Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO -A-
(01/01/2023)

Prima lettura (Nm 6,22-27)
Il Signore parlò a Mosè e disse:
«Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:
Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace”.
Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».

Dio, di sua iniziativa, dopo la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto stabilisce l’Alleanza con il popolo sul monte Sinai. Poi lo conduce verso la terra promessa per fare di esso un segno per tutte la comunità della terra e gli affida la missione di testimoniare, con il compimento delle esigenze dell’alleanza, lo stile di vita di fraternità, di solidarietà, di responsabilità e di unione, con la pratica del diritto e della giustizia. Si tratta di accogliere il dono della sovranità di Dio nel loro vissuto individuale e sociale con l’avvento del Regno di Dio.
La qualità dell’accoglienza e della testimonianza è come la calamita che attrae la limatura di ferro. Così Israele, nella mente e volontà di Dio, susciterà nei popoli l’adesione alla Sua sovranità su di loro, in modo che Dio regni sull’opera delle sue mani per libera adesione e assuma, con convinzione, le dinamiche di fraternità, solidarietà e responsabilità, sostenitrici della pace e dell’armonia universale.
Sebbene l’entusiasta adesione nel rinnovo dell’Alleanza in Sichem, all’ingresso nella terra promessa, faccia sperare nel successo della missione, dopo non molto tempo si rivelerà tutta la fragilità e l’inconsistenza del popolo, con risultati deludenti. Israele è un popolo dalla testa dura e non percepisce, o non vuole percepire per motivi estranei all’alleanza, la portata, la profondità e l’ampiezza della missione. Confida solo parzialmente nel Signore e solo nella misura in cui la volontà e le indicazioni dell’Alleanza corrispondano ai propri criteri e alle proprie attese.
E Dio pone rimedio stabilendo la benedizione. Tramite Mosè ordina ad Aronne, e ai suoi figli, di benedire gli Israeliti: “Così porranno il mio nome sugli Israeliti”. Ciò corrisponde oggi nel metterci la faccia, nel praticare nel momento opportuno l’azione e l’intenzione di fedeli all’Alleanza.
In tal modo la benedizione ricorda al popolo che Dio è presente in mezzo a loro, che non dimentica la promessa e, meno ancora, lo abbandona. Al contrario, Egli è fedele sempre, perché ciò è proprio della sua essenza e identità. Sotto lo sguardo e la protezione di Dio il popolo, fortificato e rianimato dalla benedizione, è in condizioni di persistere nel cammino, nella pratica dell’Alleanza e non desistere dall’obiettivo della missione.
Ti benedica il Signore e ti custodisca”. Il rapporto, sostenuto dalla benedizione, custodisce il popolo dall’infedeltà all’Alleanza, dalla sfiducia nella presenza e nell’azione di Dio, dalla seduzione di altre proposte, umanamente più attraenti ma contrarie all’avvento del Regno di Dio.
È anche espressione dell’affetto e dell’amore di Dio, motivato dalla compassione e dalla misericordia per un popolo che, per colpa della sua cocciutaggine, rischia di perdersi. Allo stesso tempo è riprendere e ritornare nel giusto cammino con fiducia, coraggio e audacia, quando esso si presenta particolarmente ostico, fuori dagli schemi previsti.
La benedizione del Signore è “faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia”. Il volto è l’identità radiosa, solare, coinvolgente, rassicurante del Signore. Esso stabilisce la qualità del rapporto: è come camminare con Lui nelle vicende individuali e sociali della vita giornaliera. È il volto dell’amore, nella sua forma suprema, che trasmette la partecipazione della sua vita con sentimenti di gratitudine e gioia.
È il dono che Dio fa di sé stesso. L’espressione “ti faccia grazia” indica l’offerta gratuita del dono, così come l’obiettivo di stabilire in modo sempre più forte e convincente il legame di familiarità e di comunione. È la risposta di Dio alla fragilità umana e trasmette consistenza e forza per esercitare lo stesso amore con creatività e intelligenza verso tutti e tutto e, così, rivelare l’avvento del Regno nel presente.
È il dono della pace: “Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda la pace”. Il volto di Dio e quello dell’uomo, che si guardano a vicenda, fanno sì che l’uomo si divinizzi rimanendo uomo e, viceversa, Dio si umanizzi rimanendo Dio.
L’effetto è la pace, la finalità della benedizione. Non è semplicemente l’assenza di conflitto ma l’armonia con tutto e con tutti, possibile solo nell’orizzonte dell’amore, che vince il conflitto con le forze avverse e contrarie all’avvento del Regno.
Il volto di Dio si è manifestato nella persona umana di Gesù, nello splendore di un’umanità che fa di sé stessa il dono della vita per tutti, come rileva la seconda lettura.

