “perché? Chi sono? Senza mamma?...” In quei giorni in parrocchia c’erano le “missioni” e come di consuetudine il parroco aveva invitato un missionario per predicare. Dopo la predica il padre era alla porta della chiesa con un tavolo colmo di libri, mentre passavo mi interpellò invitandomi ad acquistare un libro. Gli dissi che non avevo soldi. Generosamente me ne diede uno dicendo: “Prenda questo gratuitamente”. Si trattava della vita di Fratel Giosué dei Cas, il lebbroso di Kormolan. Questo libro mi mise ancor più in agitazione. Sempre quel giorno avevo in programma un’ incontro con la resposabile locale del terz’ordine francescano. Sentivo che il Signore mi chiamava ad essere laica missionaria e pensavo di esserlo nel terz’ordine francescano. Andai a chiedere aiuto e chiarimenti al mio confessore, che mi disse “Stai attenta che non sia un fuoco di paglia”.
Ho l’impressione che il fuoco c’era ma la paglia no, c’era qualcosa di più duraturo…
Innanzi tutto dovevo essere pienamente libera per cui ho lasciato il mio ragazzo e ne ho parlato in famiglia. Tutti erano meravigliati per questo improvviso cambiamento. Ritornai à confrontarmi con il mio confessore, che mi disse di andare a incontrare le Suore Comboniane a Verona. Lasciai ancora “maturare le nespole” poi mi decisi. Quando giunsi in Casa madre dalle comboniane dissi a suor Gioachina (allora incaricata dell’orientamento vocazionale delle giovani) senza tanti preamboli : “Se una ragazza vuole farsi missionaria cosa deve fare?...” Dopo avermi pazientemente ascoltata mi disse di pregare, pregare molto e chiedere luce al Signore. Mi invitò a una tre giorni di ritiro a Desenzano. Ritornando a casa convinta e decisa, ho comunicato alla famiglia che mi sarei fatta suora missionaria. Nessuno era d’accordo. Mio papà era ricoverato in ospedale per una frattura del femore. Mi sono licenziata dal lavoro, conservando i soldi per consegnarli in convento visto che non avevo la possibilità di portare quanto era richiesto per entrare. Sono entrata il 3 ottobre 1967 a 21anni e mezzo per inniziare il postulato prima tappa del cammino formativo e anche per fare le medie. Nel aprile del “68 morì mio papà,… ho assistito alla sua partenza per il Cielo dove senza dubbio ci aiutò, perché da quel giorno la pace ritornò in famiglia e la mia scelta venne accettata da tutti. Poi andai in noviziato e feci la Prima Professione religiosa nel 1970. Sento che il Signore mi ha immersa nella Sua Misericordia e mi ha manifestato il suo Amore. Fino ad oggi non ho mai avuto un minimo dubbio sulla vocazione che mi ha donato e sulle sue “telefonate”. Non è stata una mia scelta ma una risposta a Lui che è sempre fedele alle sue chiamate.
Cosa ti ha riservato la tua preparazione alla Missione?
Tra postulato, noviziato e formazione ho trascorso dieci anni, prima che i miei piedi toccassero il suolo africano arrivando in Zaire nel giugno del 1977. Per prepararmi al lavoro in missione avevo studiato per essere infermiera e ostetrica. In Zaire inoltre era necessario il corso di “malattie tropicali”. Lo frequentai a Kinshasa, e ottenni il certificato di “art de guerir” (arte di guarire). Ottenuta questa carta indispensabile, la nostra superiora Provinciale mi ha assegnato alla missione di Ngilima, a circa duecento e cinquanta chilometri a nord d’Isiro, prossima alla frontiera con il Sud Sudan.
Così fosti inviata al nord del Paese per iniziare il tuo servizio missionario?
Con altre consorelle nel 1978 siamo partite da Isiro per raggiungere Ngilima con una giornata di viaggio e siamo arrivate a destinazione alle ventitre della notte. Passando per i villaggi ero commossa dal panorama che mi sembrava da presepio: piccole luci sparpagliate, persone attorno al fuoco… A Ngilima il mio compito fu occuparmi della maternità, piuttosto povera, che all’inizio consisteva in una stanza senza porta che serviva sia da sala parto che da sala d’attesa e da degenza per le mamme che avevano partorito. Per evitare gli sguardi di curiosi e soprattutto dei bambini, trascinavo un vecchio armadio che faceva funzione di porta per una certa privacy. Non avevo strumenti, non avevo niente per esercitare la mia professione di ostetrica. Per suturare utilizzavo filo da ricamo e gli aghi da cucito. Per fortuna avevo le mani che il Signore mi aveva dato per aiutare le mamme a partorire. Mi impegnavo come potevo e in quella povertà ero felice. Devo ringraziare il Signore che mi ha permesso di lavorare senza che nessuna mamma avesse infezioni. Quando usavo l’ago dicevo alla mamma: “Pensa al bambino e alla gioia che ti porta”, cucendo con attenzione e destrezza.
