La crisi di credibilità della fede nel mondo occidentale.

-In fase di espansione a livello planetario-

PREMESSA.

La constatazione della crisi è più che evidente. È sotto agli occhi di tutti la preoccupante indifferenza verso la fede e di conseguenza l’abbandono dalla Chiesa. Quali le cause? come affrontare la crisi?

Christoph Theobald elabora con competenza e profondità la crisi in atto. Per quello che ho letto e inteso, l’insieme merita riflessione e studio, ma, prima di avvalermi di alcuni suoi contributi, espongo alcune considerazioni generali sull’escatologia, per poi rispondere alle domande.

CONSIDERAZIONI PREVIE SUL SENSO E LA NECESSITÀ DELL’ORIZZONTE ESCATOLOGICO PRESENTE/FUTURO E VICEVERSA.

John P. Meier afferma nel suo ampio studio sul regno di Dio: “Cominciamo a intuire perché Gesù non fosse interessato a riforme politiche e sociali concrete né abbia fatto dichiarazioni del genere per il mondo in generale né per Israele in particolare. Gesù non proclamava la riforma del mondo; egli proclamava la fine del mondo [del mondo organizzato in quel modo, non lo sconvolgimento dell’universo]. È vano cercare dichiarazioni altrettanto esplicite di Gesù sui mali sociali più scottanti e sulle linee politiche del suo tempo: per esempio la schiavitù (…) La ragione di questo silenzio imbarazzante è semplice: Gesù era un profeta escatologico (…). L’obiettivo definitivo del dominio regale di Dio era imminente” (UN EBREO MARGINALE. Ripensare il Gesù storico – Queriniana BTC vol.2 2012. pag.430-431).

— Per lo stesso Meier il vangelo non è un manifesto politico, pur essendo socialmente rivoluzionario e, meno ancora,attribuisce all’Istituzione Chiesa un’organizzazione democratica o fa di essa una monarchia assoluta. L’obiettivo va oltre e riguarda l’organizzazione sociopolitica della fraternità, responsabile del bene di ognuno e di tutti. In altre parole, tratta dell’avvento del regno di Dio oggi nel contesto e nella circostanza del momento. Con esso Gesù instaura il presente escatologico quando afferma nella sinagoga di Nazareth: “oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21). Nello sconcerto e stupore dei presenti insiste in modo tale che per poco non l’ammazzano già all’inizio dell’attività pastorale.

Il presente escatologico è nell’orizzonte del futuro escatologico, nella pienezza della divinità della quale già oggi il credente partecipa. E Paolo afferma: “È In lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,9-10). Con esso il “tutto” è già nella parte. È notevole che tale realtà sia sostenuta della moderna filosofia della complessità – dal principio ologrammatico- di Edgar Morin: “Non solo la parte è nel tutto, ma il tutto nella parte”.

Ma anche nella progettazione tecnologica (sulla quale ho lavorato con altri due colleghi per sei anni) una volta verificata la bontà del progetto – il fine – il “giorno dopo” è ritenuto “vecchio” dall’emergere e dall’identificare nuovi fattori da prendere in considerazione per un nuovo inizio. La dinamica presente/futuro – e viceversa – coinvolge la teologia, la filosofia e l’attività umana in generale.

— Ecco allora un buon motivo per il quale l’avvento del Regno oggi, nel presente, è primordiale e centrale per Gesù che afferma ”il tempo è compiuto e l regno di Dio è vicino” (Mc 1,15a). Ma la “Rerum Novarum” ha rimosso “la questione sociale” dall’escatologia e l’ha collocata “nella dottrina sociale della Chiesa” relegandola nel trattato teologico dei Nuovissimi ( morte, giudizio, inferno, purgatorio e paradiso; la vita dopo la morte) estraneo alla vita sociale, alla quotidianità, eccetto il riferimento al merito/demerito della salvezza o della condanna. Con esso declassa l’impostazione di Gesù. È un autogol che fornisce ampio spazio alla crisi.

— Positivamente va rilevato che, dopo il Concilio, i teologi hanno riportato l’escatologia anche nell’oggi con il rapporto presente/futuro che genera la simbiosi fra ricevente e il donante. In estrema sintesi, secondo Jurgen Moltmann “Occorre distinguere in Dio due nature. La prima è la “natura primordiale”per la quale egli è il principio di tutto. Dio dispone di tutte le cose, allo stesso tempo che le cose sviluppano il loro proprio cammino. La seconda è “la natura consequente”per la quale Dio è coinvolto nello sviluppo delle cose secondo il suo punto di vista. Essa è quella che conserva il tempo e che in esso rimane. Gesù è vero Dio per la “natura primordiale”; è vero uomo per “la natura consequente”

Secondo la nostra consapevolezza, cose che succedono nel tempo, passano con esso. Per Dio non è così. Esse rimangono nella “natura consequente” che le percepisce. Pertanto, in Dio, tutte le cose sono contemporanee e in un certo senso, senza tempo, ossia eterne. Il momento che stiamo vivendo, in Dio rimane indelebile(…).Se Dio consente che il mondo influisca su di lui, ogni giorno che passa è un’esperienza nuova, e la sua “natura consequente” s’arricchisce continuamente. È il rapporto simbiotico donante/ ricevente, ovviamente a livelli differenziati. Dio si umanizza e l’uomo si divinizza.

