Quanto a lungo si può ignorare una guerra? E quanto il nesso tra conflitti, crisi umanitarie e sanitarie, potenzialmente anche globali? La risposta si evince guardando ai media e alla politica: lo si può fare a lungo, anche per sempre. Poi, però, suonano delle sveglie.

Notizie che ci ricordano che la guerra ha un impatto enorme sulla salute di chi la vive e che siamo tutti parte della stessa One Health, paradigma della connessione tra salute umana, natura ed ecosistemi.

Non tutti gli effetti dei conflitti e della precarietà che producono si possono controllare. L’attuale epidemia di Ebola nell’est della Rd Congo è emblematica. Il focolaio è partito dall’Ituri, fronte meno noto di una instabilità costata la vita a 6 milioni di persone dal 1996 a oggi.

Un conflitto animato da decine di milizie all’incrocio tra interessi internazionali sulle risorse, fragilità e abusi dello stato congolese e rivendicazioni politiche di vario tipo. La provincia confina col Nord Kivu, controllato in larga parte dall’M23, gruppo armato alleato del Rwanda.

Circa un quarto dei 4 milioni di abitanti dell’Ituri è sfollato, 1,9 milioni necessitano di aiuti umanitari e quasi altrettanti vivono una grave insicurezza alimentare. Nella zona sono attive varie milizie e soprattutto le Forze democratiche alleate (ADF), gruppo affiliato allo Stato Islamico tra i principali responsabili delle migliaia di morti che ogni anno si verificano nell’oriente congolese.

Per contrastare le ADF, da novembre 2021 sono schierate in Ituri anche le truppe dell’Uganda, attore storicamente interessato al conflitto. Obiettivi militari e politici convergono spesso attorno al controllo delle fonti dell’oro, contrabbandato in Rwanda e Uganda e da lì sui mercati internazionali.

È l’assioma del conflitto congolese: dalla nebulosa armata emergono ben visibili le risorse che alimentano il nostro sistema economico. Da qui origina l’inerzia con cui il mondo tenta di (non) risolvere la crisi.

E adesso Ebola. Il 17° focolaio del virus in 50 anni. Si tratta del ceppo Bundibugyo, per il quale non esiste vaccino né trattamento riconosciuto, con una mortalità che può arrivare fino al 50%. I primi contagi sono avvenuti tra i villaggi minerari dell’Ituri già un mese fa, senza alcun controllo. Il 28 maggio i casi sospetti erano oltre 1000 e le morti almeno 220. Contagi e morti anche in Uganda, mentre si iniziano a imporre le prime restrizioni di viaggio.

L’OMS l’ha dichiarata emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. Le aree in cui si sta diffondendo il virus sono del tutto impreparate a contenerne la diffusione. Tra le ragioni: i continui sfollamenti, le precarie condizioni igieniche e un servizio sanitario allo stremo. Sono gli effetti della guerra citati all’inizio, un filo che se si ripercorre porta a una matassa molto più grande e sempre ignorata.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Il conflitto congolese si svolge ai bordi di uno dei più grandi bacini zoonotici del mondo, un vero vaso di Pandora di malattie infettive trasmesse da animali che la guerra continua, piano piano, ad aprire.

Servirebbe un’attenzione ulteriore anche su questo. Cooperazione internazionale sanitaria invece di chiusure e tagli draconiani, come quelli degli USA che già corrono ai ripari. Servirebbe la volontà di ripulire le reti globali di approvvigionamento dei minerali, almeno nel tentativo di intervenire su una delle cause del conflitto.

Servirebbe fare molte cose, tutte possibili con un minimo di volontà politica. L’alternativa sono crisi come quella dell’Ebola. Sta a noi decidere.


Tagli draconiani

Nell’ultimo anno gli USA sono usciti dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), hanno smantellato la loro agenzia di cooperazione internazionale (USAID) e sottratto molte risorse al settore. La quantità di aiuti destinati alla Rd Congo e all’Uganda, i due paesi, per ora, più coinvolti nella crisi dell’Ebola, è diminuita rispettivamente di oltre un terzo e di circa la metà tra il 2024 e il 2025.

Secondo una stima di un centro di ricerca dell’Università di Seattle, gli USA avrebbero tagliato quasi del tutto i fondi destinati a contrastare la diffusione di Ebola, passando dai 23 milioni di dollari spesi nel 2021 a 186mila dollari l’anno scorso.

Mentre si registrano i primi contagi tra cittadini statunitensi in Rd Congo, Washington si è impegnata a finanziare subito 50 cliniche per il trattamento del virus nelle zone colpite.

Redazione di Nigrizia