Eravamo in moltissimi a salutare padre Eliseo Tacchella sabato 7 febbraio presso la Casa Madre dei Comboniani a Verona. Ci siamo ritrovati in oltre cento suoi amici per vivere insieme l’Eucaristia di ringraziamento in vista del suo ritorno in Congo, organizzata dal gruppo dei Laici Missionari Comboniani. Una celebrazione vissuta con intensità e con momenti commoventi nel chiudere gli otto anni trascorsi da Eliseo a Verona: nell’animazione missionaria, in particolare con i Laici Comboniani, nel servizio di superiore della Casa Madre dei Comboniani e membro del Consiglio provinciale, e come responsabile dei religiosi della diocesi di Verona. Davanti alle reliquie di san Daniele Comboni, nella cappella-santuario che porta il nome del Fondatore, erano ben visibili un mappamondo, la carta geografica della Repubblica del Congo e numerosi simboli depositati durante l’offertorio, tra i quali faceva bella mostra un paio di scarponcini a significare il cammino che Eliseo proseguirà nella missione di Isiro, in Congo, alla quale è stato destinato.

«Carissimo Eliseo, sapere che la porta del tuo ufficio era sempre aperta per noi ed eri sempre disponibile ad accoglierci e ad ascoltarci è stata l’esperienza più bella che, come laici comboniani, abbiamo vissuto con te» ha detto tra l’altro introducendo la celebrazione un rappresentate degli LMC, «Lo stesso bene che hai fatto a noi e a molti altri in questi anni ti auguriamo che lo possa trasmettere ancora anche in Congo, dove ti attendono nuove sfide e tante gente che ti aspetta. Resteremo uniti nello stesso impegno per la missione».

Eliseo non è facile a commuoversi ma ha voluto esprimere il proprio grazie con la voce un po’ tremante…! La presenza di un numero così grande di persone è stata la migliore conferma della generosità e della disponibilità di Eliseo negli anni spesi in Italia con un occhio sempre attento alla futura ripartenza, dopo che – come egli stesso ha menzionato nell’omelia – era rientrato un po’ controvoglia in Italia rispondendo all’insistente appello dei responsabili della Provincia italiana.

Partito per un’esperienza in Congo nel 1979, padre Eliseo dopo gli studi era stato ordinato sacerdote nel 1982 e dal 1989 al 2017 aveva prestato lunghi anni di servizio missionario in Congo, in varie missioni ma soprattutto a Beni, una zona particolarmente segnata dalla violenza e dalla guerra, e tuttora in piena situazione di conflitto, nel Congo orientale (Nord Kivu). In molte occasioni padre Eliseo ha avuto modo di raccontare, negli anni dal rientro in Italia, la complicata situazione del Paese, dove la guerra ha prodotto oltre a milioni di vittime ingiustizie d’ogni sorta legate allo sfruttamento delle ambitissime risorse del paese – soprattutto coltan e cobalto – estratte e sfruttate da varie multinazionali, dal governo di Kinshasa e da Rwanda e Uganda.

La serata della festa di saluto a padre Eliseo si è conclusa con un eccellente buffet con cibi succulenti cucinati dai partecipanti che li hanno condivisi e la consegna a Eliseo di alcuni regali e un volume fotografico in cui sono state raccolte le avventure finora da lui vissute in Congo e in Italia. La benedizione finale e l’abbraccio e il saluto di tutti gli amici hanno infine coronato una giornata che rimarrà nel ricordo di padre Eliseo dopo il suo ritorno in Africa. Il Signore ti accompagni nel tuo amato Congo!

 

 

Giovedì 22 agosto 2024
In Repubblica Democratica del Congo si inasprisce la guerriglia a est: violenza e atrocità, gruppi paramilitari dal Ruanda e Adf islamista. Tra colonialismo economico e miniere di coltan e cobalto. Il ruolo dell’Uganda e quello della Cina. Il racconto dei missionari. [Nella foto: P. Eliseo Tacchella. Testo: Ilaria De Bonis – 
SIR]

In Repubblica Democratica del Congo, dopo essere uscito di scena il golpe fake del 19 maggio scorso (forse un tentativo di colpo di Stato goffamente organizzato), torna alla ribalta il vero tema: la guerra. Quella di cui nessuno parla. Una atroce routine per il popolo martire, fatta di guerriglia e di morte nelle foreste. La perversa normalità della violenza usata dai gruppi armati nell’Est del Paese, sta raggiungendo punte di disumanità mai viste. Soprattutto perché i protagonisti di queste ultime nefandezze sono sempre più spesso dei ragazzini: lo dimostrano le immagini di un video circolato a maggio scorso su canali social “privati”, che lasciano senza parole chi ha la pazienza (e il fegato) di guardare.