La “natura conseguente” di Dio non è come un computer freddo, che tutto registra e memorizza. Non tutto ciò che accade nel mondo, è per la glorificazione di Dio, al contrario, la maggior parte delle volte, più che di gloria si tratta di sofferenza e allontanamento. Possiamo solo pensare che la “natura consequente” fa uso della misericordia per tutto il negativo che accade nel mondo, se essa – “la natura consequente” – entra in rapporto creativo con tale vissuto del mondo”(…).Non possiamo aspettarci dagli uomini una santificazione perfetta e universale del nome di Dio; al contrario gli uomini sono capaci del perfetto e universale rigetto del nome divino. Solo la fiducia nella “gloria” del Dio santo, che abita in mezzo di noi e che cammina con noi per le strade del mondo, fondamenta la speranza che, alla fine, Dio troverà la redenzione e le sue creature la troveranno per mezzo di lui.(per una maggiore comprensione:(Jurgen Moltmann: L’AVVENTO DI DIO, Escatologia cristiana – Queriniana BTC 1988 pag. 359-365).

BREVI E MOLTO SINTETICHE CONSIDERAZIONI SU ALCUNE CAUSE DELL’’INDEBOLIMENTO DELLA CREDIBILITÀ DELLA FEDE”. (estratto dai testi di Theobald)

L’evoluzione del cristianesimo.

— Il cristianesimo europeo, soprattutto cattolico, ha perso di credibilità per avere troppo poco percepito i cambiamenti e abitudini di vita del quotidiano. Di conseguenza si è ingenerata la mancanza di esperienza nell’annuncio della fede, perché le forme di espressione cristiana si sono ritirate in larga misura nella sfera liturgica sacramentale/religiosa rafforzando i segni oggettivi di identità in materia di dottrina, liturgia, morale e preghiera. L’annuncio della fede nel perdere di vista il quotidiano è sottoposta a uno svolgimento uniforme, al proverbiale tram-tram quotidiano.

— Sul fronte sociale ci troviamo di fronte a nuovi modi e stili di vita, che fanno riferimento a valori come l’autonomia, la qualità della vita, la solidarietà sotto nuove forme, la salvaguardia del creato ecc.; modi e stili di vita che fanno apparire la fede molto lontana dalla vita stessa e, pertanto, astratta e legalista.

— La scienza sospetta che la visione storico-salvifica e messianica del cristianesimo appartenga al mito, dato che la “totalità” in linea di principio è nascosta e accessibile al solo linguaggio mitico. La lontananza dalla vita e il sospetto del mito si rafforzano a vicenda. Se si aggiunge una sorte di discorso interno alla chiesa che presuppone semplicemente la fede sia sempre la stessa, è da considerare che la rivelazione divina è certamente data “una volta per sempre”(DV 4), ma al tempo stesso è così intimamente legata alle condizioni culturali da dover essere riscoperta, riformulata e ripensata da capo in ogni nuova situazione.

L’incidenza della secolarizzazione.

+La secolarizzazione evidenzia una serie di spiegazioni degli innegabili fenomeni di erosione nel campo delle nostre convinzioni di fede quali la differenziazione interna della struttura della società; l’erosione delle convinzioni religiose; la privatizzazione di queste ultime, che trasformano la religione in un sottosistema accanto ad altri – economia, pubblicità, politica, cultura ecc. -.

+ La secolarizzazione fa del diritto del più forte una legge inflessibile che ora funge da contesto ideologico della globalizzazione dominata dalla finanza internazionale nel costruire nuove e future tecnologie con lo scopo dichiarato di trasformare e ampliare a piacere la nostra personale qualità di vita e anche del nostro essere umano.

+ in tal modo c’è il rischio che nell’ambito sociale la fede venga strumentalizzata e considerata come “risorsa”, sebbene non sia praticamente considerata vera dal punto di vista della sua credibilità interna come visione messianico-cristiana globale del mondo e, anzi, venga considerata solo come “opinione”.

