Prima lettura (Es 20,1-3.-8.12-17) forma breve

In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile:

Non avrai altri dèi di fronte a me.

Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.

Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo.

Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.

Non ucciderai.

Non commetterai adulterio.

Non ruberai.

Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

 

La liberazione dalla schiavitù d’Egitto, e il cammino nel deserto verso la terra promessa, è il quadro di fondo per comprendere il senso e la finalità dell’Alleanza alla quale il brano si riferisce. Con esso Dio stabilisce il rapporto con Israele, e lo sigilla chiedendo al popolo che mantenga l’esclusività e la fedeltà nei suoi confronti: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile. Non avrai altri dei di fronte a me”.

Dio prende l’iniziativa dell’Alleanza, il patto vincolante per lui stesso e per il popolo, in modo che la fedeltà al patto elabori la Promessa sia da parte di Dio che dal popolo, il “popolo eletto”. Il compimento dell’Alleanza è necessario allo sviluppo e alla crescita del popolo, nella prospettiva di coinvolgere altre genti ad assumere la condizione di uomini liberi e che, nel compimento del patto, si conformino come popolo nuovo nella responsabilità e fraternità, nella giustizia e nel diritto.

Le norme dell’Alleanza indicano cosa fare e come procedere. Ma, allo stesso tempo, sono topici di riferimento per verificare se, nell’intimo della persona e nella coscienza del popolo, si radica saldamente la libertà, opportunamente declinata nel gestire correttamente i rapporti individuali con Dio, e quelli interpersonali e sociali nell’orizzonte dei valori morali di cui sopra che, nel loro insieme indissolubile, manifestano la signoria di Dio grazie alla sua costante presenza e sostegno.

Dio ha scelto il suo popolo, ha operato in tal senso per amore e senza seconde intenzioni. Per di più il popolo non ha caratteristiche speciali; al contrario è un popolo piccolo e irrilevante, e non risalta per alcun merito. La gratuità dell’amore e la magnanimità dell’Alleanza è il dono.

L’esigenza posta da Dio – “Non avrai altri dèi fuori di me (…) Poiché, io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso” – indica la ferma volontà che il popolo sia fedele al patto e non vada né si perda per altre vie. La gelosia di Dio è propria del suo amore profondo e irrevocabile.

L’Alleanza impegna non solo il Suo amore ma la risposta fedele del popolo e delle persone nel partecipare dell’amore nel quale è coinvolto, della gioia con Dio, della pratica della libertà. Essa traccia il cammino per il compimento della Promessa nella terra dove scorrerà “latte e miele”, metafora della felicità piena.

Nella nostra attuale cultura religiosa il brano è ridotto ai “dieci comandamenti”. Per le persone di una certa età (da ragazzi imparammo a memoria come la legge di Dio da osservare costituiva la parte centrale del catechismo, in preparazione alla prima comunione e alla confessione sacramentale, ossia la griglia per verificare la condizione o meno di peccatore).

Ciò ha determinato la base della coscienza etica della maggioranza dei cristiani, cristallizzata attorno alla concezione che trasgredire i comandamenti in materia grave (la rilevanza del danno), piena avvertenza e deliberato consenso è peccato mortale e meritevole dell’inferno, nel caso la morte sorprenda in tale condizione. Nel caso contrario, osservandoli, si acquistano meriti per il paradiso, anche se previamente si passerà dal purgatorio per purificare ogni residuo di peccato veniale.

Il limite di tale concezione è evidente. L’Alleanza è ridotta a una semplice tabella di riferimento composta da norme di comportamento e si configura come uno scambio, per il quale rispetto la tua volontà e tu mi retribuisci con il premio o, al contrario, con il castigo. Alla base c’è la paura, perché è fuori dell’orizzonte dell’amore, della comunione di vita, della misericordia e dell’avvento del Regno.

Così è introdotto un elemento di grande fragilità nell’Alleanza stessa, che induce ad agire nell’ottica del merito o del demerito, senza la forza propulsiva dell’amore vicendevole, della corresponsabilità fraterna, del fascino coinvolgente nell’edificare creativamente, e con audacia, nuove e migliori condizioni di vita per tutti, in virtù dell’attività che non si è tesa solo al beneficio economico o al benessere personale, ma è in attenzione al bene delle culture e condizioni umane, anche diverse. Con la fragilità dell’Alleanza il popolo e la persona ne ha perso il senso profondo e autentico e, sedotti da tale prospettiva, cadono nell’infedeltà.

L’Antico Testamento testimonia l’infedeltà del popolo e, al contrario, la fedeltà di Dio all’Alleanza. Cos’è che fa differenza? Dio agisce per amore perché è solo Amore, e opera conformemente alla sua essenza. Il popolo non ha capito, non crede, svaluta o rimane indifferente a tale amore, pur essendone beneficiato. Non ritorna a Dio l’amore con il quale fu e continua ad essere amato. E allora, come rapportarsi con i comandamenti?

