Nato nel 1941 a Bagolino in provincia di Brescia, un paese con molte vocazioni di suore, fratelli e padri comboniani, venne ordinato al suo paese dall’allora vescovo di Brescia, Mons. Morstabilini, l’8 luglio del 1967.
Dopo l’ordinazione, fu per due anni formatore del seminario minore di Brescia e nel luglio del 1970 partì per il Burundi. Non erano anni facili per quel paese perché, dopo l’indipendenza dal Belgio del 1962, era entrato in un lungo periodo di instabilità provocata dalle frequenti dispute di potere tra le principali etnie. Questo rendeva particolarmente difficile e pericoloso anche il lavoro missionario perché lo stare con la gente richiedeva spesso ai missionari di esporsi in difesa della popolazione. Stefano parlava così di quegli anni: “Ricordo la missione di Mabay che era in montagna e mi ricordava il mio paese. Visitavo le comunità cristiane. Si partiva con lo zaino in spalla e si rimaneva tre o quattro giorni in una missione e poi si ritornava al centro. A volte passavo la frontiera e visitavo anche una missione confinante in Rwanda, dove si parlava la stessa lingua, il kirundi, che parlavamo dalla parte di qua”. Ma, proprio a causa delle critiche che alcuni esprimevano contro il governo, nel 1977 tutti i comboniani furono espulsi dal paese. Tra gli espulsi c’era anche lui.
Ritornò quindi in Italia, triste e deluso, e andò a Brescia, dove per due anni fece il promotore vocazionale e l’animatore missionario, passando poi a Trento, con gli stessi compiti. Dopo questo periodo di disintossicazione e di cura dal trauma dell’espulsione, nel 1983 partì per il Ciad.
Nel Ciad i comboniani c’erano da poco. Era stato il Capitolo Generale del 1975 a suggerire l’espansione dell’Istituto anche verso il Ciad perché lo ritenevano un’alternativa missionaria interessante per rispondere ai venti contrari che soffiavano da vari paesi, come il Burundi, appunto, ma anche l’Uganda e altri paesi do poco usciti dal controllo coloniale europeo e che spesso non vedevano di buon occhio la presenza del bianco europeo dal quale cercavano di liberarsi.
Proprio nell’anno dell’espulsione dal Burundi, nel 1977, erano arrivati in Ciad, nel sud del paese, alcuni comboniani, seguiti da alcune suore, pure comboniane. Il Ciad è un paese grande 4 volte l’Italia, oggi ha quasi 17 milioni di abitanti ma in quegli anni ne aveva la metà, circa 200 diversi gruppi etnici e linguistici, metà cristiani (tra cattolici e protestanti) e metà musulmani. Stefano vi arrivò nel 1983. Tempi difficili perché nel paese imperversavano la carestia da una parte e frequentissimi conflitti etnici dall’altra. Alcuni missionari condannavano i massacri che avvenivano nella più assoluta indifferenza mondiale e per questo vivevano minacciati di espulsione anche lì, tanto che alcune suore se ne erano andate di iniziativa propria per non riuscire a reggere la pressione di quel periodo. Ma fu così che invece la missione si consolidò.
Fino al 1989 le missioni del Ciad dipendevano dal Centrafrica, paese confinante. Solo nel 1990 divenne delegazione, quindi con vita e organizzazione proprie, e Stefano, che era là da 6 anni, ne fu il primo delegato, scelto dai confratelli per coordinare le attività delle varie missioni.
Terminato il servizio di delegato, andò a Roma per un periodo sabbatico e ne approfittò per frequentare dei corsi di specializzazione alla Pontificia Università Salesiana. Era interessato ai temi della catechesi, della pastorale e del rinnovamento liturgico.
Da Roma passò a Venegono e per 5 anni fu un po’ formatore e un po’ animatore missionario. Anche quel periodo fu per lui significativo. Lasciò amici che mantennero contatti con lui per il resto della vita.
Ritornò in Ciad nel 2003 e vi rimase per altri 16 anni, impegnato in parrocchie e centri di formazione a Doba, Moissala, Donomanga e Sarh, sempre nel sud del paese. Cosa faceva? Il parroco, ma con il suo stile e la sua sensibilità. Lo si capisce anche da questo piccolo racconto suo di quegli anni: “Ogni domenica pomeriggio mi reco in una prigione per celebrare la messa a un gruppo di persone. È domenica 7 maggio – non dice di che anno – e leggo il vangelo di Gesù Buon Pastore, pastore del suo ovile. Durante l’omelia spiego che la prigione è come l’ovile del vangelo; con Gesù ci sono pecore giovani, alcune con i loro piccoli, alcune forse ammalate, altre anziane. E poi capretti e agnelli, adolescenti forti, più o meno obbedienti. Gesù conosce ciascuno personalmente, medica e fa riposare chi è stanco; a volte è in testa al gruppo, altre in coda per indirizzare e incoraggiare… il suo bastone è segno di protezione. I miei prigionieri dell’ovile mi guardano, sorridono, fanno cenni col capo, ma ci sono anche quelli seri e tristi. Aggiungo allora: Proprio perché siete qui, Dio vi è più vicino e vi ama maggiormente. Chi è fuori, forse non ha bisogno di altrettanta tenerezza e amore. Cantano come fossero in una chiesa, battono mani e tamburi, per me è una gioia osservarli”.
Ecco, p. Stefano interpretava così la sua vita missionaria. Stava con la gente, sentiva il dolore di chi soffriva e faceva sue le piccole conquiste che a volte si registrano anche nel mondo dei poveri. Vedere un po’ di vita fiorire in un posto come un carcere era già per lui motivo di gioia.
Nel 2019 rientrò in Italia, quando il suo corpo cominciava a richiedergli più attenzione. Passò un periodo a Brescia, poi a Milano e finalmente, nel 2023, a Castel d’Azzano, dove è deceduto il 9 giugno.
Come passioni aveva la lettura, lo studio, la preghiera… e la fotografia, stimolato certamente dai paesaggi straordinari dell’Africa centrale e dai colori sgargianti che esibiva la sua gente.
Noi l’abbiamo conosciuto nei suoi momenti più difficili e abbiamo fatto il possibile di aiutarlo a portare la croce pesante che negli ultimi anni il Signore gli aveva messo sulle spalle. L’ha portata con coraggio e serenità fino alla fine. Ora, finalmente, può riposare dalle sue fatiche. E lo farà al suo paese, Bagolino, e in quel piccolo santuario missionario che nel cimitero è la cappella riservata ai missionari.