+ Una segnalazione. La visione basilare depositata nel “principio pastorale”del Vat.II, la cui visione del mondo era ancora relativamente omogenea nei testi conciliari, ha ceduto il posto al pluralismo dei nostri stili di vita e delle nostre concezioni della stessa, oltre alla relativizzazione di tutte le nostre convinzioni; il pragmatismo e il probabilismo dominano il mondo della nostra vita, le nostre storie di vita si liquefano in una successione di frammenti che, senza principio di unità e senza sguardo sull’inizio e sulla fine (terra fertile del nichilismo pratico), scorrono per così dire nella vita quotidiana. Con questo cambiamento di situazione, abbiamo effettivamente abbandonato l’orizzonte culturale del Vat.II.

LE “INTERRUZIONI” NELLA VITA.

La vita quotidiana è esposta a una serie di “interruzioni”. Tre sono i momenti strutturali determinanti:

a) Le “crisi” più o meno gravi quando un equilibrio precario si rivela insufficiente e occorre trovarne un altro, che renda possibile più vita o una nuova vita; ma è da tenere in conto che, al contrario, può essere anche fatale.

b) Le“interruzioni” sono molteplici e imprevedibili; a volte sono “casi fortuiti” che danno una svolta inattesa alla vita. In esse, non di rado, la vita “si rivela” nella sua “totalità” come in un lampo (“istanti” o “frammenti di tempo” più o meno brevi) in cui appare dal profondo dell’essere la vita nella sua coerenza indisponibile. Emerge così l’escatologico (l’ultimo, definitivo, anche privo da qualsiasi contenuto religioso), il fascino e la prospettiva che attrae – come la calamita la limatura di ferro – alla “totalità”, alla pienezza di senso e di vita nel presente.

c) La spinta in avanti del progetto perseguito con passione, sapendo che le “interruzioni” da un lato nella maggioranza dei casi sono di gran lunga segno di fallimento, e dall’altro che la buona riuscita della realizzazione del progetto oltrepassa tutto ciò in cui si era riposta la speranza.

Con le “interruzioni” entrano in gioco nella persona la “vulnerabilità” e l’“apertura” al nuovo. La presa di coscienza di tale realtà lascia intravedere la “profondità esistenziale”, rendendo possibile e necessaria la fede la cui autenticità etica motiva e sostiene la speranza di successo.

LA FEDE ANTROPOLOGICA E LA FEDE ESCATOLOGICA DI GESÙ.

La fede antropologica -segnalata da Theobald come fede elementare nella vita/ la fiducia originaria -.

Essa consiste nell’atto di fiducia nella vita, è costituita dall’energia, dalla creatività dal “coraggio di essere” nella prospettiva del fascino della dinamica interiore per raggiungere la meta. È sostenuta dalla tenacia, dalla consapevolezza che questa presenza della fede elementare è necessaria alla vita.

La fede elementare nella vita vale anche per il bambino piccolo per giungere a sé stesso per la fiducia nella lingua, nella cultura che lo circondano e, in primo luogo, per il “legame” che lo unisce ai genitori. Nel farsi adulto, la fede:

a) compare e si rende necessaria nella “vulnerabilità”, nell’ “apertura”;

b) prende forma di un’interrogazione sull’orientamento nel mondo e sul senso della vita, della “totalità” dell’esistenza senza poterne disporre;

c) si mostra là dove non è ignorata per ragioni ideologiche o scartata come non interessante (indifferente) o abbandonata a un’indecisione agnostica.

Da dove viene? Per alcuni è semplicemente connaturata alla condizione umana; per altri è attribuita alla volontà di Dio che crea la persona a sua “immagine e somiglianza” (Gen 1,26). In ogni caso, fede in Dio o meno, è la fede di ogni persona esposta alle “interruzioni” del ritmo quotidiano che attiva la fiducia originaria, i cui momenti strutturali – a, b e c – sono sopra indicati. Essa si articola secondo questo schema: io confido/mi affido, credo, nella mia “vulnerabilità ”all’enigma/mistero dell’esistenza nel mondo e “l’apertura” sostiene la speranza che non sarò un perdente. Senza la fede elementare l’esistenza umana è impossibile.

Molto spesso, le “interruzioni” di progetti sono molto sottili perché da un lato la loro realizzazione dipende dalla collaborazione di altri, dall’altro la persona è anch’essa coinvolta nei loro progetti. Quindi sono da evitare dinamiche comunicative che fanno dell’altro, o altri, un semplice mezzo per raggiungere il proprio fine, in modo da oltrepassare malintesi celati nelle relazioni e la loro violenza potenziale.

La nascita e la morte – i due estremi della vita – fanno dell’ “interruzione” il luogo e il momento di scelta che si può ignorare ma anche abbandonare senza premeditazione. Tuttavia, l’abbandono non è scontato, soprattutto quando l’”apertura” ha una connotazione negativa e assume una tonalità drammatica, al punto che può sorgere la domanda: vale la pena continuare? … o anche peggio.

2) La fede escatologia di Gesù.

