Ringrazio di cuore il Signore che mi regalato di vivere per cinque anni con P. Paolo Tabarelli nel villaggio di Rungu a 65 chilometri da Isiro nel nord della RDC. Come tutte le persone che l’hanno conosciuto, conservo molti ricordi di questo grande amico, e grande ed eccezionale missionario che spesso e volentieri sapeva andare contro corrente, vivendo gomito a gomito con gli ultimi e chi soffre dandoci lezioni di vita. Aveva grandissime capacità pastorali, di attenzione, di condivisione. Si indirizzava con una dedizione particolare verso i ragazzi emarginati, poveri e con problemi comportamentali. Di preferenza viveva nel villaggio tra loro e in mezzo alla gente, e non sopportava che fossero maltrattati o sfruttati.
In passato quando vivevamo in missioni differenti, ebbi più volte l’occasione d’ incontrarlo. Aveva vissuto, nelle missioni di Ango, Isiro, Dungu, Rungu e anche nella capitale Kinshasa lasciando ovunque il segno del suo passaggio, in particolare interessandosi della formazione dei giovani emarginati, l’attenzione agli ultimi e vivere quello che oggi chiamiamo “ fare causa comune”. Già quando era a Dungu P. Paolo viveva in una capanna tra la gente nella parcelle (terreno) di Kino, un suo allievo e amico che, grazie all’aiuto e alle lezioni di P. Paolo, divenne un ottimo e bravo tecnico in elettrotecnica e elettronica, apprezzato e stimato da tutti. Direi che P.Paolo era un profeta dei nostri giorni e come tutti i profeti non sempre ha avuto consenso e appoggio anche da confratelli. Non ricercava la vita comoda e non risparmiava di criticare atteggiamenti non conformi al vangelo. Interessarsi e condividere la vita degli ultimi era la sua vocazione e lo esprimeva dicendo che dobbiamo avere a cuore le “brebis galeuseses” (le pecore con la rogna). Si è preso cura di ragazzi emarginati come Jonathan che veniva chissà da quale villaggio lontano, che non aveva famiglia, era giunto a Rungu pieno di piaghe e in uno stato pietoso. Di Jonathan nessuno se ne occupava e probabilmente se P. Paolo non l’avesse preso a cuore, ci avrebbe rimesso la vita. Lo ha seguito per anni con la dedizione di un padre, fino all’ ultimo giorno, dandogli dignità, facendolo curare e rispettare dai compagni, insegnandogli a rendersi utile, occupandolo in vari servizi per il bene di tutti. O come Amadi che nonostante i suoi limiti grazie alla formazione data da P. Paolo è diventato un ragazzo che ha spesso stupito per essere riuscito a risolvere certi problemi tecnici difficili. Mi colpì molto la loro riconoscenza e affezione a P. Paolo, che ritenevano il loro vero padre. Dopo la morte di P. Paolo Amadi e Jonathan, quando avevano e hanno possibilità, scendevano a Isiro per visitare, pregare e riordinare la tomba del Padre.
Possedeva un bel bagaglio intellettuale: conosceva diverse lingue. S’interessava all’agricoltura, all’allevamento, senza parlare delle capacita tecniche di lavoro. Gli esempi sono innumerevoli.
Un confratello mi aveva chiesto di realizzare in legno una bibbia aperta con scritto in pirografia il testo ebraico il prologo di san Giovanni da lasciare in vista sul leggio in una chiesa della Capitale. Presi il testo in ebraico, quando lo finii lo feci vedere a Paolo, che guardò e mi disse: “Tutto bene, ma in questa parola manca una lettera”. Testo alla mano controllai ed era vero.
I Domenicani belgi avevano lasciato nella casa di Rungu una discreta biblioteca sia di formazione teologica che tecnico-agricolo. Era “pane per i sui denti”. Era l’unica persona che metteva regolarmente il naso in quella biblioteca che racchiudeva anche i frutti di tanta esperienza dei missionari domenicani belgi che ci hanno preceduto.
