Una brusca accelerazione della storia sta disintegrando il sistema di alleanze su cui gli Stati Uniti fondavano la propria egemonia. Vi hanno certamente contribuito la psicopatologia e l’istinto criminale di un singolo uomo, Donald Trump. Ma la tendenza era già avviata da tempo.
Viviamo, per l’appunto, l’accelerazione di un processo disgregativo già in atto. Ciò che la ricchezza unita alla tecnologia dei nuovi armamenti avrebbe dovuto cementare – calpestando la sorte di interi popoli – si sfalda di fronte alla rivelazione della propria inefficacia.
Resterà nei manuali l’effetto indesiderato della guerra “preventiva” mossa all’Iran da coloro che ritenevano giunto il momento di ridisegnare il Medioriente sotto il controllo definitivo di Israele e Stati Uniti. Davano per scontato che le petromonarchie sunnite del Golfo non avrebbero avuto altra scelta che unirsi alla guerra contro Teheran.
Volenti o nolenti avrebbero dovuto portare a termine il processo di integrazione del loro sistema difensivo, avviatosi nel 2020 attraverso gli accordi di Abramo con Israele. È avvenuto l’esatto contrario.
Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar – ma lo stesso vale per Arabia Saudita e Kuwait – si sono amaramente resi conto che la presenza di basi americane, lungi dal proteggerli, ne aggravava la vulnerabilità. Hanno subito danni forse irreversibili, stando bene attenti a non muovere guerra all’Iran che li colpiva. Si sono sentiti traditi dall’attacco congiunto israelo-americano del 28 febbraio, al quale si erano opposti pubblicamente e invano.
Gli apprendisti stregoni che sognavano la nascita di una Nato-2 proiettata nell’area indopacifica erano convinti anche che i curdi iracheni avrebbero approfittato della situazione per invadere l’Iran da ovest. Non ci hanno pensato nemmeno. Anche la Turchia, secondo esercito della Nato, ha preso le distanze mantenendo rapporti con il regime di Teheran.
Quanto all’Europa, inglesi, spagnoli e francesi si sono affrettati a dissociarsi da una guerra destinata a ledere gravemente il benessere dei loro paesi, incuranti degli strepiti di Trump che li accusava di tradimento. La premier italiana si è tenuta in disparte, confidando sulla propria irrilevanza, mentre anche la Germania si sfilava e l’Ungheria si liberava del più trumpiano fra i leader europei, Viktor Orbán.
Un bilancio disastroso per chi, al di là dall’Atlantico, pensava che potenza militare e autosufficienza energetica bastassero a perpetuare il dominio americano. Quanto a Netanyahu, perpetrando crimini che nessuno osa più giustificare, trascina con sé Israele nel baratro. Vista la mala parata, si registra il fuggi fuggi generale dei nazionalisti di casa nostra, rimasti senza padrini e capaci di fare la voce grossa solo con gli inermi migranti.
Viktor Orbán
Il 12 aprile 2026 Viktor Orbán ha perso le elezioni parlamentari in Ungheria, segnando la fine dei suoi 16 anni al potere e una svolta politica nel paese. Il voto ha sancito una vittoria netta del partito Tisza guidato da Péter Magyar, di orientamento filo-europeo, ponendo termine all’egemonia del Fidesz. L’affluenza si è attestata al 77%, la più alta dal 2002. Tisza ha conquistato una maggioranza dei due terzi dei 199 seggi, sufficiente per introdurre modifiche costituzionali.