“Scene diaboliche”, commenta alla redazione di Popoli e Missione padre Eliseo Tacchella, missionario comboniano per decenni a Beni, nel Nord Kivu e oggi in Italia. Questa mattanza, il carnage, come dicono in Africa francofona, è stato ripreso per intero con un telefonino. Evidentemente per darlo in pasto a fruitori locali, a dimostrazione della spietatezza dei “miliziani ragazzini”. Un gruppo di uomini giovani è stato catturato (pochi mesi fa) nel bush da una decina di ragazzini e uomini adulti con in mano kalashnikov e machete.

Esecuzione di massa. Dopo pochi minuti di queste scene, avviene una vera e propria esecuzione di massa – dopo che uno dei miliziani ha pronunciato parole per noi incomprensibili, in lingua locale – e nel verde della foresta saltano delle teste. Corpi di esseri umani trattati come tronchi d’albero; colpiti dai machete come si colpisce l’erba alta della foresta: è uno dei molti atroci episodi di violenza ad opera sia dell’Adf (in questo caso specifico pare fossero suoi miliziani), milizia armata “islamista” affiliata all’Uganda, sia dell’M23, il secondo maggiore gruppo armato, finanziato stavolta dal Ruanda.

Le cronache hanno raccontato questo nei mesi passati, fatti di ennesime mattanze e perdita totale di umanità: una decina di agricoltori del territorio di Beni ha perso la vita in due attacchi armati. Brutalmente uccisi. Prima sei persone intente al lavoro dei campi sono state ammazzate a colpi di machete dai miliziani. È probabile che il video di cui parlavamo poco sopra si riferisca proprio a questo episodio. Ma subito dopo, in un secondo assalto, nel villaggio di Upende, quattro persone muoiono per un incendio doloso appiccato alle loro case. Il giornale online di Kinshasa, Actualite.cd entra nei dettagli. Il conflitto tra esercito congolese e milizie si è intensificato nelle ultime settimane di maggio 2024 anche grazie al sostegno dei wazalendo, letteralmente “i patrioti”, giovani civili chiamati ad armarsi dal presidente Félix Tshisekedi. Come una sorta di milizie civili.

Coltan e Ruanda. “Dall’inizio dell’anno ad oggi – denuncia Marie Brun, coordinatrice di Medici Senza Frontiere a Goma – abbiamo visto fuochi incrociati ed esplosioni di granate dentro i campi profughi, sia di notte che di giorno. Abbiamo registrato 24 episodi violenti che comprendono veri e propri bombardamenti, sia dentro che attorno ai campi nei quali lavoriamo”. Una crisi permanente dovuta al conflitto per nulla strisciante con il Ruanda, “Paese che finanzia le milizie armate dell’est, rendendo la vita impossibile a milioni di persone”, dice padre Tacchella. Il quale si è sempre battuto per far luce sulle miniere illegali di coltan e sulle conseguenze nefaste dell’economia predatoria. Oggi va nelle scuole italiane per raccontare ai ragazzi i motivi della paradossale povertà e della guerra nel ricchissimo Congo. “I prezzi del coltan in loco sono bassissimi: i minatori vengono pagati un nulla, ma il prezzo lievita quando il minerale arriva in Ruanda”, racconta. Poi da lì nei Paesi arabi o in Occidente. “Da fuori, dal mio punto di osservazione, non vedo affatto la buona volontà della presidenza di Félix Tshisekedi a voler metter fine agli attacchi delle milizie armate” sui villaggi del Nord Kivu, dice.

No man’s land. L’est del Congo appare come una no man’s land: un territorio vastissimo che sfugge al controllo dell’esercito e non è tutelato in nessun modo. Il presidente Félix Tshisekedi e il suo entourage (di cui fa parte Vital Kamerhe, il parlamentare preso di mira nell’attacco del 19 maggio scorso), non sono abbastanza forti nell’annientare la guerriglia. Manca completamente il sostegno internazionale alla Rdc, perché sostenere Tshisekedi significherebbe ammettere che il Ruanda di Kagame gioca un ruolo di aggressore e ha responsabilità enormi nel conflitto. Ruolo peraltro chiaramente emerso dai report delle Nazioni Unite. D’altra parte, agli occhi del popolo e dell’opposizione congolese, questo presidente (ex pupillo di Kabila) non ha i numeri per imporsi e per rendere davvero sicuro il suo Paese. Non stupisce dunque che ci sia chi tenti di sovvertire l’ordine.