 

Seconda lettura (Gal 4,4-7)
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.
E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

L’espressione “Quando venne la pienezza del tempo” si riferisce al momento stabilito da Dio, che non è un tempo prefissato antecedentemente ma il momento in cui, per sua libera volontà, interviene nella storia. Il suo intervento costituisce la “pienezza del tempo”, non in senso cronologico ma qualitativo, come momento favorevole.
Esso segna il compiersi del progetto che, svolgendosi nel tempo, interviene nel momento ritenuto da lui opportuno. È il tempo dell’evento qualitativo disponibile in tutti i tempi cronologici successivi; in altri termini, si tratta del tempo di tutti i tempi, il giorno di tutti i giorni: è l’evento finale in cui tutto e tutti parteciperanno della gloria di Dio.
Nel testo la qualità del tempo – la sua pienezza – si riferisce all’evento della nascita di Gesù, quando “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge”. La specificazione “nato da donna” pone l’accento sul fatto che il bambino nato a Betlemme è vero uomo, come ognuno che nasce da donna, niente di più e niente di meno.
L’affermazione corregge l’idea di chi ritiene Gesù un’umanità diminuita in considerazione della sua condizione divina, come se quest’ultima, per affermarsi dovrebbe mettere in secondo piano, o diminuire, l’umanità. Più ancora, per rafforzare l’idea di vero uomo sotto tutti gli aspetti afferma: “nato sotto la Legge”, come figlio di Abramo che appartiene al popolo d’Israele e soggetto alla Legge mosaica. Come uomo non manca di nulla.
Fra parentesi, ci sono voluti più di quattrocento anni di polemiche riguardo al come mettere assieme la divinità e l’umanità di Gesù, fin quando il Concilio di Calcedonia definisce Gesù vero uomo e vero Dio; non si può diminuire uno a scapito dell’altro: mistero (nel senso dell’ambito dell’amore) riguardo le due realtà nel rapportarsi fra di loro nella persona di Gesù.
Il motivo per cui Dio invia Gesù è “riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessero l’adozione di figli”. La legge, dirà san Paolo, è diventata strumento del peccato, non perché essa fosse intrinsecamente tale, ma per l’interpretazione e pratica deviante dal fine per la quale fu promulgata. Gesù ha cercato di rimetterla sui giusti binari con il comandamento dell’amore; tuttavia, non solo non ha avuto successo ma gli è costata la vita. La tenacia nell’intento – manifestazione dell’amore di Dio – gli è valsa la risurrezione.
Gesù, con il battesimo nel Giordano, si è posto sullo stesso livello dei peccatori, pur non avendo peccato alcuno, costituendosi rappresentante di tutti loro davanti al Padre. Fa esperienza completa di tutta la condizione umana e, non piegandosi al peccato ma resistendo fino alla morte, ha svuotato il peccato del suo potere. L’amore che l’ha sostenuto nel dono di sé è lo stesso amore che costituisce la forza e l’evento della risurrezione.
In virtù del rapporto rappresentante/rappresentato, quest’ultimo è beneficiato, riscattato dal peccato, e fatto partecipe della vita eterna del rappresentante. Per la fede, già nel presente la vita eterna lo colloca nella dignità di figlio per adozione. È ciò a cui fa riferimento questo testo: “perché ricevessimo l’adozione di figli” di Dio, ovviamente.
Assumendo coscientemente la dignità di figli adottivi, per la fiducia nel dono gratuito di Cristo che rende tali, Dio concede la certezza di avvicinarsi a Lui con sentimenti di amore filiale e invocarlo come Padre, per l’azione dello Spirito Santo; infatti “Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figli, il quale grida: Abba! Padre!”.
Nel credente cambia radicalmente la coscienza di sé stesso e la prospettiva di vita. Dalla condizione di schiavo e peccatore passa a quella di figlio adottivo, partecipe della vita e dell’eredità del Padre: “Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede”.
La dimostrazione di interiorizzare efficacemente la nuova condizione è il comportamento in sintonia con le beatitudini. Gesù offre l’audace e creativa reinterpretazione della legge nell’orizzonte dell’amore con cui Dio ci ama, e le beatitudini sono la verifica della fedeltà nell’accogliere e fare propria la causa dell’avvento del Regno, come testimoniato dallo stesso Gesù.
E tutto ciò “per grazia di Dio”. L’accoglienza fiduciosa e la risposta di amore al dono motiva e sostiene, come indica una delle beatitudini, l’essere costruttori di pace, quindi rivolti unicamente al bene delle persone e dell’umanità tutta.
L’esperienza dei pastori e di Maria è esplicativa al riguardo, come lo è quella di ogni cristiano cosciente della sua nuova condizione.

