Pur non avendo mai avuto l’occasione di vivere nella stessa missione, conosco Evarite da diversi anni, perché spesso giungeva a Isiro con la sua fedele moto per trasportare suore comboniane e confratelli che per vari motivi dovevano venire in città. Sapevo da sempre che era una persona disponibile e di grandi capacità, e che era un appoggio fedele e competente per l’aiuto all’internato (convitto) per i ragazzi pigmei e per le visite apostoliche ai vari accampamenti disseminati su un vasto territorio. Andando a Mungbere ho colto l’occasione per incontrarlo.

Evariste raccontami un po' di te e del tuo prezioso servizio qui a Mungbere.

Il mio nome di battesimo è Evariste Lulando. Tutti semplificano il nome e mi chiamano Eva. Sono nato a Bukavu nella provicncia del Sud Kivu. Siamo della tribù Muso, imparentati con i Rwandesi e nilotici. I miei genitori hanno avuto tre figli tutti maschietti. Papà e mamma sono morti. Io e i miei fratelli siamo cristiani e ci siamo sposati religiosamente. Ho frequentato tutto il ciclo scolastico a Bukavu ottenendo il diploma in “scienze sociali”. Uno zio che mi ha aiutato negli studi, voleva che continuassi gli studi a Kisangani. Prima di partire da casa mi sposai con Eugenie anche lei di Bukavu. Abbiamo sette figli, sei ragazzi e una sola ragazza. Con il nostro aiuto tutti hanno potuto studiare: uno è laurato in diritto, un altro è dottore oftalmologo, un altro è meccanico alla “Kibali Gold. Tutti gli altri stanno ancora seguendo il percorso degli studi. Due sono qui a Mungbere con noi. Devo molto alla comunità comboniana che mi ha sostentuo. Riconoscente fatto battezzare due figli con il nome di Roberto e Benito, padri comboniani con cui ho lavorato.

Eva come sei arrivato a Mungbere lontano da casa?

Quando partii  da Bukavu con mia moglie diretti a  Kisangani, abbiamo poi deciso di continuare e in questa città siamo solo passati senza lasciare traccia. E’così che siamo poi giunti qui a Mungbere. Ho dovuto cercarmi un lavoro per poter vivere. Per fortuna ho trovato buon impiego nella piantagione della Sokodia ad Apodo come gerente del magazzino della piantagione. La piantagione di cinquecento ettari, era coltivata a caffè, soja, e altri prodotti agricoli. C’erano più di duemila operai, regolarmente assunti con contratto fisso che potevamo pagare con la vendita di quanto si coltivava. Venne poi come responsabile il Signor Diaz portoghese sposato con una signora dell’Angola e aveva due figlie Matondo e Caroline. Ora sua moglie è morta e lui vive con la signora Matondo a Goma.

Quando hai lasciato Apodo?

A causa della guerra di Kabila contro Mobutu per scalzarlo e prendere il potere, la piantagione Sokodia di Apodo non aveva più i mezzi per continuare con la produzione e non era possibile sostenere i salari degli operai. Conseguenza inevitabile è stato il fallimento. Ho dovuto arrangiarmi cercando impiego in altri settori. Mia moglie prima e dopo qualche tempo anch’io abbiamo trovato aiuto grazie alla comunità comboniana di Mungbere. Padre Gianmaria Corbetta, dottore e direttore dell’ospedale, che ci conosceva bene e sapeva delle nostre capacità, assunse mia moglie come segretaria in Ospedale e  ancora oggi lei è impegnata in questo servizio. Qualche tempo dopo, Fr. Giancarlo Bianchi mi chiese di rendere servizio per trasportare in moto nei numerosi accampamenti la signora Adriana Scandolo e altre persone per la visita e l’aiuto ai pigmei. Con queste visite ho iniziato a conoscere i pigmei, ho aperto gli occhi sulle loro condizioni di vita nei vari accampamenti.

Vedo che il tuo impegno in queste attività ha avuto dei sviluppi, quali?

Mi fu chiesto poi di impegnarmi in prima persona per la visita intinerante e regolare di tutti questi villaggi pigmei. Nelle visite mi occupavo e continuo ad occuparmi per rendermi conto dei progressi della vita negli accampamenti, consigliarli e aiutarli nelle tante difficoltà, seguire i lavori dei campi, valutare e sostenerli nel cammino di autogestione, nell’attenzione alla prevenzione delle malattie e le cure mediche e fare incontri di catechesi per crescere nella fede cristiana. Fui poi incaricato di seguire i bambini e ragazzi pigmei, gestendo il loro “internato” (convitto) di Mungbere. In questo momento abbiamo quasi una settantina di ragazzini quasi tutti maschietti.

Quanti sono gli accampamenti che seguite qui nella zona di Mungbere?

Con Adriana avevamo iniziato a visitare trentaquattro accampamenti, che ai nostri giorni sono diminuiti a ventisette, perché in alcuni la gente si è dispersa inserendosi in altri villaggi o accampamenti. Sono poche le strade e le piste che dobbiamo percorrere in discrete condizioni, altre presentano serie difficoltà. Benché sia esperto e capace nel condurre la moto, non sempre è facile mantenere l’equilibrio e evitare cadute. A volte devo fermarmi diversi giorni negli accampamenti ben accolto dalla gente.