Immagino che le difficoltà erano tante…
Il Signore nel suo Amore mi veniva incontro aiutandomi con generosità. Eccone degli esempi. In un periodo difficile avevo dei bambini denutriti e neanche un barattolino di latte in polvere. Pregai il Signore dicendogli: “Non so cosa fare. Aiutami, pensaci Tu”. Ecco che arrivano da Dungu di passaggio i padri della Consolata di Bangadi che rientravano nella loro missione. Mi consegnarono un pacco trovato in Procura con la scritta “Per suor Enza – Ngilima”. Conteneva latte in polvere per i neonati. Erano salvi. Potete solo immaginare la mia gioia Non seppi mai da dove venisse, ne chi l’aveva spedito.
Una mamma era arrivata alla maternità con una grossa emorragia. Non sapevo cosa fare. Portarla a Dungu a cinquanta chilometri con strade dissestate, significava che sarebbe morta per strada. Sono andata in chiesa e ho detto al Signore: “Se lasci che questa donna muoia, io me ne vado”. Al mattino presto delle persone della famiglia della povera donna, affannate e spaurite vennero a chiamarmi. Ho avuto paura e pensavo al peggio. Corro alla maternità e vedo che in una bacinella accanto al letto della donna, c’era un grosso miofibroma peducolato uscito spontaneamente dal utero. L’emorragia era terminata. Al bisogno Gesù sa far meglio di qualsiasi chirurgo. Si può parlare di miracolo? Ho sempre creduto di si.
Le superiore non sempre vi lasciano tranquille, pensando ad altre necessità, non è così?
Infatti nel 1983 venne il momento di partire e lasciare la missione di Ngilima. Per me fu una grande sofferenza, avevo le lacrime che scendevano copiose e sentivo il cuore lacerato. Amavo e amo la gente dono del Signore per me. Il motivo di fondo della decisione di farmi partire era quello di partecipare ad un’anno di spiritualità a Roma. Sapevo che anche questo sacrificio era in vista di dare il meglio per la nostra gente, per la missione a cui il Signore mi aveva chiamato.
Ritornai in missione nel 1984 e fui inviata nella missione di Pawa incaricata della maternità e con il progetto di dare inizio a una scuola per infermieri. Era quello che la gente desiderava e di cui aveva bisogno. Ci sono rimasta sedici anni, aiutando le mamme a far nascere i loro piccoli e preparando gli infermieri. Cercavo aiuti per sostenere e inviare alcuni di loro in modo che potessero continuare gli studi medici all’università di Kisangani. Nel 2000 proprio mentre preparavo gli esami mi sono procurata una frattura ad un piede. Andai a Isiro per fare una radiografia e rientrare a Pawa per ingessare il piede, tutto è andato bene, anche se il piede è rimasto storto. In quel periodo c’era la guerra, ma questo non mi ha impedito di continuare il mio servizio fino al 2001 quando abbiamo consegnato la casa e i nostri impegni alle “Piccole sorelle dell’Evangelizzazione”, religiose locali. Mentre la scuola di infermieri abbiamo data a degli infermieri, ex-allievi ben formati e capaci di gestirla. Fui inviata per due anni nella cittadina di Mungbere per collaborare nel ospedale fondato e gestito dai comboniani, a cui sono seguiti altri due anni di servizio ospedaliero a Isiro.
So anche che sei stata un periodo in Italia come succede a tutte e tutti i missionari…
E’ così e anche per me venne un altro doloroso distacco con il richiamo in Italia. A dir il vero ero rientrata per un breve periodo di vacanza, e come capita sono stata addocchiata dalle superiore, che tenendo in conto i bisogni della nostra provincia di origine, mi chiesero di dare un’aiuto per l’assistenza delle nostre consorelle ammalate. Mi avevano promesso che sarei rimasta due o tre anni e poi sarei ripartita per la missione, ne rimasi sei e furono anni stupendi. Ringrazio il Signore per questa bella e ricca esperienza accanto a consorelle che hanno dato tutta la vita per annunciare l’Amore di Dio Padre in giro per il mondo.
Il tempo vola e infine eccomi di ritorno in missione. Mi sono ritrovata di nuovo in Congo (RDC) nella città di Kisangani. Il Signore mi dava un nuovo servizio speciale incaricandomi di prendermi cura di ammalati di lebbra, tubercolosi e di aids. Ancora al giorno d’oggi sono chiamata ad essere accanto ai malati di aids e degli orfani dei pazienti deceduti. Sono stata spesso io stessa confrontata con la morte, ma il Signore mi ha sempre dato la possibilità di continuare a testimoniare il suo amore per la nostra gente.
I talenti che ho ricevuto dal Signore hanno portato frutti e se dovessi esprimermi su tutte le grazie e sui grandi doni che mi ha fatto non finirei più di parlare… certo ho ricevuto da Lui moltissimo, cercando di ridonarlo a mia volta. Dio Padre nella sua misericordia particolare per me mi ha amato di un’amore straordinario. Dopo questo periodo di vacanze spero di ritornare ancora in missione almeno per un’altra volta.


