Si trattava di far capire ai discepoli di Gesù che tutti dovevano accogliere l’invito di Cristo: “Di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della Terra” (Atti 1, 8). Il secondo motivo riguarda la gratuità e l’universalità della salvezza.
Ed è precisamente anche il messaggio delle letture di questa 28° Domenica del Tempo Ordinario. Già la prima lettura (tratta dal 2° libro dei Re, scritto verso il VI-V secolo prima di Cristo) narra la grande rivelazione fatta attraverso il ministero del profeta Eliseo. Questa rivelazione ci spiega come Dio sia il Dio di tutta l’umanità e che le sue grazie non si comprano, ma si accettano con riconoscenza. E’ la famosa storia di Naaman, il Siro, lebbroso, guarito dalle acque del fiume Giordano, in cui si immerse 7 volte, secondo le indicazioni del profeta Eliseo. Naaman voleva “pagare” la guarigione ottenuta. Il profeta rifiutò, ma gli permise di portare nel suo paese un po’ di terra di Israele, sulla quale fare sacrifici, una volta tornato in Siria. Naaman esclamò anche: “Ecco ora so che non c’è Dio su tutta la Terra se non in Israele!”. Riconobbe in questo modo che solo il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè era l’unico vero Dio.
A quei tempi ogni paese aveva il suo Dio. La Riforma Protestante, proponendo il principio giuridico “Cuius regio eius et religio” (= “a ogni regione la sua religione”, cioè ogni paese doveva seguire la religione del Principe. Il principio fu approvato nella pace di Augusta del 1555) faceva un salto indietro, riproponendo il Dio territoriale, quello dell’Antico Testamento. I Protestanti, per esempio, sono sottomessi in generale al potere locale. Il Re d’Inghilterra, Carlo III, è anche il Papa della Chiesa Anglicana!
L’insegnamento di Gesù continua sulla linea del profeta Eliseo. Nel brano del Vangelo di oggi infatti (Luca 17, 11-19), si racconta della guarigione di 10 lebbrosi da parte di Gesù. La legge mosaica (Levitico 13, 45-46) imponeva l’allontanamento dei lebbrosi dalla società; dovevano coprirsi il volto fino al labbro superiore, avere un campanello ai piedi e gridare a chi si avvicinava: “Impuro! Impuro!”. Infatti chi toccava un lebbroso diveniva immondo pure lui. Erano 10, il numero legale per formare una comunità di lettura della Parola di Dio, della celebrazione del Sabato e della Pasqua. Ma erano esclusi dalla società. Qui però rappresentano tutta l’umanità. Tutti, dice san Paolo, siamo immondi, cioè immersi nel peccato (Romani 3, 23).
Gridarono da lontano: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!” (Luca 17, 13). I lebbrosi chiamano Dio per nome! Gesù (= Dio salva) è per noi il vero nome di Dio. Siamo amici di Dio proprio quando riconosciamo la nostra lebbra, la nostra cattiveria, il nostro peccato. E Gesù manifesta allora la vera natura di Dio, cioè la misericordia, come è descritta dal capitolo 15 del Vangelo di Luca.
“Andate a mostrarvi ai sacerdoti!” rispose Gesù, obbedendo in questo alla legge mosaica (Levitico 14, 2). Ma proprio qui sta la rivoluzione operata dal Signore. Egli accetta le strutture religiose della società del suo tempo, per svuotarle del loro contenuto. Non è più la religione del Tempio, dominata dai Sacerdoti, a dichiarare la guarigione, ma è l’obbedienza alla parola di Gesù che salva. “Andate a mostrarvi ai sacerdoti!”: i lebbrosi sono invitati a fare il viaggio verso Gerusalemme: ciò che tra l’altro era proibito dalla Legge Mosaica. Ma obbedendo all’invito del Signore, scoprono di essere mondati, ancora sulla strada.
Dobbiamo ascoltare Gesù, come ci ha invitato a fare il Padre, in occasione della Trasfigurazione (Luca 9, 35). Se seguiamo Gesù, saremo guariti, cioè perdonati e santificati. La salvezza è sempre la conseguenza della sequela (= seguire Gesù come discepoli).
I dieci lebbrosi, andando a Gerusalemme, obbedendo a Gesù, furono guariti. Ma uno solo tornò indietro “glorificando Dio a gran voce e si prostrò ai suoi (di Gesù) piedi, rendendogli grazie. E questi era un Samaritano” (Luca 17, 15–16). Samaritano e lebbroso: doppiamente escluso dalla società, condannato alla perdizione per sempre. Ma non per Gesù che lo accoglie e accetta il suo grazie.
“Uno solo” (Luca 17, 15): la salvezza era stata donata a tutti, ma uno solo tornò per ringraziare. Egli è figura del piccolo gregge che riconosce Gesù come il Salvatore. Ma questo piccolo gruppo di discepoli ha il compito, dopo aver sperimentato che è la fede in Gesù che salva, di andare dappertutto. “Di me sarete testimoni – ha detto Gesù prima di salire al Cielo – a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della Terra” (Atti 1, 8).
“Evangelizzare – ha detto Papa Francesco, citando ‘Evangelii Nuntiandi’, n° 60, esortazione apostolica di Papa Paolo VI, del 1975, – non è mai un atto isolato e individuale, ma fondamentalmente ecclesiale”. Allora noi tutti, lebbrosi purificati e guariti, diveniamo apostoli, “messaggeri di speranza tra le genti” (è il titolo della GMM del 2025).
Tonino Falaguasta Nyabenda
Missionario Comboniano
Vicolo Pozzo 1
37129 V E R O N A
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