Noi missionari “vagabondi dell’annuncio del Vangelo a zonzo per il mondo”, ci perdiamo spesso di vista e ci capita di ritrovarci dopo anni di semi-oblio. Durante queste vacanze sto rivedendo dopo diverso tempo, alcuni dei miei bravi confratelli e sono tentato di ascoltarli e raccoglierne le esperienze di vita.
Padre Carmine Calvisi è un “giovane e gasato” missionario di 90 anni con oltre 50 anni trascorsi in Sudan. Ora è “bloccato” in patria pensionato. Pensionato???… No! Operaio della Vigna del Signore con povero “assegno sociale”.
Già di buon mattino lo ritrovo in chiesa immerso in preghiera, e poi lo ascolto durante la Messa nell’annuncio del brano di Vangelo del giorno di cui è di diritto il fedele lettore. La sua è una bella presenza e una piacevole compagnia.
Mi lascio tentare e lo “stuzzico”.

P. Carmine cosa mi racconti della tua giovinezza?

Vengo da Fossa un paesino del Abruzzo a circa dodici chilometri dall’L’Aquila. Quando sono entrato tra i comboniani, il paese contava circa duemila abitanti, oggi ridotti a settecento. E’ il destino di tanti paesi , sia per le difficoltà di vita, che per i cambiamenti politici e sociali. Cose che sono evidenti soprattutto nelle montagne abruzzesi dove un tempo la gente viveva di pastorizia. L’anno dopo la fine della guerra, nel 1946, ero in ginnasio e nonostante mi piacesse studiare e fossi ben preparato fui ingiustamente bocciato. Partecipavo alla vita parrocchiale, sempre presente mi amavo fare il chierichetto. Durante le vacanze nel nostro paese capitò il comboniano P. Luigi Parisi ma non lo incontrai. Fu in parroco a parlarmene e suggerirmi di chiedere di entrare tra i comboniani a Sulmona. Mio padre era contadino e aveva lavorato per un periodo in Australia guadagnando diversi soldini. Rientrando a Fossa ha comprato un vasto campo dove avevamo anche una casetta diventando tra i più ricchi del paese, suscitando l’invidia di tanta gente. Lo studio mi appassionava e quando dissi a papà e . mamma che volevo farmi missionario non fecero obbiezioni. Inviai la domanda e i documenti, che il parroco aveva preparato, ma non sapevo come fare per raggiungere questa cittadina anche se distava solo quarantasei chilometri da Fossa. Un pomeriggio mentre ero nel campo a lavorare, giunse mia sorella tutta trafelata dicendomi: “Sono arrivati i missionari a prenderti”… Per il viaggio visto le mie perplessità ci aveva pensato la Provvidenza: Lasciai la zappa, il papà e mio fratello, corsi a casa , mi lavai, mi cambia presi poche cosette, salutai la mamma e la sorella e partii. Era l’ottobre del”46. Essendo subito dopo la guerra, tempo di fame e ricostruzione, la mamma caricò la macchina dei padri con due grossi sacchi di grano, che mi servirono da sedile non troppo anatomico durante il viaggio.

Come andò la vita in seminario per un ragazzo amante della libertà?

Non passarono molti giorni che già li a Sulmona mi trovai bene ed ero contento, mi sentivo proprio “a casa”. Ero a mio agio sia con i compagni seminaristi che con i padri e i fratelli religiosi. C’era una bella squadra di comboniani di cui il superiore era p. Egidio Ramponi, veronese di Bolca, paese dei fossili,(fu il fondatore delle missionarie comboniane laiche). Ci sono rimasto fino alla quinta ginnasio impegnandomi pregando, studiando, giocando e lavorando . La nostra era una scuola più esigente delle scuole pubbliche statali e ne ero contento. Siamo stati sempre tutti promossi con ottimi risultati. Passammo poi in noviziato in Piemonte e poi a Verona per il liceo. Eravamo circa centoventi liceali, e la cosa che più mi “scocciava” era scarsità di libri. Erano tempi in cui non si poteva guardare ne la televisione ne film, ma con furbizia vedevamo i film che venivano proiettati nella vicina parrocchia o dalle finestre o nascosti in giardino giardino Passai poi a Venegono (VA) per la Teologia. Fui ordinato il 14 marzo del 1959 assieme agli altri confratelli dal Card. Montini a Milano. Poi spedito “oltremanica” in Inghilterra per apprendere l’Inglese. Ci rimasi due anni. Seguì una breve vacanza a casa e poi finalmente la partenza per il Sudan mia prima missione.

Oltre al cuore (“vai dove ti porta il cuore”), chi ti ha portato in missione?