Ebbene, essi sono topici, punti di riferimento e di verifica dell’adeguata risposta all’amore verso Dio delle persone, della società, dell’umanità nel quale sono coinvolti. L’osservanza o meno manifesta la qualità della fede.

La sintesi dei comandamenti è in quella traduzione ebraica cui facevo riferimento alcune settimane addietro: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutto il tuo essere, e lo amerai per il tuo prossimo come per te stesso”.

Preso atto della debolezza e dell’inconsistenza del popolo riguardo l’Alleanza, Dio opta per l’intervento radicale, ultimo e definitivo, al quale si riferisce Paolo nella seconda lettura.

 

Seconda lettura (1Cor 1,22-25)

Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio.

Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

 

Nel Nuovo Testamento l’Alleanza è stabilita dall’amore incondizionato di Gesù, che nella radicale solitudine e nell’incomprensione di tutti si consegna sulla croce, per l’avvento del regno di Dio, della sovranità di Dio che, paradossalmente, ricrea e dà nuova vita alle persone e all’umanità in virtù del “nuovo cielo e nuova terra” (Ap 21,1).

È nella persona umana di Gesù di Nazareth che si installa la sovranità di Dio, per la sua fedeltà alla causa Regno. La sua persona è coinvolta e immersa nella filosofia di vita dettata dalla Sapienza di Dio, che declina il discernimento su cosa fare e come procedere con audacia, coraggio, fermezza e determinazione nel conflitto con l’istituzione religiosa e sociale.

Con l’entrata nel mondo, Gesù assume l’umanità e la condizione di vero uomo e rappresenta, davanti al Padre e allo Spirito, ogni persona e l’umanità di tutti i tempi e luoghi. E lo fa mettendo tra parentesi la sua condizione divina, o meglio, non avvalendosi dei privilegi di essa per assumere la condizione di ogni uomo e insegnare, con parole e opere, come lasciarsi condurre dalla sovranità di Dio e accogliere il dono dell’avvento del Suo Regno.

La rappresentanza non è richiesta dagli uomini ma è parte del dono di Dio, per il quale ciò che Gesù insegna e opera è come se lo facesse il rappresentato, ossia ogni uomo. Tale coinvolgimento avviene in chi accoglie, per fede, gli effetti del rappresentante con la sua morte, risurrezione e invio dello Spirito Santo.

È noto che l’evento pasquale, al quale è associato lo Spirito e la volontà del Padre, è conseguenza di tutte le miserie, le debolezze, la sfiducia, il disprezzo e, infine, del rigetto estremo e violento di un’umanità che ritiene Gesù l’opposto di ciò che testimonia di essere con il suo insegnamento e le sue opere. La sua resistenza per la tenerezza e il bene dell’umanità ha in sé la “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16) e che, pur nella drammaticità dell’evento, “offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte (…)” (Eb 5,7c).

Gesù non viene meno alla fiducia nel compimento della Promessa del Padre riguardo alla sua sovranità nell’avallare in Gesù la finalità del suo operato: “(…) e per il pieno abbandono in lui – il Padre – venne esaudito” (Eb5, 7d-e). Di fatto, “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza – alla causa dell’Avvento del Regno, la sovranità di Dio – da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti quelli che gli obbediscono” (Eb 7,5).

Come lui ha obbedito al Padre nello Spirito per la causa del Regno, così l’obbedienza dei rappresentati è possibile nella misura in cui accolgono, con convinzione, l’esortazione di Paolo – “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20) – per l’amore trinitario nel quale sono coinvolti.

Al riguardo, afferma Paolo: “E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal2,20b). In tal modo Paolo assume in lui la fede del Figlio di Dio; la fa propria.

Su questo sfondo, “Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio”; e come tale è presentato nella predicazione da Paolo. Ma l’apostolo si scontra con la comprensione ben diversa degli uditori riguardo al potere e alla sapienza di Dio. Nella loro fede sono attribuite a Dio l’onnipotenza e l’onniscienza e, di conseguenza, proiettano su di Lui l’attesa affinché manifesti la sua presenza, la conoscenza, la sapienza riguardo al mistero, al senso e al destino della vita, con miracoli.

Paolo, cosciente di questo, afferma che “i Giudei chiedono segni – miracoli – e i Greci cercano sapienza”, segnali inconfondibili e irrefutabili del potere e della condizione divina di chi si presentasse come tale. Tuttavia egli propone una terza via, che va ben oltre: “noi invece annunciamo Cristo crocefisso”. Sa benissimo che per i Giudei è una bestemmia e per i Greci un assurdo – “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” – ma si mantiene ben saldo su questo punto e argomenta con intelligenza fuori del comune.

