PENTECOSTE: INSIEME IN MISSIONE CON COMBONI
“Lasciatevi guidare dallo Spirito”
"Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo” (Gv. 20,19-23) «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». (Mc.5,19).
Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa; è la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare (Ad Gentes 2). L’evangelizzazione è un atto profondamente ecclesiale, che chiama in causa tutti i battezzati, ciascuno secondo i propri carismi e il proprio ministero. Molto spesso, parlando dei laici, e nonostante gli sforzi fatti e il Concilio Vaticano II, si resta ancora prigionieri di una visione clerocentrica ed ecclesiologica di tipo piramidale, per cui la posizione dei laici nella Chiesa risulta, ancora, quella descritta da Y. Congar: “in ginocchio dinanzi all’altare, seduto di fronte al pulpito, mano al portafoglio per sostenere le opere cattoliche”.
Nonostante un buon cammino di rinnovamento, permangono degli equivoci che fanno scattare strani meccanismi: nei laici una sorta di complesso dell’invidia del prete e in questi un complesso di superiorità nei confronti del laico.
Altro persistente equivoco è quello di concepire la missione solo come missio ad extra e affidata ad una porzione di specialisti. Indubbiamente, per le Chiese del nord del mondo, ancora oggi piuttosto stanziali e sedentarie, espressioni come prendere il largo, volare alto, suonano non sempre bene; per troppo tempo le nostre navi sono rimaste alla fonda nei porti, ancorate all’illusione di una società, bene o male, ancora cristiana.
Il Concilio Vaticano II, invita a ritornare alle origini e riscoprire la Chiesa quale Popolo di Dio, con un'unica vocazione e missione: la diffusione del Regno, orientando e ordinando il mondo a Cristo. Unità di vocazione e di missione che si esplica nella diversità di funzioni, carismi e ministeri.
Si tratta, quindi, di entrare in una visione ecclesiologica globale, per superare il binomio di contrapposizione gerarchia-laicato a favore del binomio di comunione-comunità e carismi-ministeri.
L’unità di missione richiede che ogni cristiano senta l’urgenza dell’annunzio, per cui il «guai a me se non predicassi il vangelo» (1Cor.9,16) di S. Paolo costituisce un invito e un monito per tutti e in ogni circostanza, opportuna e inopportuna, ad intra e ad extra, nella propria casa e tra la propria gente e fino agli estremi confini della terra.
La Chiesa è tutta e sempre ministeriale e missionaria. Pertanto i laici e le chiese locali devono superare una mentalità pantofolaia e di delega, cui corrisponde una pastorale di manutenzione dell’esistente, e gli stessi missionari ad gentes devono vivere in stato di missione permanente e non cadere nella tentazione di sentirsi in una sorta di limbo quando ritornano nei paesi di origine. Nell’ottica del Vangelo, non è solo il posto geografico che fa il missionario, ma l’amore per la missione, la coscienza d’essere e sentirsi tutti chiamati e mandati ovunque e a chiunque come Gesù, missionario del Padre, «per servire e non per essere servito» (Mt.20,28).
LA MISSIONE IN SAN DANIELE COMBONI:
Per Daniele Comboni la missione è impegno di tutti; è andare, tutti, dovunque e a chiunque. Egli è profondamente convinto che il soggetto della missione è tutta la Chiesa in tutte le sue componenti:
«Tutti i cattolici devono aiutare i popoli dell’Africa. Col nostro piano noi aspiriamo ad aprire la via all’entrata della fede cattolica in tutte le tribù di tutto il territorio africano. E per ottenere questo, mi pare, si dovranno unire insieme tutte le forze e tutte le iniziative» (Scritti, 944). Al tempo stesso lui nutre una fiducia profonda nelle capacità di «tutti i cattolici del mondo» di interessarsi e impegnarsi per la missione e di trovare nel loro cuore «un appoggio di favore e di aiuto, investiti e compresi dallo spirito di quella sovrumana carità, che abbraccia l’immensa vastità dell’universo, e che il Divin Salvatore è venuto a portar sulla terra» (S.843). La sua fiducia si lega ad una visione di speranza profetica: «Noi speriamo, sì lo speriamo, che la santa Chiesa stenderà il suo manto glorioso su tanta parte della sua eredità, e che i generosi suoi figli accorreranno solleciti da ogni angolo della terra a prestar l’opera loro, per cristianizzare e incivilire. I missionari (...) non porteranno all’Europa le spoglie dei vinti, non soggiogheranno quei popoli a guisa di terreni conquistati; ma, ad