La quarta Domenica di Quaresima si chiama anche: “Dominica in laetare” e cioè dal latino: Domenica della gioia.  Siamo ormai alla metà del tempo quaresimale e si intravede la grande festa di Pasqua. E’ giusto fare una pausa e manifestare un po’ di allegria. Il colore rosa dei paramenti liturgici indica appunto questo: interruzione del tempo di penitenza e di digiuno per vivere la felicità della Pasqua vicina.

La prima lettura di oggi (2 Cronache 36, 14-23) parla della cattività babilonese, come castigo per l’infedeltà di Israele all’Alleanza (sesto secolo prima di Cristo), e della sua fine ad opera del re persiano Ciro il Grande (590-530 prima della nostra era). Questo re permetterà il ritorno degli Ebrei nella loro terra e la ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio. Il Tempio poi, a partire soprattutto da questo periodo, acquisterà una grande importanza, così pure la casta sacerdotale che vi officerà la liturgia. E tutto ciò continuerà fino all’arrivo del Messia. Gesù farà capire che ormai il posto del Tempio di Gerusalemme, come sacramento della presenza di Dio, è finito. Ora Dio si manifesta pienamente in Gesù, nella cui umanità abita “ corporalmente tutta la pienezza della divinità” come dice san Paolo (Colossesi 2, 9).

Ma la purezza della vita di fedeltà all’Alleanza, con l’andar del tempo, si mortifica. Prevale l’osservanza della Legge Mosaica espressa nelle 613 prescrizioni. Nel Vangelo di oggi (Giovanni 3, 14-21), Nicodemo personifica questa Legge, che manifesta le norme e i precetti e con la loro inosservanza, ti fa vivere come un peccatore. La Legge Mosaica, come spiega bene l’Apostolo Paolo, ti fa capire che sei un infedele all’Alleanza, a causa delle tue mancanze, e non ti salva. Bisogna avere la vita per essere salvi. La Legge ti indicava il cammino della vita, ma non ti salvava. Restavi nel tuo peccato. Che cos’è questa vita? Per avere questa vita non basta appartenere al popolo di Israele, né è sufficiente la partecipazione alla liturgia del Tempio di Gerusalemme, neppure l’osservanza dei 613 precetti della Legge Mosaica, come pensava anche Nicodemo. La vita è Dio stesso, nel suo amore di Padre verso di noi suoi figli. L’incontro di Gesù con Nicodemo ha questo scopo: quello di far passare il Maestro della Legge alla scoperta della vera vita, quella che viene dall’alto, quella che è donata da Dio.

Allora bisogna alzare gli occhi verso Gesù, “innalzato” sulla croce, come il serpente di bronzo che Mosè fece erigere nel deserto del Sinai (Numeri 21, 49). “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo – ha detto Gesù a Nicodemo, – affinché chiunque crede in Lui abbia vita eterna “ (Giovanni 2, 14-15). Che cos’è questa vita eterna? La scopriamo in Gesù. Il Cristo infatti, morto e risorto, è il principe della vita (Atti 3, 15). Lo spiega molto bene anche il biblista André-Alphonse Viard.  Infatti in colui che crede in Gesù, si realizza il passaggio dalla morte alla vita (Romani 6, 3) e vive completamente per Dio in Cristo Gesù. Sperimenta cioè la vita eterna, che consiste nel conoscere e amare il Padre e il Figlio, che egli ha mandato, con l’aiuto dello Spirito Santo. Questa vita non è il risultato del nostro sforzo. Ma è il dono gratuito del Padre, che nel Figlio ci offre non solo di essere chiamati, ma di essere veramente suoi figli, come dice l’apostolo Giovanni: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre, per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1 Giovanni 3, 1).

Purtroppo noi dimentichiamo spesso tutto questo. Ascoltiamo a volte Satana, padre della menzogna e omicida fin dagli inizi (Giovanni 8, 44). La conseguenza della nostra ribellione a Dio è l’immersione nel peccato, nella violenza, nell’odio, nella morte… Ascoltiamo gli insegnamenti dei profeti, come Geremia (Geremia 31, 31), come Ezechiele, che parla di un cuore nuovo, dono di Dio (Ezechiele 36, 26).

Santa Teresa di Lisieux (1873-1897) diceva: “Se anche avessi commesso tutti i crimini possibili, avrei la stessa fiducia in Dio. Sento che tutta questa moltitudine di offese sarebbe come una goccia d’acqua gettata in un braciere ardente”. Gesù allora cerca di convincere Nicodemo della necessità di una generazione dall’alto, cioè dallo  Spirito. Si tratta di una generazione che non è frutto della carne, ma dall’alto, cioè dallo Spirito Santo, che è il fuoco divino dell’amore. “Se uno non nasce dall’alto non può vedere il Regno di Dio” ha detto appunto Gesù a Nicodemo (Giovanni 3, 5). Noi tutti siamo come Nicodemo.

E perché questo si realizzi bisogna che il Figlio dell’Uomo sia innalzato, come il serpente di bronzo posto da Mosè in cima a un palo (Numeri 21, 4-9). Il serpente di bronzo era solo un segno della Croce con Gesù crocifisso. Sulla Croce Gesù è l’agnello pasquale immolato e con la sua morte, accettata per amore, ci manifesta tutto il suo amore per Dio suo Padre e per tutta l’umanità. Gesù sulla Croce è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del Mondo (Giovanni 1, 29). E’ lui appunto che ci dona l’amore del Padre, che ci rende figli e quindi fratelli e sorelle, capaci di amare come noi stessi siamo amati.

San Daniele Comboni (secolo XIX) è nato il 15 marzo del 1831. In settimana festeggeremo il suo compleanno numero 193. Il nostro Santo fondatore ha sempre una lezione attuale da darci: l’importanza della Croce di Gesù nella Storia. Così scriveva al suo Vescovo di Verona, il Cardinal Luigi di Canossa, alla fine del 1880: “Le opere di Dio nascono e crescono sempre ai piedi della Croce”.

 

Tonino Falaguasta Nyabenda

Missionario Comboniano
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