In Cristo, il potere di Dio – la divinità – si manifesta nell’accogliere incondizionatamente ogni essere umano, indipendentemente dalla sua condizione di peccato, di persona corrotta, sviata, frammentata, divisa. La sapienza consiste nel trasmettere le condizioni e l’opportunità di rialzarsi, di uscire dal vicolo cieco e ricominciare una nuova vita rigenerata.

Questo è il potere e della sapienza dell’amore. In Gesù Cristo si attualizzano questi due aspetti e Paolo ne fa esperienza diretta nella sorprendente conversione alle porte della città di Damasco che innesca, in lui, un processo di comprensione, di crescita, di dedicazione e di lotta molto audace e coraggiosa. Sorge in lui la nuova coscienza e consapevolezza, per la quale afferma con fermezza, audacia e senso di ironia: “ciò che è stoltezza di Dio è più forte e sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”.

L’ambito del divino è il rapporto di amore nel quale è coinvolto, non certamente nei miracoli e nella singolare intelligenza e capacità argomentativa della sua persona, anche se questi due aspetti non sono da escludere e, di fatto, sono integrati nell’insieme della realtà dell’amore rigenerativo.

Gesù stesso ha messo in risalto tale pericolo: “In quel giorno molti mi diranno ‘Signore, Signore, non abbiamo forse profetato in tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?’. Ma allora io dichiarerò loro: ‘Non vi ho conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità” (Mt 7,22-23).

Ritornare al Gesù dei miracoli, ricercare in Lui una sapienza fuori dal contesto dell’avvento del Regno di Dio è ridurre l’evento nello schema delle attese dei giudei e dei greci, e distorcere la dinamica della missione.

Il vangelo mette in guardia da tale pericolo.

 

Vangelo (Gv 2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

 

“Quando poi fu risuscitato dai morti, discepoli si ricordarono che aveva detto…”.

È il ragionamento con il senno di poi, illuminato dall’evento pasquale, che comprende quel che era incomprensibile, come il fatto che il vangelo riporta.

Per Gesù l’ambiguità di fare “della casa del Padre mio un mercato” è insopportabile. Sotto le spoglie del culto – per il quale erano necessari anche il commercio di animali, in mano alla classe sacerdotale, per garantire l’indispensabile purezza legale, e il cambio della moneta della decima perché il denaro straniero è ritenuto impuro – si è stravolto il senso della Pasqua.

Lo fa comprendere l’inciso – “la Pasqua dei Giudei” -; quindi, non quella del Signore come fu quella della liberazione dall’Egitto. Per cui, ecco la motivazione della sconcertante azione di Gesù. Alberto Maggi, tra l’altro, fa rilevare che il rimprovero “Portate via di qui queste cose” è rivolto ai soli venditori di colombe, perché erano i soli animali che i più poveri potevano acquistare.

Quel che sta accadendo richiama alla mente dei discepoli, e della gente, le parole del salmo 69,10: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”, e con essa l’azione violenta del profeta Elia contro i falsi profeti. Ma Gesù aveva ben altre intenzioni, e per questo il brano termina specificando che Gesù non si fidava di loro nonostante dicessero di credere in lui.

“Egli, infatti, conosceva quello che c’è nell’uomo”, e rileva che tale zelo riguarda l’azione violenta di separare il grano dalla paglia che il Messia avrebbe compiuto per instaurare la sovranità di Dio.

L’ardire sconcertante di Gesù suscita la reazione verso il presunto Messia: “Allora i Giudei presero la parola e gli dissero ‘Quale segno ci mostri per fare queste cose?’”. La risposta è ancora più sconcertante: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Maggi rileva che si tratta propriamente del santuario – il centro del tempio, considerato dimora di Dio – e non di tutta la costruzione del tempio. L’autore del testo afferma: “Ma egli parlava del tempio del suo corpo”, trattandosi del santuario del suo corpo.

La suggestiva specificazione fa sì che il luogo dove Dio dimora non è più la tenda, nel deserto o nel santuario del tempio dove si conservava l’Arca dell’Alleanza (poi distrutta con la devastazione del tempio e la deportazione del popolo a Babilonia), ma il corpo di Gesù e di coloro che credono in lui: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

Con ciò Gesù sacralizza l’uomo come dimora di Dio, chiamato a seguirlo e imitarlo per la causa, incluso il momento in cui l’Amore con cui egli si sente amato da Dio determina la consegna della sua vita con il dono incondizionato di sé stesso.

L’evento pasquale è un punto di non ritorno per coloro che, nell’assumere la fede di Gesù, sperimentano gli effetti della morte e risurrezione, la nuova ed eterna Alleanza, disponendosi, con Gesù, alla causa dell’avvento del Regno: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Le cose antiche restano nel passato e, per costoro, il punto di partenza è l’effetto del dono e l’arrivo della pienezza di vita, insita nel praticare il dono a favore del prossimo e dell’umanità, ovvero il compimento dell’Alleanza.