 

Vangelo (Lc 2,16-21)
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

I pastori erano considerati peccatori pubblici perché portavano il gregge a pascolare su terre di altri, appropriandosi di ciò che non era loro. La conversione richiedeva, previamente, la restituzione al proprietario del valore del pasto delle pecore, più il venticinque per cento. Il che era impossibile, anche se lo avessero voluto; infatti, come calcolare a chi e a quanto sarebbe ammontato il rimborso? Di conseguenza essi sono ritenuti peccatori pubblici, sicuramente esclusi dal regno che il Messia instaurerà e sono i meno indicati a ricevere l’annuncio del Salvatore.
Tuttavia, all’annuncio dell’angelo, “andarono senza indugio” a Betlemme. Sarà stato per curiosità, per lo stupore, per la grandezza dell’evento, per una incomprensibile speranza sorta in loro, non si sa. Di fatto, senza perdere tempo e con determinazione, seguirono le indicazioni ricevute.
La stessa determinazione e solerzia dovrebbe accompagnare tutti coloro che accolgono e sintonizzano con l’annuncio del cammino di rigenerazione, di nuova vita, attratti e convinti della bontà dell’invito, della speranza di un nuovo futuro di liberazione da tutto ciò che opprime ed esclude dal convivio sociale, qualunque sia la loro condizione etica. È la possibilità di un salto qualitativo della propria esistenza per mezzo della fede.
Arrivati sul luogo indicato, i pastori constatano la nascita del bambino annunziata dall’angelo, e “riferirono – a Giuseppe, Maria e altri – ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Il racconto dell’accaduto ha una forza di convinzione e di sorpresa tale che restarono meravigliati e contagiati dall’evento.
Interessante è che i primi missionari della salvezza siano proprio loro, gli esclusi. Il racconto suscita due reazioni complementari in due soggetti diversi quali Maria e loro stessi.
Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Maria rappresenta tutta l’umanità che accoglie l’annuncio del messaggero del Signore. Custodire e meditare nel cuore – l’ambito della riflessione, della meditazione, della comprensione del progetto, della volontà di Dio e del modo di adeguarsi ad essa – riguarda il farsi di ciò che è stato annunciato, e costituisce una speciale e decisiva importanza per ogni credente.
Gli eventi della manifestazione di Dio sono di tale profondità, stupore e timore, da costituire il patrimonio indispensabile sul quale riflettere e meditare nelle diverse circostanze della vita personale e sociale, e con esso intraprendere il cammino, le scelte e gli atteggiamenti adeguati dell’accoglienza dell’avvento del Regno. Pertanto i credenti hanno in sé la potenzialità di fornire sempre nuove intuizioni e le risposte convenienti.
Ritornare con lucidità e intelligenza al contenuto del patrimonio, ai momenti che segnarono un prima e un poi è accogliere la benedizione del Signore, che accompagna il cammino del credente e, allo stesso tempo, arricchisce il patrimonio stesso.
Per quanto riguarda i pastori, “se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”. Non rimasero delusi dall’aver obbedito all’annuncio dell’angelo; al contrario, sperimentarono un’espressiva trasformazione del proprio mondo interiore e dell’immagine di loro stessi nel percepire l’evento di salvezza per loro, con l’avvento del bambino.
La missione esercitata dai pastori nel raccontare l’accaduto, e la loro personale adesione, fa sì che ritornino al loro lavoro, alle loro case, lodando e glorificando Dio, esultanti di gioia. Partire dalla coscienza di essere degli esclusi definitivamente dalla salvezza per poi abbordare al riscatto, nell’orizzonte di rigenerazione e di salvezza, è indubbiamente motivo di grande letizia e glorificazione di Dio.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione gli fu messo nome Gesù”. Il nome indica la realtà profonda della persona, associata alla missione da svolgere. Il nome Gesù significa salvatore; in un certo senso, la salvezza si fa presente già nei pastori e in Maria, come anticipo dell’evento caratteristico e decisivo che avrà inizio con la sua morte e risurrezione, e il suo punto ultimo e definitivo con il ritorno del risorto alla fine dei tempi.