1. Le origini del Colazionando

Il servizio del Colazionando nasce definitivamente dopo aver celebrato nel 2017 la Prima giornata mondiale del Povero, istituita da Papa Francesco. Precedentemente avevamo avuto delle occasioni di condivisione in occasione del Natale o altro evento circoscritto, sempre a servizio dei fratelli e sorelle del dormitorio di Piazza della Pace.

Ci furono riunioni per articolare l’organizzazione del servizio. Alcuni preferivano organizzare un pranzo domenicale settimanale, alla fine maturò l’idea della colazione mattutina.

Alcuni punti fermi su cui si condivise il progetto del Colazionando: si trattava di condividere la colazione e non offrirla; si condivideva la domenica mattina per donare agli altri qualcosa che richiedeva una rinuncia. Dopo una settimana di lavoro ci si privava del diritto di riposare per donare qualcosa che costava tempo e sacrifici perché per alcuni costituisce una grande prova alzarsi presto la domenica mattina.

Fin dall’inizio i gruppi crearono una propria modalità di organizzazione. Si resero accessibili a tutti le chiavi di accesso agli ambienti del Colazionando affinché ciascun gruppo fosse autonomo.

Venne creata una cassa comune e il gruppo di Whatsapp per comunicazioni che riguardano il servizio e il resoconto di quello che si consuma la domenica mattina e di ciò che bisogna fornire per la volta successiva.

È giusto ricordare l’impegno, mantenuto per due anni, di sostegno all’affitto di una casa ad una donna, senza fissa dimora, fino a quando ha raggiunto la sua autonomia economica attraverso la pensione sociale; anche durante gli anni del Covid, nonostante le restrizioni, i gruppi non si sono sottratti all’impegno di fornire la colazione ed hanno anche maturato l’idea di chiedere a ciascuno dei senza fissa dimora di scegliere quale dono ricevere in occasione del Natale.

 In questi anni i gruppi si sono consolidati, ci sono stati egressi e nuovi ingressi.  Giovanni Costanza, segretario del gruppo, conserva su un quaderno i verbali degli incontri con i temi di formazione, le attività programmate e le ulteriori verifiche.

 

  1. L’attivismo che può impoverirci interiormente

Questa riflessione nasce dai nomi dei gruppi che avevo scelto per il colazionando: Marta e Maria, Casa di Nazareth, Locanda del samaritano, Lavanda dei piedi.  Col tempo ho riflettuto e mi sono accorto che rispecchiano quelle che sono le motivazioni, il modo di porsi a servizio del Colazionando; i gruppi nutrono uno stile di presenza, quella pratica di servizio che nasce dalla domanda: “Quando Signore ti abbiamo visto affamato, assetato, nudo, malato e ti abbiamo accolto”? (cfr Mt 25,31-40)

I nomi dei gruppi alimentano una spiritualità che trova la sua sorgente dall’incontro con l’altro nel suo bisogno e che è immagine dello stesso Cristo.

 Marta e Maria. Per molti l’agitazione, l’attivismo frenetico, gli impegni multipli, le infinite esigenze alle quali si dedicano possono costituire una strategia di difesa per proteggersi dalle vere esigenze, per schivarsi dall’incontro con l’altro, per non lasciarsi interpellare dall’ospite. L’atteggiamento contemplativo tipico di Maria non si oppone al servizio di Marta per cui non si tratta di eleggere una a scapito dell’altra; ambedue rappresentano due dimensioni che dovrebbero armonizzarsi e integrarsi nella stessa personalità per essere veri discepoli del Nazareno. È necessario servire il Signore come fa Marta, ma è necessario ascoltarlo come fa Maria. Ci si può impegnare in differenti cose, ma senza perdere di vista l’unica necessaria: la centralità della persona di Gesù che, puntualmente la domenica, ci visita nei volti di ognuno che arriva per fare colazione, ma che sente il bisogno di sentirsi accolto così com’è.

Casa di Nazareth mi piace riprendere una parte del discorso di Paolo VI tenuto a Nazareth, il 5 gennaio 1964. “La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo. Nazaret ci insegna il silenzio”.

All’ascolto e al servizio segue anche il silenzio che non è mutismo ma segno di ospitalità perché è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro in una forma mite, senza pretese. Quando l’ascolto è seguito dal silenzio, perché vengono messi a tacere impressioni, preconcetti, letture confezionate, genera nell’altro un inizio di riscatto della propria storia fatta di delusioni, ricadute, fallimenti. È l’inizio di un cammino rigenerativo. È un’azione concreta di quel prendersi cura dell’altro in cui i cristiani si riconoscono; perché dove c’è accoglienza, ospitalità e apertura all’altro si respira il buon profumo di Cristo (cfr 2 Cor 2,15). Ed è in questo stile di fiducia che tra un caffè e un cornetto, seduti al tavolino, si sbriciolano confidenze mai raccontate a nessuno ma custodite gelosamente, nello scrigno della propria intimità.

Nazareth è la quotidianità, la ferialità della vita, è far trapelare una sensibilità a servizio della vita di chi vive. Ammiro chi programma il suo servizio non in forma occasionale e conveniente, ma tenendo conto dell’appuntamento mensile, priorizzandolo su altri impegni familiari o di convenienza.

 Locanda del samaritano. Nel Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata del Malato 2026, si cita il samaritano che “«si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato il proprio tempo».  L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono…” Penso al dono del tempo nel preparare ciambelle, latte, lanche farciti e anche nel pagare di tasca propria  quando emerge una urgenza per un farmaco, un bisogno particolare o nell’acquisto dei doni natalizi. La locanda più che un luogo definito è uno spazio aperto e abitato, reso accessibile a tutti e anche flessibile perché richiede adattabilità alla volubilità del tempo. La locanda per molti fratelli e sorelle senza fissa dimora è un appuntamento puntuale domenicale dove trovare ristoro senza la preoccupazione di dover passare dalla cassa perché non solo c’è un caffè sospeso, ma c’è molto di più da ricevere in termini di amicizia, gratitudine e di abbracci cordiali.

 Lavanda dei piedi. È la manifestazione più bella di reciprocità, di scambio di doni. È vivere la dimensione eucaristica, secondo il Vangelo di Giovanni, perché intrisa di umiltà, di gioia, di lode e anche riverenza verso l’altro. È lasciarsi lavare i piedi dall’altro per evitare di scadere nella autoreferenzialità. È riconoscere i doni di Dio presenti nell’altro e apprezzarli perché nessuno è così povero da non avere niente da dare o così ricco da non poter ricevere niente dall’altro. La lavanda dei piedi insegna ai gruppi, alla comunità parrocchiale di Santa Lucia che l’amore per il prossimo è la prova tangibile che il mio amore verso Dio è autentico.

 

E il Colazionando svolto la mattina presto rende le nostre Eucarestie domenicali intrise dell’acqua sporca dei piedi di questi fratelli e sorelle senza fissa dimora che durante la giornata camminano alla ricerca di ristoro, ma che già dimorano stabilmente nel cuore di Dio e, sono ormai parte stabile di questa famiglia molto precaria ma dalle mille risorse, perché farsi prossimo richiede sempre una dose di creatività e di pazzia, altrimenti non si può resistere.

 

 P. Antonio Guglielmi, mccj

Parroco a Santa Lucia in Palermo

01 marzo 2026