Aveva a cuore anche il pesante lavoro delle donne per la coltivazione dei campi, rincasando a sera stanche morte con il loro carico di legna e con i bambini piccoli in braccio. Pensò di dare un esempio acquistando un asino per portare le cariche con un carretto e dare sollievo alle mamme. Acquistò Omar, un buon asinello e mi chiese di fargli un carro con le varie imbragature e il basto necessari. Insegnò ai suoi ragazzi come utilizzarlo per i trasporti. Questo divenne uno degli aspetti umoristici del villaggio. Né i ragazzi né l’asino erano entusiasti del lavoro: i primi salivano sul carretto per farsi trasportare a zonzo per il villaggio e l’asino facilmente preferiva starsene libero inseguendo le capre. Quest’ultimo aveva trovato altri due amici: Tigre, il cane di Paolo, che si faceva vedere puntualissimo agli orari dei pranzi e Rambo il mio simpatico scimpanzé. Tutti e tre andavano a spasso spesso e volentieri per tutto il villaggio. Rambo aveva trovato bello dondolarsi con la corda messa di Omar, Tigre invece morsicchiandogli il labbro inferiore penzolante. Se si dava una banana a Rambo, Tigre gliela rubava subito e se la “pappava” Sembrava fossero l’equipe teatrale del villaggio… altro che lavoro. Omar poi manifestava aspirazioni allo studio a modo suo, tanto che con disappunto di P. Paolo un bel giorno ha trovato gusto a masticarsi bene la bibbia in ebraico tanto preziosa per P. Paolo. Cercò anche di mangiarsi il mio breviario, ma probabilmente lo trovò meno dolce.
Sempre per stimolare lo sviluppo, Paolo acquistò dai padri di Niangara una mucca e un torello. I due animali si fecero a piedi i 90 e più chilometri da Niangara a Rungu. Toh che dopo alcuni giorni arrivarono come falchi gli agenti del ANR (Immigrazione) sperando di spillare le tasse per l’immigrazione delle bestie. Paolo, si fece una risatina e spiegando le due bestie non erano delle “straniere immigrate”, ma bensì del luogo e “diocesane” che erano venute a Rungu per dare nuovi esempi per lo sviluppo. Del resto tutti i poliziotti, l’Anr, e le autorità conoscevano bene P. Paolo che spesso doveva recarsi nei loro uffici e anche nella prigione per difendere i suoi ragazzi e altri poveracci.
Era un missionario che “non aveva peli sulla lingua” e sparava a zero . Tutti conoscevano che al di là delle parole aveva un cuore d’oro e accettavano le sue rudi e piccanti battute. In tempi non tanto lontani, era uso tra i Mangbetu (tribù) allungare la testa fasciandola strettamente dopo la nascita, rendendola segno caratteristico dell’appartenenza a questa tribù. Al grande capo mangbetu Dieudonné Danga che non aveva questa caratteristica, scherzando e con ironia diceva “Vous les têtes rabotées” (ovvero, “voi teste piallate”) perché non usano più allungarle come da tradizione. I cambiamenti ci dovevano essere, ma non la perdita dei valori tradizionali.
Aveva un’attenzione particolare per gli ammalati che aiutava e visitava, garantendo anche l’assistenza spirituale in particolare con le Messe ben preparate. Io ero in Italia quando p. Lorenzo si ammalò molto seriamente con malaria e una grossa infezione intestinale che fece temere per la sua vita, P. Paolo gli fece assistenza fedelmente e discretamente, in particolare la notte, restando seduto su una scomoda sedia nel suo ufficio disponibile per ogni esigenza.
