Per la prima volta su suolo africano, il passato fine settimana il Gruppo dei Venti (G20) si è riunito a Johannesburg, in Sudafrica. Nelle settimane precedenti all’evento, l’aria era densa di eccitazione.
Ospitare questo forum globale era visto come una rara occasione per l’Africa di plasmare l’immaginazione economica e politica del mondo, mettendo al centro le sue esperienze, prendendosi lo spazio di solito occupato dal racconto che del continente viene fatto da fuori, da lontano.
Tuttavia, la gioia iniziale è rapidamente sfumata. La decisione statunitense di boicottare il forum, seminando discredito sulle politiche del governo sudafricano, è suonata fin troppo familiare: l’autonomia africana, ancora una volta, veniva trattata come negoziabile dalle grandi potenze.
Nonostante tutto ciò, il Sudafrica non si è scomposto. La nazione si è fatta avanti con fiducia e si è impegnata nel realizzare un evento la cui portata non è stata possibile ignorare.
Un forum per chi
Chi scrive per primo ha percepito la portata di questo peso sulla propria pelle, in qualità di abitante di Johannesburg. La trasformazione della città è cominciata in modo sottile, con i segnali di recente installazione sulla superstrada M1 North ad annunciare l’arrivo dei 20 leader globali: un promemoria visivo del convergere sulle nostre strade dei potenti della terra.
Meno sottile è stato il massiccio dispiegamento di sicurezza da parte del governo. Strade intere sono state chiuse, l’accesso ad alcuni quartieri è stato deviato mentre squadre tattiche di polizia e personale sanitario di emergenza sono state schierate in strada.
Era impossibile non percepire che qualcosa di significativo si stesse svolgendo in città; anche se rimaneva ancora da capire, in effetti: significativo per chi?
Quest’incertezza era condivisa da molti. Nei taxi, nei caffè e nei corridoi universitari circolava la stessa domanda: cosa farà esattamente questo summit per i cittadini africani comuni?
Per molti il G20 non è altro che l’ennesimo spettacolo cerimoniale, un’opportunità per i leader di vivere un soggiorno elegante, pronunciare discorsi raffinati e poi partire senza aver cambiato nulla delle realtà di coloro che sopportano il peso della povertà, della disoccupazione o della violenza di genere.
Lo shutdown contro gli abusi
La società civile, in particolare le donne, ha fornito uno dei contrappunti più decisi a questo scetticismo. Con lo “sciopero” G20 Women’s Shutdown, l’organizzazione Women For Change ha esortato donne, ragazze e persone della comunità LGBTQ+ ad astenersi da tutto il lavoro retribuito e non retribuito per un intero giorno, venerdì 21 novembre, alla vigilia della due giorni del Forum.
L’obiettivo era farsi sentire economicamente, socialmente e simbolicamente. Questa azione si è iscritta nell’ondata di mobilitazione che sta attraversando il Sudafrica soprattutto da quando il presidente Cyril Ramaphosa ha formalmente definito “emergenza nazionale” il diffondersi di violenza di genere e femminicidi.
Lo shutdown ha voluto essere un potente promemoria: i summit internazionali non possono mascherare la crisi quotidiana di violenza che affligge molti in Sudafrica.
La Lettera globale sulla crisi del debito
Anche le comunità di fede hanno partecipato all’iniziative della società civile sudafricana per il G20. La Conferenza dei vescovi cattolici sudafricani (South African Catholic Bishops’ Conference), Caritas Sudafrica e teologi di varie tradizioni hanno contribuito alla Lettera globale dei leader di fede ai leader del G20 sulla Crisi del debito, pubblicata nei giorni scorsi.
Il loro messaggio è stato inequivocabile: molti paesi africani e a basso reddito spendono più per il rimborso del debito estero che per l’istruzione, la sanità, le infrastrutture o l’adattamento climatico. Se il G20 intende costruire un futuro in cui la speranza è possibile, deve affrontare il profondo fallimento morale insito nell’architettura del sistema debitorio globale.
Un fardello che non è etico
Questo focus sul debito è sembrato particolarmente rilevante nel contesto africano. Come sostiene la filosofa Denise Ferreira da Silva, il debito emerge non solo come un meccanismo economico, ma come una tecnologia razziale e coloniale.
La pensatrice afrobrasiliana descrive il debito come “un obbligo che si porta, ma non si deve pagare”. Non perché questo sia insignificante, ma perché la sua stessa esistenza è fondata su un sistema che ha storicamente estratto terra, lavoro e vita dalle popolazioni colonizzate.
Questi debiti possono esistere economicamente ma non eticamente. Sono il risultato diretto della dominazione razziale e, pertanto, non possono essere giustificati. L’analisi di da Silva mostra come i moderni calcoli di valore, siano essi etici, economici o giuridici, si basino ancora su logiche coloniali e razziali che rendono la vita nera e indigena perpetuamente estraibile.
L’Uprising Festival
Mentre il G20 deliberava a porte chiuse poi, Johannesburg pulsava con un altro tipo di immaginazione politica. A pochi chilometri di distanza dalla sede del summit, il suggestivo scenario di Constitution Hill ospitava l’Uprising Festival.
Organizzato dal gruppo “We the 99%”, l’iniziativa si è posizionata come un contro-forum, un Summit popolare per la giustizia economica globale. Per i partecipanti il G20, in ultima analisi, rappresenta gli interessi delle élite mondiali.
La società civile, i movimenti sociali, le Chiese e le comunità, nella visione degli organizzatori, hanno bisogno di creare i propri spazi per immaginare una genuina democrazia e un’economia basato sulla giustizia.
Impegno continuo
Il tempo determinerà se le dichiarazioni uscite dal G20, dalla sostenibilità del debito alla finanza climatica, si tradurranno in un iniziative concrete per l’Africa o se svaniranno nell’ennesimo catalogo di impegni globali non mantenuti.
Ciò che è già chiaro è che il lavoro di trasformazione non inizia né finisce con i leader mondiali. Continua attraverso la dedizione delle persone comuni, delle comunità di fede, degli attivisti e di tutti coloro che rifiutano di accettare un mondo strutturato da gerarchie razziali, economiche e di genere.
Se il Sudafrica, e l’Africa in senso più ampio, spera di coltivare un futuro fondato sulla giustizia, allora lo smantellamento coloniale non può rimanere un’idea sulla carta. Deve diventare un mandato collettivo. Solo allora potremo muoverci verso la vita piena prevista nella tradizione cristiana, dove la dignità, la giustizia e la prosperità non sono il privilegio di pochi, ma il diritto di nascita di tutti.