Ci sono giunto dal cielo con un volo della Raptim (compagnia olandese che prestava servizio per i missionari) eravamo ben una quindicina di comboniani, ma solo in tre scendemmo a Khartoum mentre gli altri proseguirono il volo per l’Uganda. Per me la destinazione finale fu El Obeid. Vi trovai p. Rino Ruffini, Mons. Edoardo Mason e una bella equipe di fratelli, che con molti operai stavano costruendo la cattedrale. Dirigeva la squadra Fratel Mario Adani, con competenza, genialità e spirito artistico. Fr. Mario era un ottimo formatore per i giovani fratelli e la cattedrale di El Obeid divenne un opera di alto livello architettonico. Fui subito incaricato dell’insegnamento alla scuola “Comboni” che distava un paio di chilometri dalla cattedrale dove risiedevo. Nel 63 fu inaugurata la cattedrale e nel “64 anche il Vescovo Mons. Mason fu espulso, come tutti i comboniani che lavoravano nel sud del Paese. Anche noi del nord vivevamo nel timore di essere a nostra volta espulsi, ma ci lasciarono continuare il nostro lavoro. Dopo due anni a El Obeid fui inviato a Kartoum per insegnare matematica nelle scuole superiori del più famoso “Comboni College”; ci rimasi dal “64al “80.

Come è stato l’impatto con il modo musulmano?

Fin dall’inizio mi ha fatto impressione vedere che era un modo “al maschile”. Le donne non si vedevano per strada o in luoghi pubblici, e se ne appariva qualcuna non era certamente musulmana, ma copta o cristiana o siriana. Le donne non esistevano, era un mondo per soli uomini. Fu il presidente Gaafar Nimeiry qualche decennio più tardi ad aprire l’orizzonte permettendo alle donne di lavorare in luogo pubblici e con i primi salari consegnati nelle loro mani e avere libertà di agire. Prima solo gli uomini ricevevano un salario e lo gestivano a modo loro. Anche l’arabo non è facile soprattutto per chi, come a me che ho dovuto entrare subito nelle attività scolastiche e non è stato concesso un adeguato tempo di studio e di pratica con qualche bravo insegnante. Ho dovuto sbrogliarmela e imparare il necessario direttamente dai ragazzi e dalla gente. Mi era difficile riprodurre i suoni della lingua araba come li sentivo…mi sforzavo ma con risultati scarsi, che non soddisfacevano le orecchie di chi mi ascoltava. Una lingua si impara bene da piccoli. Ora che sono ben sordo mi sarebbe più facile…stare zitto senza aver bisogno di giustificarmi. Nell’insegnamento scolastico si parlava inglese.

Come era il rapporto con le autorità civili?

Da anni si stava acutizzando il divario tra il nord del governo musulmano e i sud animista o cattolico. Come tutti sanno nel 1964 tutti i comboniani del Sud furono espulsi, perché il governo pensava che così facendo non ci sarebbero stati testimoni e la guerra di sottomissione sarebbe stata più facile e rapida. Ma ottennero l’effetto contrario. Nella capitale in molti desideravano più democrazia. Avvenne il colpo di stato di Nimeiry, che aveva studiato negli USA appoggiato dai suoi seguaci. Ebbi anche un’avventura con Nimeiry: Una mattina avevamo deciso di fare una passeggiata. Erano le cinque del mattino, presi la macchina e visto che le strade erano deserte, per evitare un lungo giro decisi di fare “contromano” la cinquantina di metri che mi separavano dal cortile del “Comboni”. Imbrocco la strada e proprio in quel momento arriva la macchina del Presidente e quelle della scorta. Poco ci mancò che mi venissero addosso. Nimeiry si fermò dicendomi: “Ma dove vai???”. Gli chiedo scusa… ma non ci sono santi che mi difendano… potrebbe pensare che attentavo alla sua vita. Capisco che non ha intenzione di farmela passare liscia e mi passa di colpo la voglia della passeggiata. L’indomani i poliziotti mi hanno preso e condotto nella stazione di polizia, tenendomi li per tutto il giorno. Mi mostrano la cella e mi dicono:” tu dovresti finire li dentro, ma siccome è troppo calda ti teniamo qui “al fresco”. Un capo della polizia che mi conosceva ebbe pietà e mi fece liberare. Dovetti pagare la multa per aver imboccato la strada contromano. Non immagino come si giustificò con Nimeiry.
Un’altra avventura la vissi di riflesso nel “73 con padre Ciappa, che a quel tempo era direttore della scuola “Comboni” di El Obeid. Il padre, uomo di azione e grandi iniziative, chiese il permesso per aprire una missione e una scuola aBabanusa. Ricevette un terreno di quattrocento metri per duecento con il permesso di fabbricare. Con la sua capacità di relazione riuscì a ottenere e farsi trasportare diverse migliaia di mattoni gratuitamente. Innalzo subito un muro perimetrale di cinta di due metri d’altezza. Il progetto prevedeva una scuola gestita dalle suore e un’altra gestita dai padri, divise dalla chiesa, con grandi cortili per i giochi e attività varie. Si fece autentificare e firmare il permesso in sette copie. La mancanza d’acqua era un grosso problema e ottenne dalla Chevron l’invio delle macchine per lo scavo del pozzo. Il macchinario dello scavo messo in piedi si vedeva da molto lontano e la cosa impressionò molto la gente. Venuti a sapere che era una iniziativa della missione cattolica ci fu l’alzata di scudi dei musulmani. P. Ciappa, che era solo, per evitare una “guerra di religione” dovette ripiegare a Khartoum. Ma anche qui le autorità non videro la cosa di buon occhio e trafficarono per espellere il padre dal Sudan.Il segretario Generale del Sudan di Nimeiry, laureato in Diritto Arabo e Sudanese era un buon cristiano, andai a trovarlo alla sera portando tutti i documenti. Il Segretario Generale intervenne con il gran capo della polizia, fece bloccare l’espulsione di P. Ciappa. Ma la polizia di un altro comando non informata, venne per prendere il padre per l’espulsione. Spiegai che l’ordine di espulsione era stato ritirato , ma non avevo nessun documento che lo certificasse. Mi appellai al Segretario Generale che risolse il problema e il padre poté restare in Sudan.