La lettera agli Ebrei esorta:“…corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12, 1c-2b). Che cosa sta davanti allo sguardo fisso su Gesù? L’avvento del Regno di Dio, della sua sovranità a favore della nuova umanità, della comunità e del bene di ogni persona.

A tal fine Gesù “dà origine alla fede”, quale fede? Quella escatologica che in Lui vince le tentazioni del diavolo (Mt 4,1-11) e la manifesta nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-21); fede che non viene meno nelle molteplici prove e difficoltà con i discepoli, con le autorità religiose e con il popolo; fede che “porta a compimento” con la Pasqua.

Con la fede escatologica – presente/futuro – Gesù instaura il già citato rapporto simbiotico tra ricevente e donante. La fermezza e la consistenza della fede in Lui porta il credente a risultati sorprendenti e inimmaginabili preannunciati da Gesù stesso: “In verità, in verità vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”(Gv 14.12).

3) il rapporto tra le due fedi .

Senza la fede elementare nella vita l’esistenza umana è impossibile. Essa ha sfaccettature e contenuti attinenti alla specificità dell’ “interruzione” che rende necessaria la coscienza e la lucidità della portata di essa. Con le caratteristiche sopra segnalate è autonoma nello svolgere l’attività.

Il dono di Dio dell’ “l’immagine e somiglianza” è per tutti indistintamente; si accoglie con responsabilità e la libertà di accoglierlo o meno; in tal caso, si rimane con la fede antropologica. Per il credente “l’immagine e somiglianza”è la dinamica per la quale l’immagine rivela l’accoglienza e la sintonia con Dio. La somiglianza invece sostiene il processo per il quale si tende ad assomigliare sempre di più a Dio nell’ambito presente/futuro escatologico. Allo stesso tempo entra in gioco l’inganno dal serpente tentatore“sareste come Dio”(Gen 3,5) con effetto devastante.

Gesù ripristina l’effetto “somiglianza” nell’accoglie tutti indistintamente, compresi quelli che l’istituzione religiosa di allora si guarda bene da accoglierli. Esempio, fra altri, sono la donna straniera -l’emorroissa – e il Centurione romano. La loro fede elementare nella vita si imbatte con Gesù, un incontro motivato da diversi fattori: dal convincimento,dal fascino della persona, dall’ascolto dell’insegnamento, dallo stile di vita, dal progetto del Regno, e …

L’accoglienza della sua fede escatologica suscita in loro il salto qualitativo della loro fede elementare nella vita. Gesù nel prenderne atto afferma: “la tua fede ti ha salvato/a” e così evidenzia che non è lui ad aumentare la loro fede,ma la rende possibile per il loro salto qualitativo nell’ambito umano/ escatologico.

TIRANDO LE SOMME.

Riguardo alle cause della crisi. Oltre a quelle segnalate da Theobald (e altre attendibili) è da segnalare lo sradicamento della “questione sociale” dal suo luogo originario.

Riguardo a come affrontare la crisi. È da riporre la “questione sociale” nell’ambito in cui è stata tolta, per far sì chela fede antropologica e la fede escatologica formano l’insieme per il quale:“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”(Ap 21,5) con l’avvento del regno di Dio nel contesto socio/culturale e nella circostanza del momento.

A tal fine l’Istituzione chiesa/diocesi/congregazione “ha un bisogno particolare di coloro che vivendo nel mondo, sono esperti delle varie situazioni e discipline, e ne capiscano la mentalità, si tratti di credenti o non credenti”(GS 44) per un quadro attendibile della crisi e delle cause.

Da un lato è davanti alla sfida per la quale occorre riformare l’Istituzione da piramidale (sistema di potere e sottomissione:“Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà vostro schiavo”(Mt 20, 26 -27)a circolare (sistema di ricerca e di risposte: “Cercate, invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia”(Mt6,33a) nel far sì che il credente/comunità abbia la chiarezza interiore e la coscienza del dono nell’accogliere l’avvento del Regno di Dio nel contesto socio religioso/culturale in cui vive.

Dall’altro lato,occorre attivare la pratica pastorale di rottura/continuità praticata da Gesù; rottura con il passato obsoleto e inadeguato, e continuità con riferimenti e dinamiche fondanti sull’orma dell’insegnamento e la pratica di Gesù.

Ciò esige che rottura/continuità ponga attenzionea ciò che accade fuori dal tempio, nella “strada”, dove avviene l’incontro con l’umanità turbata e smarrita, imitando lo stile pastorale di Gesù (tema del prossimo lavoro). Il riferimento primario all’escatologia presente/futuro sostiene il coraggio, l’audacia e la creatività di risposte adeguate e convincenti, sorgente di acqua pura e limpida a cui dissetarsi, e fonte di piena gioia.

Rebbio12 settembre 2022
p. Luigi Consonni.