Tragica commedia. “Il presunto golpe a me è sembrato una commedia tragica”, commenta Tacchella. “È stato subito sventato, il governo ha reagito in modo cruento, uccidendo delle persone, ma non c’era la benché minima preparazione da parte di chi lo ha organizzato”. Ben altre tragedie colpiscono invece il popolo di Goma (capoluogo del Nord Kivu) senza che si provveda ad esso: settimane fa nel campo di sfollati di Mugunga centinaia di persone sono rimaste senza casa perché una bomba ha colpito i loro accampamenti già precari. Lo stillicidio di sofferenze cui sono soggetti i più poveri tra i congolesi preoccupa i nostri missionari più di quanto non faccia un tentativo di golpe fallito.

“Attorno a Goma la situazione è tremenda, la gente nei dintorni della città sta molto male”, ripete padre Eliseo. Appena un giorno prima del coup d’Etat, il 18 maggio, a Butembo, la società civile che rappresenta le famiglie di sfollati, si era riunita per denunciare inascoltata “la situazione umanitaria che peggiora di giorno in giorno”. “Le famiglie sfollate ritengono che 13 dollari al mese per vivere sono troppo pochi!”, denuncia la società civile organizzata. E in effetti così non si campa. Lo racconta una radio-web locale: Radio Okapi, mostrando nel sito le foto delle tende di fortuna, dei grandi pentoloni adagiati sul terreno, dove un fuoco brucia con delle brodaglie e i bambini sono malnutriti, come nell’accampamento di Rutshuru. I motivi di insoddisfazione popolare sono tanti, conferma Eliseo, a partire dall’assoluta “inazione” o inefficacia della leadership congolese nel fermare il conflitto armato a est del Paese.

Nel Kivu l’emorragia di coltan, cobalto e oro, illegalmente sottratti al Paese dalle milizie infiltrate dal Ruanda, “non solo impoverisce l’economia – spiega padre Tacchella – ma alimenta la guerra”. Perché è proprio grazie alla rivendita (illecita) di questi “minerali proibiti” che le decine di milizie ribelli, in particolare l’M23, prosperano, si armano e proseguono il conflitto contro l’esercito regolare. Nel Sud Kivu invece è l’oro a costituire la maledizione delle popolazioni locali.

I cinesi nel Sud Kivu. Sei società minerarie cinesi da almeno cinque anni sfruttano illegalmente le risorse d’oro e legname “in modo anarchico, opaco e con la complicità delle autorità politiche e militari africane”. Questo denunciano quattro associazioni locali di Mwenga, guidate da Fian International. “Queste società cinesi espropriano terreni senza preavviso e senza risarcimenti. La gente si ritrova da un giorno all’altro privata dei campi di manioca, dei loro stagni per l’itticoltura o delle piantagioni di palme”, racconta al telefono da Wamuzimu don Davide Marcheselli, sacerdote associato ai saveriani. Ma la vera e più recente “maledizione” del Congo non è né il coltan, né l’oro. La iattura di chi è nato in questa terra ricchissima e straordinaria, in un momento della storia del mondo collegato alle auto elettriche e all’economia “verde”, è il cobalto.

Quasi tutto il potenziale di cobalto esistente nelle 17 miniere del Paese (al confine con l’Uganda) è nelle mani dei cinesi. “Nel prossimo futuro non sarà possibile evitare di estrarre il cobalto dal Congo, il che significa che non sarà possibile evitare i danni che l’attività mineraria provoca alle persone e all’ambiente nelle province della Rdc. Anche dopo che i progettisti avranno trovato un modo per eliminare il cobalto dalle batterie ricaricabili senza sacrificare le prestazioni o la sicurezza, la miseria del popolo congolese non finirà”. Così scrive Siddharth Kara in “Rosso cobalto, come il sangue del Congo dà energia alle nostre vite”. “Ci sarà sicuramente un altro minerale che sonnecchia nel sottosuolo che sarà reso prezioso dall’economia globale. Da generazioni è questa la maledizione del Congo”.

Ilaria De Bonis, redazione di Popoli e Missione – SIR