Immagino che anche tu, dopo un periodo così lungo in missione sia finito sia finito nelle maglie di quella rete dei superiori per la “rotazione” e quindi ripescato per qualche servizio in Italia….

I Superiori, che devono barcamenarsi per chiudere i “buchi” delle nostre comunità in madre patria, ci tengo sempre gli occhi addosso, e prima o poi arriva la zampata micidiale. Nell’ottanta mentre mi trovavo a Fosse per un periodo di vacanze, mi arrivo l’ordine di andare in comunità a Bari, dove trascorsi qualche mese e dove mi giunse il contrordine che mi spediva a Verona come aiuto economo provinciale. Me la cavavo bene con la matematica ma dalla matematica all’economia di cui non avevo nessuna nozione, il salto fu mortale e caddi “incastrato” tra i due padri titolari del servizio. Qui ho trascorso il tempo più complesso e penoso della mia vita di missionario comboniano… pur essendo abruzzese, ero considerato uno “stupidotto del sud”. Ho trascorso tre anni in croce, ma il Signore sulla croce porta vita nuova e doni speciali.

Quando poi ti è stato permesso di tornare in Sudan?

Alla fine del Capitolo Generale del 1985, p. Zoppetti, allora provinciale del Sudan mi invitò a ritornare a Khartoum. Non me lo feci ripetere due volte. Fui inviato a riaprire la parrocchia di Ondourman vivendo assieme ad alcuni padri canadesi di un’altra congregazione. Con loro mi trovai a disagio perché avevano ritmi particolari e non conoscevano orari per cui spesso mi ritrovavo solo, e…dimagrivo. Se ne accorsero i confratelli, che mi invitavano quando potevo ad andare al “Comboni” per ritrovarmi in famiglia e anche sedere alla stessa tavola. Mons Menegazzo mi chiamò a fare l’economo della sua diocesi a ElObeid. Con l’esperienza acquisita a Verona, ho cercato di fare il mio meglio per cinque anni ritornando poi a Khartoum e Ondurman dove rimasi fino al 2016 andando poi di nuovo a El Obeid a “fare da spalla” a un giovane comboniano del Congo. Con lui mi trovai bene e lavorammo insieme d’amore e d’accordo. Dal 19 dicembre 2017 mi ritrovo in Italia definitivamente.

Come valuti la tua esperienza missionaria?

Il mio servizio missionario è stato buono e ringrazio il Signore che mi ha chiamato. Spesso mi domando, come mai il Signore mi ha scelto e mi ha fatto suo missionario. Lo ringrazio per avermi dato di essere fedele alla sua chiamata e ad essere giunto fin qui. Sono convinto che il mio servizio nell’insegnamento sia stato molto positivo, perché l’istruzione ha permesso a molti ragazzi di diventare medici, amministratori, tecnici e professionisti capaci e ben preparati. Abbiamo formato giovani che poi sono diventati dei “leaders” nel Paese. C’è da tener presente che la cultura e la religione musulmana è molto restrittiva: nata nel 600 ha codificato, inserendoli anche nel Corano, tutti i costumi che c’erano a quel tempo. La fede in Gesù, se ben capita e ben vissuta, rompe questa mentalità. C’è da dire che anche qui in Europa dopo due millenni la fede per la maggioranza delle persone resta una spolveratina superficiale e la gente si comporta come vuole prendendo esempio dai paesi cosiddetti “più avanzati” che propongono i loro modelli negativi di morale, di economia e di vita sociale. Anche in Africa il cristianesimo sia laicale che clericale possiamo consideralo come una “spolverata” che rischia di peggiorare sotto l’influsso delle culture occidentali. Per fortuna, ci sono anche dei bravi cristiani che cercano di vivere con fedeltà e generosità la loro fede.
Ora mi trovo definitivamente in Italia e dopo tutti questi anni di missione, qui ci sto’ bene come laggiù, perché la vita continua e ho sempre parecchio da imparare. Mi impegno a studiare teologia, a vivere la preghiera, a godere la vita comunitaria. Ho bisogno ancora di imparare, per continuare a donare.
Nella vita c’è sempre da imparare anche oltre i novant’anni.

Fr. Duilio Plazzotta