Nel ricordo di P. Lorenzo Farronato
Ringrazio il Signore che mi ha datola possibilità di incontrare e poi vivere in comunità con P. Paolo.
L’ho conosciuto dopo il servizio militare a un incontro GIM a Venegono. Era già stato da piccolo nella nostra scuola apostolica a Trento e nelle nostre case di formazione. Per il suo carattere libero e sempre alla ricerca dell’essenziale ha vissuto una giovinezza entrando e uscendo dai nostri seminari. Mi diceva però che l’ideale ho vissuto da bambino vive a 9 anni è rimasto radicato nel cuore.
A Trento P. Benedetti Elio, musicista e compositore di operette, era vicerettore. In una delle sue operette il piccolo Paolo aveva vissuto la parte di un ragazzino che in una crociata (se ben ricordo) era rimasto vittima, martire tutto dedito al bene della causa. Dico che ha vissuto il ruolo perché si è sentito profondamente coinvolto nella disponibilità di dare la vita per la causa che ora diventava l’essere missionario.
Nella vita concreta ha vissuto una certa tensione tra l’ideale della vocazione missionaria e il modo di viverla. Spesso si è trovato davanti a modi di vivere questa vocazione che non lo convincevano, con la conseguenza di crisi varie che lo portavano a uscire come insoddisfatto per poi rientrare in seminario perché attratto sempre dall’ideale fondamentale che non lo lasciava in pace.
Nello studio della teologia a Parigi si era innamorato della Bibbia e, da uomo di capacità intellettuali straordinarie, ha approfondito lo studio seguendo i professori che più lo soddisfacevano e andando alle fonti con lo studio della lingua greca ed ebraica. Aveva anche una grande sete di conoscenze scientifiche: l’astrologia, l’elettronica, il clima, l’agricoltura e la psicologia e si immedesimava alle sofferenze dei più poveri dal punto di vista materiale e morale.
Con un cammino pieno di alti ideali è arrivato al sacerdozio e alla partenza per la missione. Così ci siamo incontrati di nuovo in missione. In missione aveva assunto il comando del Signore che lo mandava senza bisaccia fidandosi di chi l’avrebbe accolto. Ha preferito abitare la capanna povera mettendosi al livello delle persone che doveva evangelizzare; le nostre case e comunità ben organizzate sembravano isolare dalla realtà che dovevamo evangelizzare.
Come era successo per Gesù il suo atteggiamento è stato, per alcuni, di scandalo. Andava all’essenziale, alla ricerca della pecorella perduta e vedeva il rischio che la struttura rischiava di far scivolare dallo stato di donazione a quello di funzionario. Naturalmente qualche superiore non era d’accordo con il suo modo di essere missionario e avrebbe voluto che dopo le vacanze non tornasse in missione. Mentre a più riprese lui stesso si metteva fuori ora si trovava messo fuori. Nella sua sofferenza venne incoraggiato a pazientare, rassicurato che i superiori avrebbero riconsiderato il suo caso e avrebbero appoggiato il suo modo d fare la missione. Nel frattempo si era impegnato a insegnare a dei giovani volonterosi e un po’ dispersi l’elettronica. La sua scuola, alla Don Milani, ha formato molti giovani dal punto di vista tecnico. Oggi a Dungu, a Kinshasa, a Isiro, a Rungu e a Mungbere il servizio di questi giovani si mostra molto utile sia in città che per le opere della missione compreso l’ospedale. A Dungu, Kino, l’allievo forse il meglio formato dal punto di vista tecnico, lavorò per Avion Sans Frontière.
P. Paolo usava ripetere che al giudizio universale il Signore ci dirà: “ Avevo fame …. Non chiederà se sei andato sempre a messa la domenica”. Così lui personalmente era tutto carità e soffriva molto nel vedere la gente danzare e lodare il Signore nella liturgia e dimenticarlo nel povero. Temeva che la celebrazione domenicale diventasse gesto ipocrita.