imitazione del Divin Pastore, dalle spine ond’erano avviluppate e dall’oppressione nella quale giacevano, porteranno sopra le loro spalle quelle misere pecorelle, conducendole ai liberi pascoli della chiesa» (S.2791). Possiamo ben cogliere in questo passo le linee di una metodologia missionaria capace di fondere evangelizzazione, promozione umana e inculturazione. Comboni, però, unisce alla visione anche una concretezza d’impegno per la sua attuazione: «Ogni impresa di grande importanza ha bisogno di un’organizzazione che risponda allo scopo e che sia sapiente (...) per avere fruttuosi risultati» (S.2469). Proprio per questo la missione è cosa troppo seria per essere un affare soltanto di preti o frati e monache, anzi sembra, come scrive Comboni, che «l’esperienza abbia comprovato che preti e frati difficilmente si accordano nel lavoro di una medesima vigna» (S.3012) e spesso Comboni si sente «un povero diavolo che deve lottare coi preti, coi frati, colle monache di ogni razza e nazione, coi turchi, coi frammassoni e soprattutto coi santi… matti» (S.4297) e qualche volta ci si arrabbia pure. «Peccati mai più! Frati mai più!» (S.4381). Il missionario, secondo Comboni, è l’uomo capace di condividere fino in fondo la vita del suo popolo, chiamato a vivere una fede incarnata nel senso più pieno e più alto del termine, con un’autenticità che smaschera ogni divorzio tra spirito e materia: «Una missione sì ardua e laboriosa, come la nostra, non può vivere di soggetti dal collo storto (...). Bisogna accenderli di carità, che abbia la sua sorgente da Dio e dall’amore di Cristo, e quando si ama davvero Cristo, allora sono dolcezze le privazioni, i patimenti» (S.6655-6656).
MISSIONE E LAICI: Comboni crede e investe nei laici, che in missione «giovano al nostro apostolato più di quanto i sacerdoti concorrono alla conversione, perché gli allievi neri e i neofiti stanno per uno spazio di tempo abbastanza lungo con loro. Questi, con l’esempio e la parola sono veramente apostoli per gli allievi, i quali li osservano e li ascoltano più di quanto possono osservare e ascoltare i Sacerdoti» (S.5831). La formazione dei laici costituisce uno dei punti qualificanti dell’impegno di Comboni che vuole salvare l’Africa con l’Africa: «Tutti i miei sforzi sono per ben fortificare queste due missioni dove prepariamo dei buoni soggetti indigeni delle tribù centrali, affinché essi divengano apostoli di fede e di civiltà nella loro patria» (S.3293); «sono riuscito a formare competenti maestri e catechisti neri, più calzolai, muratori, falegnami, ecc. e rifornirne le stazioni di Chartum e Cordofan. Indigeni così formati sono indispensabili per l’esistenza di una missione» (S. 3409). Sembra qui risuonare un anticipo del Concilio Vaticano II: «I laici sono chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo» (Lumen Gentium 33). «Molti uomini non possono udire il Vangelo e conoscere Cristo, se non per mezzo dei laici che stanno loro vicino» (Apostolicam Actuositatem 13) e ancora più essenziale è la loro presenza laddove «la libertà della Chiesa è impedita o dove i cattolici sono pochi e dispersi» (A.A. 17).
LA FORZA DEI LAICI: I documenti degli ultimi Capitoli Generali Comboniani (dal 1991 al 2022) invitano a riflettere sul dato di fatto che «non pochi cristiani, pastori, consacrati e laici stanno prendendo coscienza della loro vocazione profetica e missionaria» e che «l’azione missionaria del Popolo di Dio vuole rivelare il senso della vita in un mondo globalizzato ed incoraggiare l’impegno e la solidarietà, rimettendo Cristo al centro dell’umanità di oggi» e di fronte a queste sfide devono scaturire atteggiamenti che siano profezia in atto. Questa presa di coscienza può essere una risposta all’«invecchiamento e alla riduzione del personale e al conseguente squilibrio tra impegni assunti e personale disponibile» avendo il coraggio profetico di “investire” nei laici e insieme «superare i problemi di identità, spiritualità superficiale, imborghesimento e schemi ormai vecchi». I laici non sono certamente la panacea di tutti i problemi, ma insieme, nella corresponsabilità realizzata e non solo enunciata, «uno stile di collaborazione che coinvolga tutte le forze disponibili» è possibile «rivedere il contenuto dell’annuncio e scoprire metodi nuovi e più adeguati come risposta alla crescente scristianizzazione e indifferenza della società»
P. Teresino Serra MCCJ e Franco Accardo, laico comboniano


