La Missione è di tutti. Il suo fondamento è il Padre, che manda il Figlio, il quale a sua volta, invia tutti noi. Matteo e Marco parlano dei dodici inviati, gli Apostoli. Luca invece preferisce parlare dei 72 discepoli inviati (Luca 10, 1). Perché 72? Settanta sono gli anziani in Israele (Esodo 24, 1), settanta sono i membri del Sinedrio, settanta sono stati i traduttori della Bibbia dall’ebraico in greco ad Alessandria d’Egitto (III secolo prima di Cristo), chiamata appunto la Bibbia dei 70. Settanta, secondo la Genesi (Genesi 10, 1 e seguenti) sono i popoli che abitano la Terra. Ma a 70 bisogna aggiungere il popolo di Israele e poi si lascia un altro posto libero, nel caso qualcuno fosse stato dimenticato. Il totale fa 72. Comunque, nella testa di Gesù, l’invio dei 72 discepoli significa la Missione al Mondo intero.
L’idea della Missione non è estranea neppure alle religioni non cristiane. Maometto per esempio (570-632 dopo Cristo) si definisce sempre l’inviato. Basta leggere il Corano (sura 5, versetto 92 e passi paralleli). Del resto anche la professione di fede del Musulmano, la shahadah, è esplicita: “Dio è grande e Maometto è il suo messaggero”.
Per la religione pagana, al tempo degli antichi Greci e Romani, Epitteto (50-130 dopo Cristo), filosofo stoico, per esempio, si considerava come l’inviato degli dei.
Nella Bibbia invece l’idea della Missione si riferisce esclusivamente alla storia della salvezza. I profeti sono sempre degli inviati da Dio e, grazie ad essi, il disegno salvifico di Dio si realizza.
L’invio del Figlio da parte del Padre ritorna come un ritornello, soprattutto nel quarto Vangelo. E Gesù afferma con sicurezza: “Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato” (Giovanni 4, 34). La Missione di Gesù si prolunga in quella dei suoi inviati. Chiamati appunto Apostoli ( che vuol dire inviati, e sono 12, come 12 erano le tribù di Israele), ma poi dopo con Luca, nel Vangelo di oggi (Luca 10, 1-20), sono chiamati e inviati 72 discepoli, per indicare il superamento del popolo eletto e per andare e annunciare il Vangelo a tutta l’umanità. La Missione diventa universale e la Chiesa è per forza “cattolica”, parola che significa universale.
Nessuno è chiamato per se stesso. Ognuno di noi, grazie al battesimo, è invitato ad andare verso qualcun altro. Quando la Chiesa (cioè noi) smarrisce la propria natura missionaria, cade nel clericalismo. Una tentazione facile, perché il clericalismo (o Chiesa istituzione) dà importanza ai numeri, alla organizzazione, all’appoggio politico, alla riuscita sociale. La Chiesa cioè diventa istituzionalizzata e la fede cristiana si presenta come una religione; come l’Islam, come le varie sette evangeliche o protestanti. I pastori della Chiesa-istituzione, che pongono se stessi al centro dell’ecclesialità, rinnegano la paternità-maternità di Dio (leggi la prima lettura di oggi, per capire chi è Dio) e impediscono al popolo normale di camminare verso il regno di Dio. Gesù ha gridato contro questo modo di operare: “Guai a voi, dottori della legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati e, a quelli che volevano entrare, voi l’avete impedito” (Luca 11, 52).
Allora che cosa deve fare il Missionario, cioè ciascuno di noi? Dobbiamo pregare. “Pregate il Signore della messe – ha detto Gesù, – perché mandi operai nella sua messe!” (Luca 10, 2). Compito dell’inviato, cioè del Missionario, è quello di andare, annunciare e tornare indietro all’interno della comunità che lo ha inviato, a nome del Signore. Il risultato della Missione non è di competenza dell’inviato. La religione delle statistiche, delle percentuali, dei numeri non serve a nulla. Serve solo per la vanagloria della Chiesa-istituzione. La Chiesa, la Missione, il Vangelo, i Sacramenti non sono proprietà di qualcuno o di qualche istituzione, sono solo opera di Dio. Il Missionario (cioè ciascun battezzato) deve agire per la gloria di Dio e per il bene del popolo. Ha due obiettivi nel suo operare, quasi uno sguardo “strabico”: Dio e il popolo. Il Missionario non fa che distribuire a piene mani la tenerezza di Dio e la bellezza dell’amore compassionevole del Padre. Del resto Papa Francesco lo ha spiegato molto bene nella sua Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” del 24 novembre 2013. La Missione è un invito al banchetto del Regno di Dio, è un annuncio di gioia, è una chiamata alla salvezza. “Gesù dice agli Apostoli – insegna Papa Francesco: – ‘Andate e fate discepoli tutti i popoli’ (Matteo 28, 19). San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa, non c’è ‘né Giudeo, né Greco…, perché tutti voi siete uno in Cristo (Galati 3, 28)… La Chiesa deve essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita beata del Vangelo” (Evangelii Gaudium n. 113-114).
San Daniele Comboni (1831-1881) aveva scelto, come scopo della sua azione missionaria, quello di annunciare il Vangelo. Non cercava nell’Africa Centrale un posto dove esercitare la sua autorità, ma voleva attorno a sé una comunità di fratelli e sorelle, di pari dignità di tutte le altre Chiese del Mondo. Nelle Regole dell’Istituto delle Missioni per la Nigrizia, del 1871, così scriveva: “Il Missionario della Nigrizia, spoglio affatto di tutto se stesso…, lavora unicamente per il suo Dio, per le anime le più abbandonate della Terra, per l’eternità…. Il Missionario opera sulla parola del Signore e di quella dei Pastori della Chiesa, come docile strumento della volontà divina. In ogni momento, ripete con profonda convinzione: ‘Servi inutiles sumus… Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’!” (Luca 17, 10).
Tonino Falaguasta Nyabenda
missionario comboniano – Vicolo Pozzo 1 – 37129 V E R O N A