Aveva persino comperato un asino nella speranza di aiutare la gente a capire che non è la donna che deve fare l’asino ma che spetta all’asino portare i pesi venendo dai campi. Uno dei casi particolari della carità di P. Paolo è stato Gionata. Un giorno un ragazzino tutto una piaga, morente di fame è caduto svenuto davanti la nostra missione di Rungu. P. Paolo, con la comunità solidale, si è preso cura di lui. Il piccolo di forse 12 anni è stato portato all’ospedale. Era talmente debole che non sapeva bene da dove veniva e neppure il suo nome. P. Paolo l’ha assunto come un suo figlio e i ragazzi della scuola di P. Paolo l’hanno chiamato Gionata. Ha avuto tutte le cure necessarie, cibo e vestiti che l’hanno rimesso in buona salute. Cosa strana per un piccolo congolese Gionata non era circonciso, è stato circonciso ed è entrato nella normalità della vita. Gionata a causa della fame e della miseria in cui aveva vissuto i primi anni della sua vita è rimasto un minus habens (incapace). Gli amici scapestrati approfittavano di lui che poteva entrare da noi facilmente. Era diventato un vero ladro, ma sempre è stato perdonato e mai abbandonato. P. Paolo era, per lui, come il Padre del Figliol Prodigo e, partendo per le vacanze, si assicurava presso di noi di aver sempre cura di questo ragazzo, ciò che, nella comunità, si è sempre fatto. Mi ha impressionato notare che se uno de suoi allievi era ammalato lo metteva a riposare sul suo letto. Sappiamo come certi ragazzi a Rungu non fossero puliti eppure non aveva schifo di metterli a riposare e curarli sul suo letto. Quando io sono stato gravemente ammalato a Rungu mi sono reso conto che P. Paolo passava le notti nel mio ufficio per essermi vicino e lì non c’era il letto. Poi, siccome non riuscivo a mangiare nulla, Paolo stava vicino a me con pazienza finché riuscivo a prendere qualche cosa, così lentamente, grazie alla sua pazienza, ho ripreso a vivere. Non posso dimenticare quella sua carità così costante e paziente, nella quale non risparmiava sacrifici.
P. Paolo, con le sue capacità tecniche, si è dato con intelligenza e costanza al mantenimento in efficienza della turbina a Rungu, voleva rendere un buon servizio all’ospedale, alla missione, al seminario, alle scuole e alla popolazione.
Oltre la carità, la conoscenza scientifica e biblica ciò che distingueva P. Paolo era lo spirito libero. Un giorno, al ritorno delle vacanze mi disse: ora sono libero. Gli ho detto che è sempre stato uno spirito libero, ma lui ha ribattuto che ora era ancora più libero. Celebrava la messa volentieri dalle suore e all’ospedale, le sue omelie erano di una profondità spirituale che toccava il cuore dei partecipanti. C’erano, però, anche gli scandalizzati perché lui non si sentiva legato dalle rubriche. Diceva che quando si parla con una persona amata le parole partono dal cuore più che dal libro. Nelle lezioni sulla Bibbia impressionava i catechisti che rimanevano con la sete di ascoltarlo ancora.
Paolo parlava a tutti con libertà, e tutti sapevano che non avrebbe mai detto se non ciò che pensava e pensava giusto. Io personalmente facevo tesoro delle sue riflessioni e spesso, quando non ero più in comunità con lui citavo il suo pensiero al punto che alcuni non sapevano più se citavo P. Paolo o san Paolo.
I suoi ragazzi lo facevano spesso soffrire, facevano sparire anche attrezzi molto importanti in questi casi perdeva la pazienza e usava parole anche pesanti, ma riprendeva i contatti normali di carità e pazienza immediatamente.
Sembrava un uomo rude, ma aveva atteggiamenti di attenzione e finezza che mi impressionavano. Poteva esser un mazzo di fiori o un gesto umoristico che rallegrava il gruppo. La carità lo rendeva inventivo.
P. Paolo è un confratello che non potrò mai dimenticare!
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Uomo di Dio tra gli uomini.
Paolo nel Ricordo di Maddalena Piccardi, Volontaria del COE di Albino (Bergamo)
Ricordare P.Paolo è vedere un uomo proteso verso gli ultimi, i più poveri, i soli e i mal visti. Lui si sentiva padre per loro, e quando discutevo con lui non riuscivo a non condividere il suo pensiero. Non era un oratore, ma con il suo parlare semplice riusciva a trasmettere amore, sacrificio ma anche bisogno di libertà. Un giorno andai nella sua casa (che altro non era che una capanna) che condivideva con qualche ragazzo. Non stava bene. Mi meravigliai della sua povertà dignitosa. Mi colpì vedere la sua Bibbia che troneggiava su di un ripiano. Lui essendosene accorto mi disse: “E’ la mia pace, il mio Breviario”. Era di animo gentile e sensibile, sapeva leggerti nell’animo e ci azzeccava. P. Paolo era un uomo di Dio tra gli uomini. Tante volte alla sera, specialmente dopo che i Comboniani avevano lasciato Rungu, passava da me in cucina e io gli preparavo un pane con quello che in quel momento avevo disponibile, ringraziava e ripartiva per la sua capanna.
