Santa Claus era scoraggiato e forse un po’ triste, perché i bambini non scrivevano più letterine come prima. Usavano molto il cellulare o l’internet per chiedere i regali. Spesso erano i genitori o i fratelli maggiori a mandare email. Anche Santa Claus si era modernizzato e usava internet, ma si era stancato presto. Volle tornare a come prima. Preferiva essere chiamato Papà Natale e dava precedenza alle letterine scritte a mano. Inoltre era un po’ adirato perché qualche insegnante, e anche più di un prete, aveva detto che Papà Natale non esisteva. “Io esisto e sono felice della mia barba bianca e del mio vestito rosso”, gridava, parlando da solo. “E sono felice quando vedo i bambini del mondo felici. Papà Natale o Santa Claus significa amare, pensare ai più piccoli, far felici i bambini. Papà Natale esiste perché esiste l’amore, perché insegna che i bambini sono dei tesori da custodire, proteggere, difendere e voler bene. Anche Gesù aveva detto: ‘Lasciate che i bambini vengano a me’. E li benediceva”. Nella sua tristezza, Babbo Natale rovistava i sacchi di lettere che non era riuscito a leggere nel passato. C’erano lettere sporche di polvere, particolarmente quelle che venivano dalle zone di guerra. Le aveva lasciate nel ripostiglio perché erano troppo tristi. Ma nella sua angoscia iniziò a leggerne qualcuna. Pensava con le lacrime agli occhi: “Sono lettere che cercano speranza e pace. La pace: a Natale si augura pace agli uomini e donne di buona volontà”. Lesse varie lettere che non era riuscito a consegnare, e il suo cuore venne colpito da desideri di speranza. Lesse e rilesse una lettera di un soldato alla mamma: “Cara mamma, non so se questa lettera ti raggiungerà. Voglio trascorrere questo Natale di guerra con te. Mi hanno mandato qui per difendere la libertà, ma non ho la libertà di visitarti e di vederti. Vivo nella prigione di una guerra assurda. Un Natale triste! Mamma, ti debbo dire una cosa, quello che ti ho detto poche volte a voce: ti voglio tanto bene e non t’ho mai amato tanto come ora. Penso solo a te. Mi pare d’averti accanto. La comunione dei cuori è infinitamente più calda e più vera di quella fisica. Ripeto ora le preghiere che mi insegnavi tu e mi danno coraggio. Spero di uscire vivo da questo inferno, da questa guerra fredda, spietata, e tornare da te e non lasciarti mai più. Qui devi sparare per uccidere. E in quei momenti sai che chi sta al di là di quel confine è un giovane come te, con l’unica colpa di indossare una divisa di un altro colore. Sono stanco di tutto quello che sta succedendo; qui vedo morti, tanti morti; troppi morti. Non voglio sparare, non posso spezzare la vita di giovani come me. Non posso spezzare il cuore di altre mamme, che, come te, aspettano il ritorno del loro figlio. Chi detta solo leggi dalla propria scrivania, dicendo di combattere per la patria sempre e comunque, non sa che cosa noi abbiamo visto, udito, provato, e non potrà mai rendersene conto. Mamma, ho bisogno di te, ho bisogno del tuo…” Babbo Natale scrolla la testa e sussurra: “E la lettera finisce qui. Senza nome, senza firma. Era un figlio che scriveva alla mamma sognando tempi di pace. Vorrei mandarla a tutte le mamme che hanno un figlio in guerra, a tutte le mamme che aspettano il ritorno dei loro figli, ignare che non torneranno più. E vorrei mandare tutte queste lettere dei soldatini ai diversi Erodi e Ponzio Pilato o Barabba di turno, che hanno ucciso migliaia di giovani, di donne e bambini per sentirsi potenti, importanti e superiori a tutti. Potenti e prepotenti, potete lavarvi le mani mille volte, come Ponzio Pilato…ma saranno sempre sporche di sangue di quei soldati e civili che voi avete ucciso”. Babbo Natale prepara i suoi nuovi viaggi: Si, passerà per le zone di guerre, quelle più crudeli, con canti e musica di pace.