Dai primi tempi della missione di Rungu i Padri domenicani belgi, dopo aver fatto una diga (barrage) e canali di deviazione, avevano istallato sul fiume Rungu una centrale idroelettrica con una turbina e un generatore che garantivano corrente alla chiesa alla missione e altre strutture, come l’ospedale. Questa turbina, con grandi ruote e con trasmissione a grosse cinghie di cuoio produsse corrente elettrica per alcuni decenni. Fu poi deciso di sostituirla con turbina e generatore moderni fabbricate in Svizzera. Durante il trasporto le macchine furono saccheggiate e vandalizzate. La turbina fu ugualmente istallata da Fratel Santo Bonzi, grande e capace fratello costruttore. Venne poi l’ingegnere Zacché che l’aveva progettata. Viste le condizioni della turbina, si mise le mani nei capelli e disse che in quello stato non era capace di metterla in funzione. Ci volle P. Eliseo Tacchella a convincerlo che anche se il sistema di avviamento e controllo elettronico era fuori uso, si poteva metterla in moto meccanicamente con l’aiuto di un semplice crick. L’ingegnere non si lasciava convincere e P. Eliseo decise di agire, le paratie di chiusura furono aperte con in crick e l’elica della turbina si avviò docilmente mettendo in azione tutto il sistema producendo corrente. La missione si illuminò e il miracolo era fatto. Partito l’ingegnere si continuò con questo sistema finché giunse P. Paolo, che prese subito a cuore la situazione. Da tecnico geniale cominciò a eliminare le parti elettroniche superflue, togliendo anche fili e aggiustando i difetti. Da quel giorno la centrale incominciò a funzionare automaticamente come si deve. Controllò poi tutte le installazioni e i vari collegamenti con le cabine di alta e bassa tensione. La potenza nominale che poteva erogare la Centrale era di cento Kw, ma in realtà l’erogazione oscillava al massimo tra i 40 e i 60 Kw. A causa delle differenze di quantità d’acqua che il fiume forniva durante la stagione secca e quelle delle piogge. Nel primo caso la quantità d’acqua diminuiva molto e nel secondo caso al contrario era talmente abbondante da ingolfare la turbina obbligandola a girare a bassi regimi. Nonostante ciò Paolo riusciva a fornire corrente elettrica alla missione, al seminario minore, all’ospedale, alle scuole e ad altre strutture. Anche la gente nei quartieri poté usufruirne. Ovviamente molti approfittavano per i loro negozi, e lavori vari. Però P. Paolo, ha sempre considerato di poter dare un aiuto per lo sviluppo e per un maggior benessere per gli abitanti di Rungu. Ha fatto il possibile per garantire la fornitura di corrente anche se a volte più povera e debole.
Ovviamente per P. Paolo il lavoro della turbina , le sue installazioni e gli impianti erano una scuola tecnica d’eccezione per i suoi ragazzi “di strada” oltre a tutte le lezioni che dava nei suoi ateliers per le cose di elettronica e impiantistica. Da quei ragazzi, come del resto aveva fatto in molte altre missioni altre missioni (Ango, Isiro, Dungu, Kinshasa, Kisangani…) “tirò fuori” dei bravi e capaci tecnici che trovarono subito lavoro sia come tecnici privati sia per altre società importanti. Kino, per diverso tempo, divenne un tecnico di riferimento per “Avion sans Frontières” della missione di Dungu e per la Monusco (forze dell’ONU). Altri furono assunti dalla Kibali Gold (società per l’estrazione mineraria del oro) o da altre società.
I Superiori e i comboniani del Congo decisero di consegnare la missione di Rungu al clero diocesano. L’anno della nostra partenza fu il 2009 e io fui il primo a lasciare la missione di Rungu destinato alla missione di Sant’Anna a Isiro. In breve tempo anche gli altri confratelli partirono da Rungu. P. Paolo decise di restare vivendo con i suoi ragazzi per continuare ad aiutarli e formarli come bravi tecnici, cercando di raddrizzare i loro comportamenti, non sempre ortodossi. Continuò a vivere tra loro, per loro e per i poveri e gli ammalati. Restare per lui significava anche garantire che la centrale elettrica sul fiume continuasse a funzionare bene, generando corrente per la missione, il seminario minore, l’ospedale le scuole e per tutta la gente. Ha avuto a cuore questo impegno fino all’ultimo.
