Sappiamo ormai che Gesù ha scelto i suoi Apostoli, ma in tre tappe. Prima la chiamata, poi l’esperienza di Lui e infine la Missione.  In questo modo il Signore si preoccupava della loro formazione. Per questo, dopo il loro invio, vuole sapere come è andata.

Li ha chiamati “Apostoli” (Marco 3, 14). Da dove il Cristo ha scovato questa parola, greca tra l’altro? Il termine è ignoto al greco letterario. Ma il verbo da cui deriva “apostello” significa: “Inviare”. Inviati sono gli ambasciatori, per esempio, che devono essere rispettati come l’autorità che li manda (in questo caso il re Davide: 2 Samuele 10, 1-5).

La prima Comunità cristiana ha ereditato questa usanza, quando da Gerusalemme mandò ad Antiochia Barsabba e Sila, assieme a Paolo (Atti 15, 22-23), muniti di lettere ufficiali. Sono pertanto degli ambasciatori accreditati. Non si tratta di un titolo di autorità, ma di una funzione. E’ quello che Gesù ha fatto, all’inizio della sua vita pubblica, istituendo gli Apostoli, per moltiplicare la sua presenza e per diffondere il suo messaggio.

Nel Vangelo di oggi (Marco 6, 30-34), gli Apostoli, dopo essere stati mandati, se ne tornano a riferire a Gesù il risultato della loro missione. Sono entusiasti di questa loro esperienza! Ma che cosa avevano raccontato in giro, tanto che la gente li seguiva e non lasciava loro neppure il tempo  “per mangiare”?

Nella prima lettura si parla di Geremia. Il profeta adempie correttamente la sua missione. Ma le autorità (il re Sedecia e consiglieri) fanno un altro discorso. Invece di accettare provvisoriamente il dominio di Nabucodonosor, aspettare la vera liberazione con Ciro re dei Medi, si alleano con l’Egitto e si ribellano. Allora il re babilonese fa una strage in Giuda e distrugge Gerusalemme e il tempio (nel 586 prima di Cristo). I responsabili, invece di essere i veri pastori del gregge, si comportano in maniera non conforme al discorso di Geremia e non fanno il bene del popolo. Per questo Mosè, alla fine della sua vita, prega Dio di scegliere  un successore a lui gradito e che sia una vera guida del popolo. Così egli dice: “Il Signore … metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare …, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza Pastore” (Numeri 27, 16-17).

Gesù, nuovo Mosè, è il vero pastore, il pastore buono/bello, come lo definisce il Vangelo di Giovanni (Giovanni 10, 11). Ma gli Apostoli, ambasciatori di Cristo, chiamati a moltiplicare la presenza del loro Rabbi e a diffondere il suo messaggio, come devono essere? Erano stati mandati in missione, ma al loro ritorno, il Signore non si è mostrato contento di quello che avevano insegnato. “Venite in disparte!” disse. Infatti i suoi Apostoli avevano proposto nel loro predicare un messianismo trionfatore, secondo le aspettative popolari. A quel tempo la Palestina era dominata politicamente dall’Impero Romano e tutti desideravano di essere liberati da questa situazione di schiavitù. “Venite in disparte!” ha detto Gesù ai suoi, perché c’era qualcosa da correggere nell’insegnamento che gli Apostoli credevano fosse corretto. Si trattava del Regno di Dio.

Ascoltiamo a questo proposito due biblisti francesi, Pierre Grelot e Raymond Deville. Il regno di Dio è una realtà misteriosa che Gesù è venuto a instaurare in questo Mondo. E’ l’oggetto della sua predicazione (Marco 1, 15). Non si tratta di questioni politiche e di dominazioni di popoli. Il regno di Dio viene quando la parola del Signore è rivolta agli uomini, come un piccolo seme, che poi crescerà (Matteo 13, 3-9). Per accedere a questo regno è necessaria la conversione (Marco 1, 15). Bisogna accettare la sequela del vero Messia, Gesù, che è Figlio di Dio. Non è un re, perché il suo regno non è di questo Mondo, come ha risposto alla domanda di Ponzio Pilato (Giovanni 18, 36). Ma è un re secondo la tradizione davidica, perché con la sua Pasqua ha redento l’umanità intera. Per entrare in questo regno, è necessaria la conversione, cioè l’applicazione nella nostra vita delle Beatitudini (Matteo 5, 1-12). Questa conversione è come una nuova nascita, come ha spiegato Gesù a Nicodemo (Giovanni 3, 1-8). Questo Regno inoltre non è riservato al solo Israele, ma a tutti i popoli dell Mondo (Matteo 8, 1112).

Per completare la formazione dei suoi Apostoli, Gesù montò su una barca con i suoi collaboratori per raggiungere un luogo deserto. Ma molti li videro attraversare il lago di Galilea e indovinarono il luogo  della loro meta. Vi si diressero a piedi. Quando i nostri sbarcarono, c’era già sulla sponda una grande folla. Allora Gesù ne ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore e si mise a insegnare…. (Marco 6, 35). E’ la lezione pratica di quello che gli Apostoli dovranno fare. Lo faranno dopo la Pasqua.

Dopo la Pentecoste, ci sarà il tempo della testimonianza, affidata agli Apostoli. Sarà il tempo della Chiesa. Al termine di questo tempo, con la venuta finale del Cristo, i discepoli del Signore sentiranno queste parole, pronunciate dal Giudice supremo, cioè il Cristo Gesù, il Messia, il Re dell’Universo: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla creazione del Mondo” (Matteo 25, 34).

San Daniele Comboni (1831-1881) considerava la sua vita un dono da offrire  agli Africani, perché anche loro potessero avere la grazia di entrare nel Regno di Dio. Così scriveva a don Goffredo Noecker, il 9 novembre 1864: “L’Africa e gli Africani si sono impadroniti del mio cuore. Io vivo solo per essi!”.

 

Tonino Falaguasta Nyabenda

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