Dopo le brevi vacanze in Italia, abbiamo avuto l’occasione di fare un rientro in Congo in aereo, assieme. E’ stata un’avventura che ci ha lasciato stravolti. L’aereo volava da tempo in alta quota, se ricordo bene, sugli undicimila metri. Ad un certo momento iniziò bruscamente a cadere scendendo violentemente di quota. P. Paolo disse “ Stiamo precipitando”. Eravamo entrati in una seria turbolenza (Ndr. quello che impropriamente è detto “vuoto d’aria” vuoto che in realtà non esiste, meglio dire corrente d’aria in discesa). Ho messo il cuscino sulle ginocchia e ho abbassato la testa. P. Paolo non ha fatto in tempo ed è stato sbalzato verso l’alto sbattendo violentemente la testa, procurandosi una ferita e sanguinando abbondantemente. Preoccupata dissi “preghiamo”. L’aereo andò giù di brutto per momenti interminabili. Nell’aereo tutti urlavano. Le hostess, colte di sorpesa, erano cadute sedute sul pavimento. I bambini piangevano gridando. Forse si è trattato di pochi secondi, ma sembrava che la caduta fosse interminabile. Infine grazie a Dio ci siamo sentiti “ritirare su” con l’aereo che ritrovava il suo assetto, molti oggetti volavano per poi ricadere. Parecchie persone presentavano ferite ed escoriazioni sanguinanti, altre si abbracciavano per darsi coraggio. Le hostess incominciarono a medicare le ferite e aiutare le persone. Io ho rimediato il cosiddetto “colpo della strega”, cavandomela con un forte dolore cervicale e mal di testa. P. Paolo che sanguinava molto, si è medicato da solo, con le selviettine disinfettanti che gli porgevo. Tirando un sospiro di sollievo disse: “Consoliamoci, ci è andata bene”. Mi informò che l’aero era caduto di quattromila metri. Abbiamo ringraziato il Signore perché sapevamo di sentirci “graziati” da Lui.
Quante cose avrei da dire su Paolo, ma mi piace ricordarlo come missionario, sacerdote, un po' fuori dalle righe, capace di grandi cose, che viveva per amare e viveva dell’amore di Dio. Grazie per avermi permesso di rivivere esperienze che conservo gelosamente e che esprimo aprendo il cuore.
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Un dono d’amore di Dio per gli ultimi.
Paolo nel Ricordo di Simona Massari di Manduria (Ta) - Volontaria del COE
Quando sono arrivata per la prima volta a Rungu nel 2012, ero una giovane ventiquattrenne con la testa piena di sogni. Il più grande lo stavo realizzando proprio allora, svolgendo un anno di servizio civile all’estero. Ed è così che ho conosciuto P. Paolo. Le Père Polo, come lo chiamava la gente del posto, o semplicemente Paolo come l’ho sempre chiamato io insieme agli altri volontari del Coe con cui collaborava.
Un passo strascicato e un borbottio a mezza bocca annunciavano il suo arrivo alla casa comunitaria. Poi iniziava con i suoi racconti di vita accanto ai giovani. Paolo non faceva omelie ne pregava. Lui ti parlava con frasi criptiche che nascondevano tutta la cura e la dedizione che ci metteva nel portare avanti la sua opera missionaria.
La passione smisurata per i circuiti elettrici, la nostalgia della sua terra natale, la rabbia verso le ingiustizie, l’amore per la famiglia lontana, l’umiltà con cui stava in mezzo alla gente, lo rendevano una persona unica e inimitabile.
Spesso lo tormentavo con i miei interrogativi su quella cultura che alle volte mi appariva incomprensibile, cercavo una guida che potesse aiutarmi a guardare con occhi meno “europei” una realtà così diversa dalla mia e ho sempre trovato in lui stimoli e confronto.
Aveva un grande cuore e ha dedicato tutta la sua vita agli altri. Talvolta poteva apparire burbero e scontroso ma poi ti sorprendeva portando in braccio un bambino o offrendoti un fiore dalla pianta di maracuja (con i frutti della passione). Aveva un modo tutto suo di stare in mezzo alla gente e sapeva come tendere la mano a chi ne aveva bisogno di aiuto.
