Dieci anni in mare e oltre 180mila persone messe in salvo, dal 2015 a oggi. Questo, in due numeri, il bilancio di quella flotta civile umanitaria composta dalle navi e aerei delle ONG impegnate nel Mediterraneo centrale nelle operazioni di ricerca e soccorso.

10 anni e oltre 180mila vite, nonostante leggi che contrastano di fatto le operazioni di soccorso, assegnano porti lontani per tenere distanti le imbarcazioni dai luoghi di salvataggio, multano per non aver concordato la restituzione di quelle vite nelle mani di una guardia costiera libica pagata da Italia ed Europa per riportare indietro uomini e donne, bambine e bambini, nei lager detentivi.

10 anni, in cui, di fatto, la presenza salvifica delle ong ha sostituito il dovere europeo di soccorso in mare, un dovere sancito dal diritto internazionale, un dovere venuto meno, sostituitosi con politiche atte a esternalizzare le frontiere, a trattenere e respingere. Politiche, che hanno visto finanziare Libia e Tunisia con oltre 240milioni di euro. Nonostante proprio in questi paesi, considerati “sicuri”, avvengano, documentate da anni, violazioni di diritti umani.

Le ONG impegnate nel Mediterraneo centrale nelle operazioni di ricerca e salvataggio a oggi contano su 15 navi, 7 imbarcazioni e 4 aerei. In quel tratto di mare cimitero a cielo aperto, rotta migratoria tra le più mortali al mondo, in questi dieci anni sono morte o disperse oltre 22mila persone. Quasi 1.200 dall’inizio di questo 2025, secondo i dati diffusi dall’OIM, Organizzazione internazionale delle migrazioni.

10 anni dal 2015, un anno non casuale. Nel 2014 finisce la missione europea Mare nostrum, che salvò in un anno oltre 100mila persone, missione nata all’indomani di quella che è diventata forse la strage migrante più conosciuta, quella del 3 ottobre 2013, quando davanti alle nostre coste persero la vita almeno 368 persone, per lo più eritree.

Negli anni tutta la politica cambia, inizia nel 2019, con i decreti Salvini, una criminalizzazione delle ONG, iniziano i fermi delle navi. Dal 2023, ben 35 volte le navi delle ONG sono state bloccate in porto, e sempre più spesso l’assegnazione dei porti è diventata sempre più distante, aggiungendo più di 760 giorni di navigazione forzata, oltre 300mila chilometri in più, alle imbarcazioni di soccorso.

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