Come sono organizzati questi accampamenti dal punto di vista sociale?

 I pigmei non hanno un capo tribù o capo villaggio come é normale tra le altre tribù bantu. In questa nostra zona, la loro è una società senza gerarchia. Esistono i capi famiglia, e gli anziani la cui parola ha peso ed è rispettata. Sono coadiuvati da animatori pigmei che sono stati formati per aiutare la gente a organizzarsi. Sono molto solidali tra loro e legatissimi alla loro cultura. Vivono  come famiglie in un’unica famiglia. Non vivono mischiati con altra gente ed esiste una buona collaborzione tra loro stessi anche se si trovano vicino ai villaggi dei bantu, di cui in parte sono dipendenti. Non è raro che siano anche sfruttati per i lavori dei campi o per cercare oro nelle miniere. Sono agili e sanno arrampicarsi bene sugli alberi per cui sono sfruttati anche per la raccolta delle noci per l’olio di palma. Sanno anche proteggersi per estrarre bene il miele dai nidi di api selvatiche.

Quali sono i problemi che vivono?

Il primo problema e che non sono stabili e si spostano di  accampamento facilmente, del resto le loro capanne sono semplici, senza esigenze e facili da costruire. Un altro problema è quello dell’autogestione  e sostegno economico in particolare per i figli per garantire aiuto per gli studi. Vivono tenendo conto delle loro esigenze personali al presente senza troppo preoccuparsi del futuro. La foresta e la natura offre loro di che vivere e sanno arrangiarsi bene: frutta, pesci e selvaggina li trovano sempre.

I ragazzi che vengono qui in questo “internat” vengono di loro spontanea volontà per gli studi?

In passato per i ragazzini venire all’internato era una penitenza perché non ci venivano volentieri. Avevano e hanno ancora uno spirito libero e indipendente. La loro vita è vissuta “al presente”. Durante la stagione secca molti sparivano per rientrare in famiglia attirati da altre esigenze. La foresta è il loro mondo, lì trovano quello che vogliono gratuitamente. Oggigiorno sono presenti e fedeli perché sia loro che i genitori desiderano che abbiano una buona formazione per preparsi ad affrontare le nuove esigenze della società.

La fede e l’impegno cristiano come è vissuto dalle famiglie pigmee che conosci?

C’è bisogno di molta catechesi per far conoscere meglio il messaggio cristiano e incarnarlo nella loro cultura. Sono legati alla loro cultura e bisogna lasciare che lo Spirito lavori con pazienza nei loro cuori. La cultura può essere un ostacolo ma può avere dei valori da salvare e illuminare con il Vangelo. Hanno ancora molto cammino da fare per scoprire e vivere coscientemente l’ amore e la paternità di Dio, e la Parola del Signore Gesù. Anche con i ragazzi dell’internato che, pur partecipando a varie attività in parrocchia e alle celebrazioni, bisogna aver pazienza per fare loro comprendere il messaggio di Gesù affichè si sentano liberi dai limiti imposti dalla cultura. Manca in loro la capacità di discernere per liberarsi da ciò che la cultura blocca e scegliere quello che in ella è positivo.

Come vivi questo tuo servizio per aiutare i pigmei?

Mi sento come un pastore che cerca di condurre le pecore che gli sono affidate all’ovile per incontrare il vero Pastore. Dobbiamo armarci di quella virtù che si chiama pazienza, e che senza la quale non si puoi lavorare tra i pigmei.  Questo dell’impegno pastorale è la mia vocazione. Noi stiamo seminando e non sappiamo chi raccoglierà.  E’ un dovere che mi riempie il cuore e lo faccio con gioia per aiutare questo popolo à scoprire l’Amore di Dio Padre, rivelatoci da Gesù e che possono comprendere con l’aiuto dello Spirito Santo. Prego ogni giorno la Santa Vergine Maria che li aiuti a conoscere Gesù come Fratello che ci rivela la Parola e il Volto di Dio.

Come è visto tuo servizio dalla gente di Mungbere?

Vedono che, come si dice, mi do corpo e anima, e apprezzano e sostengono questo impegno. Quando ci sono problemi vedono che li condivido, quando soffrono sono presente: faccio causa “comune con loro”. Devo ringraziare la comunità comboniana, prima responsabile di questo impegno, che mi appoggia e sostiene anche economicamente. Alle mie dipendenze ci sono poi due mamme impegnate per la cucina e garantire almeno 140 pasti al giorno; un’ altra mamma incaricata di lavare la biancheria, due ancora per tenere in ordine le strutture e cortili e infine una sentinella per garantire sicurezza e presenza notturna. Con i ragazzi bisogna sempre essere vigilanti e dinamici.

Ringrazio Eva per avermi dedicato un po’ del suo tempo prezioso e per averci regalato questa sua testimonianza di vita.