Anche quando mi sono ritrovata a compiere un passo importante e che agli occhi di alcuni appariva anticonformista e forse anche rischioso, lui ha saputo consigliarmi e allo stesso tempo lasciarmi fare le mie scelte senza pregiudizio, come un padre che accompagna ma senza tarparti le ali.
Non potrò mai dimenticare le lunghe chiaccherate a discutere di qualunque cosa, dall’agricoltura pugliese alle tradizioni trentine, dalla religione alla politica, dalla sociologia alla filosofia. Avevo ancora tanto da chiedergli e tanto da imparare ed è stata dura lasciarlo andare così improvvisamente, senza quasi il tempo di dirsi addio. Ma come sempre accade quando ci si separa da qualcuno a cui si è voluto bene, non lo si perde mai. Lo si ritrova nei colori di un fiore, nei versi di una canzone popolare, nel testo di una preghiera di ringraziamento prima del pranzo. Lo si ritrova anche nei ricordi di una notte stellata in cui un intero villaggio della foresta pluviale si è riunito in chiesa per salutare lo spirito di un padre che in un modo o nell’altro ha lasciato un segno vivo nel cuore di ciascuno.
Altri ricordi di Simona:
Ricordo bene quella sera in ospedale quando passai a fargli visita dopo l’intervento e non mi aspettvo affatto di trovarlo così… C’eravate tu (fr. Duilio) e Thimothé con lui… ricordo che però aprì a malapena gli occhi mi riconobbe… Il giorno 17 era stato il mio compleanno e mi era corso incontro dalla collina del Coe verso la scuola materna per portarmi un “fiore della passione” (maracuja)… E’ stato terribile pochi giorni dopo affrontare il resto. Ricordo che con Maria, nonostante il dolore e la tristezza subtito dopo che fu portato a Isiro, dovettimo fare l’inventario dell’ospedale e entravamo e uscivamo dalle camere in una sorte di trance… Nessuno di noi se lo aspettava è stato un duro colpo. E’ incredibile però che da quando sono rientrata in Italia ad oggi mantengo dei contatti settimanali con Maria Rosa, sorella di Paolo senza esserci mai realmente conosciute se non attraverso le spordiche videochiamate in Skipe che faceva Paolo dalla veranda del Coe.
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Padre P. Paolo, la luce semplice di Rungu
P. Paolo - nei ricordi di Fabio Castronovo Volontario agronomo del COE di Grotte (Agrigento)
Dodici anni sono ormai passati da quell’addio. Non ci fu un abbraccio, né una stretta di mano. P. Paolo portò alla macchina la mia valigia, quasi in silenzio in modo sfuggente, poi con uno sguardo triste, forse commosso, si dileguò. Come se anche per lui quel distacco fosse troppo difficile da dire a parole. Lo ricordo come un uomo schietto, empatico, intelligente, ironico, umile anche se a volte molto ruvido, ma dietro quella scorza s’intuiva un cuore grande, sincero, incapace di sopportare la falsità e le apparenze. Diceva quello che pensava e a volte senza filtri.
Amava profondamente la sua missione di sacerdote, e la viveva in uno stile quasi francescano: nella semplicità in mezzo alla gente, condividendo spazi, fatiche e quotidianità con gli ultimi. P. Paolo adorava leggere, soprattutto testi teologici, ma anche libri di agricoltura e di elettricità.
Coltivava piante, allevava buoi, si prendeva cura della terra e degli animali. In lui convivevano la fede, il lavoro manuale, l’amore per la natura e una curiosità viva per tutto ciò che poteva essere utile agli altri.
Gestiva una turbina (centrale idroelettrica) e cercava con pazienza e competenza di portare la luce al villaggio. Una luce concreta, fatta di fili, corrente e lampadine. Ma in relatà p. Paolo portava anche un’altra luce: quella della sua presenza.
Ricordo ancora quando in un momento di scoraggiamento mi confidai con lui. Non fece grandi discorsi. Mi invitò semplicemente a non mollare. A tener duro, ad andare avanti. Erano parole semplici, ma dette da lui avevano il peso della vita vissuta.
Oggi lo ricordo così: nella sua semplicità, nella sua ironia, nella sua fede concreta, tra la turbina, la terra, i libri, gli animali e la gente di Rungu. Una pressnza vera, a volte ruvida, ma profondamente umana; non ricordo più i suoi difetti e i suoi sbagli, sono solo un rumore di fondo.