Il 29 marzo 2015 nella casa del Coe di Rungu erano presenti Nadia Cerri, Maria Stocco, Georgine, Maria Antonietta Pastori, Simona e la signora Bernadette Barzirage, insegnante giunta da Kisangani per un corso di formazione sul linguaggio dei segni per i bambini sordo-muti. P. Paolo era invitato a pranzo e trovava piacere a discutere con l’insegnante per informarsi bene sul suo lavoro. Verso le quattordici disse che andava a riposarsi nella sua capanna. Georgine e Maria partirono poi per portare la Comunione a diverse persone anziane e ammalate. Verso le sedici arrivò di corsa Thimothée uno dei”Forgerons sans frontières” (“fonditori senza frontiere”, come Paolo aveva “battezzato” ironicamente i suoi ragazzi) di P. Paolo, dicendo che l’aveva appena portato in ospedale perché non stava bene. Nadia andò subito in ospedale per rendersi conto della situazione. Il dottor Venant che lo visitò disse che era un’ernia complicata e decise per l’intervento, fece chiamare d’urgenza Maria preparare la sala operatoria e assisterlo assieme ad altri infermieri. Per le difficoltà di comunicazione la notizia che Paolo non stava bene e che aveva subito un intervento mi giunse in tarda serata a Isiro. Decisi di partire la mattina seguente molto presto in moto per Rungu per prestagli assistenza. Nel frattempo Maria Antonietta era riuescita a mettersi in contatto con Maria Rosa (a Faver in Trentino) e informarla che P.Paolo era stato ricoverato, era stato operato e non stava bene. Nadia mi informò di tutto e che l’intervento era andato bene senza complicazioni. Andai subito in ospedale, dove trovai P. Paolo dolorante e affaticato, ma presente e sereno. Maria e Amadi, uno dei suoi fedeli ragazzi erano presenti, per prestagli assistenza. La notte la trascorse sofferente e a momenti confuso. Al mattino P. Paolo vomitò sangue, e si collassò. Non era chiara quale fosse la causa. Compresi che le cose non andavano bene. Verso mezzogiorno, ebbe altro vomito e poi morì serenamente. Presi un po' di tempo per comunicare alla famiglia e ai confratelli che Paolo ci aveva lasciato. E’ stato trasportato subito nella chiesa parrocchiale di Rungu dove si è raccolta molta gente addolorata, in preghiera. Nel frattempo André e Justin, i nostri due falegnami, preparavano la semplice e robusta bara per il trasporto a Isiro dove era atteso per la notte. Ho preceduto la macchina in moto per giungere a Isiro con un certo anticipo. Nel frattempo i confratelli avevano preparato l’accoglienza della salma per la “matanga” (veglia funebre). Paolo era conosciutissimo e stimato anche a Isiro tanto che la chiesa fu subito stracolma di cristiani che venivano a porgergli l’ultimo omaggio durante tutta la notte. Il corpo di Paolo fu sistemato con abiti sacerdotali e in una nuova cassa più curata e bella con il finestrino per intravvedere il viso Verso le dieci ci fu la Messa e la celebrazione funebre. Dopo la celebrazione il corteo l’ha accompagnato alla sepoltura nel giardino della nostra casa di Magambe .
Un fatto merita una nota particolare: La prima bara, che era servita per il trasporto di P. Paolo da Rungu a Isiro, sostituita, ripulita e sistemata fu poi utilizzata per la sepoltura di Mamma Anne Kalokalo, un santa donna morta poche settimane dopo il padre. Mamma Kalokalo, per molto tempo, fu capo sacrestana e catechista. Durante la guerra di Kabila contro Mobutu difese con i denti la chiesa e la casa dei padri. Anche lei come Paolo aveva un’attenzione particolare per i poveri e i bambini denutriti. Senza ombra di dubbio, era un solido pilastro della parrocchia, a cui si poteva fare affidamento e che sapeva tenere “in squadra” non solo i cristiani, e i giovani della parrocchia ma anche i sacerdoti. Ha condiviso il cammino di Paolo e chissà cosa combinano lassù nel Regno dei Cieli, intercedendo presso Dio Padre per la gente che hanno amato.