Una luce che ancora oggi resta accesa nella memoria di chi ha avuto la grazia di conoscerlo.
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Difensore della dignità e del rispetto alle persone.
Ricordo di Mamma Marie Pierre. Collaboratrice per la comunità comboniana.
Ho avuto modo di incontrarmi per la prima volta con P. Paolo non qui a Isiro bensì a Rungu. Facevo un po’ di commercio per guadagnare qualcosa, perciò andavo a Rungu per comperare del pesce dai pescatori del fiume Bomokandi, per poi rivenderlo a Isiro. E’ in quella occasione che incontrai P. Paolo. Rimasi toccata dall’amore che il padre aveva senza riserve e senza fare scelte, per i suoi ragazzi di strada e per la gente del quartiere, in particolare per i poveri, e per chi aveva problemi comportamentali e che tutti rifiutavano come Jonathan, un ragazzo veramente bisognoso che P. Paolo ha trattato come un figlio.
Un giorno Jonathan partì da Rungu andando all’avventura e giungendo a Isiro nella nostra parrocchia di Sant’Anna. Lo vidi e lo chiamai, era stanco e affamato. Prestavo servizio nella casa dei padri e andai a prendergli una scattola di sardine e un po' di pane che divorò senza complimenti. La mia casa è distante dalla parrocchia, allora chiesi alla mia amica mamma Regina Mbolinie di accoglierlo in casa sua. Avvisai anche che il ragazzo era incontinente e doveva aver cura che non le facesse disastri nel letto. P. Paolo seppe che avevamo accolto e aiutato Jonathan. Ne fu molto contento e da allora contò sempre sul nostro aiuto. Neanch’io seppi da quale villaggio venisse questo ragazzo, ma sapevo che aveva trovato aiuto e sostegno da P. Paolo.
P. Paolo vide anche qui a Isiro la necessità di creare un “atelier” di elettrotecnica ed elettronica per aiutare e seguire i ragazzi anche per un cammino di maturazione umana e di fede. Quando P. Paolo arrivava in parrocchia a Isiro era letteralmente preso d’assalto dai giovani. I giovani ricordano il padre per la formazione tecnica e morale che ha dato loro e gliene saranno sempre riconoscenti. Alcuni già avanti nella formazione, come Masudi , che oggi lavora nell’ospedle di Mungbere, lo seguivano da Rungu per aiutarlo in questo compito.
Aveva a cuore un problema che in passato era più serio, ma che esiste ancora nei nostri giorni, quello rispetto e della dignità della donna nella nostra cultura. Eccone un esempio: Un giorno P. Paolo era invitato a pranzo dal amico Honoré, che era meccanico e autista nel garage della nostra parrocchia. Fu preparato un semplice pranzo con riso lesso e “mpondu” (foglie di manioca triturata e cotte nell’olio di palma. Una sperie di pesto locale). Anch’io ero presente e mi fu portato un piatto di questo cibo perché mangiassi fuori nel cortile di casa. Gli uomini di regola mangiano dentro casa da soli e le donne a parte. P. Paolo fu invitato a entrare in casa. Si arrabbiò molto e disse: “ Perché avete lasciato mamma Marie Pierre mangiare sola, li fuori casa? Noi siamo tutti uguali, con gli stessi diritti. Non perché io sono maschio e bianco devo essere trattato meglio. Fatela entrare e che si sieda a tavola con noi”. Rispettava e diffendeva con grinta la dignità e la giustizia soprattutto nei confronti delle donne, dei poveri e degli emarginati .
Aveva a cuore che la centrale idroelettrica di Rungu funzionasse per garantire questa energia preziosa per la missione, l’ospedale e la gente. Un giorno mentre era di ritorno dalle sue vacanze in Italia, giunse a Isiro. Lo vidi molto preoccupato e mi disse: “Non è arrivata la mia valigia e dentro ci sono i pezzi di ricambio per la turbina della centrale elettrica di Rungu. Interessai subito p. Marcelo l’economo e procuratore che andò all’agenzia di viaggi e grazie a Dio ritornò con la valigia in questione. La portai da P. Paolo che ne fu felicissimo e non solo mi ringraziò ma mi diede un po’ di soldi per gioire con lui. Fu l’ultima volta che lo vidi, ma resta nel mio cuore come una persona attenta alle persone e con un cuore d’oro.


