Padre Vincenzo Percassi

 

Il Vangelo di oggi ci presenta una delle parabole più controverse da interpretare. La logica paradossale del padrone che loda la disonestà del proprio amministratore fa sorridere i Farisei che si reputano onesti ma dovrebbe commuovere chiunque, con cuore aperto, consideri come Dio preferisca la generosità piuttosto che l’esattezza e il rigore della legge. Del resto, il senso profondo della parabola diventa piùovvio se si considera che essa si riferisce non solo all’uso dei beni materiali ma soprattutto al nostro modo di gestire le relazioni. Anche i figli di questo mondo, coloro che non tengono conto di Dio, sanno bene che l’autonomia assoluta non esiste e che tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri per vivere. Se unovolesse ignorare o disprezzare totalmente gli altri, per quanto ricco e sicuro possa essere nella sua posizione, prima o poi si ritroverà a fare i conti con la fatica intollerabile di dover fare tutto da solo oppure con la vergognosa umiliazione di dover chiedere aiuto in un qualsiasi bisogno senza che nessuno glielo offra spontaneamente.  Se uno vuole evitare, anche solo per interesse personale, come il protagonista della parabola, questa fatica e questa vergogna, dovrà necessariamente imparare ad anteporre l’economia delle relazioni a quella dei beni di questo mondo, i quali possono ad ogni istante trasformarsi in una ricchezza disonesta nella misura in cui distruggono piuttosto che costruire il tessuto relazionale da cui essi in realtà dipendono.

E questo può accadere anche a persone religioseche, come ci ricorda il profeta Amos, pretendono di rispettare il sabato ma solo per tornare a fare affari indiscriminati e a calpestare i poveri che non hanno modo di difendersi. Queste persone, appunto, non si rendono conto che ciò che li porta a credere di poter fare a meno dei poveriè un’illusione. L’illusione di poter bastare a sé stessi. Essi chiudono gli occhi sul fatto fondamentale che la creatura, ricevendo la vita, non la riceve come un possesso ma come un dono e che questo dono non è finalizzato ad essere consumato ma ad essere amministrato e quindi valorizzato nella relazione e non nell’individualismo. La ricchezza vera e la ricchezza che si possa considerare “propria”, cioè la ricchezza che promuove e realizza la nostra individualità non viene dall’affermazione di sé attraverso l’accumulo di beni, ma dalla disponibilità a cercare e realizzare un bene che sia davvero “comune”. La vita, qualunque essa sia, la più povera come la più ricca, quella apparentemente più fortunata come quella più evidentemente ferita dalla sofferenza non è ancora la nostra vera ricchezza ma solo la nostra amministrazione. Esse si realizza in questo mondo non individualisticamente, ma nella comunione delle relazioni,la quale implica una duplice saggezza: quella di sapersi prendere cura degli altri e quella di saper apprezzare ed accogliere la cura che gli altri possono avere nei nostri confronti. Se questo è vero intuitivamente per i figli di questo mondo quanto più dovrebbe esserlo per i figli della luce, che sono stati appunto illuminati da una verità nuova e salvifica: Dio vuole che tutti siano salvi, ogni singola vita, e per questo ha costituito come mediatore tra noi e sé stesso, tra la nostra vita umana e quella divina, suo figlio Gesù.La vita allora che viviamo nel tempo non è ancora né il nostro possesso né la nostra vera ricchezza perché essa non èancora “salvata” per sé stessa. Noi tutti siamo salvati da Dio in Gesù. Ciò significa che non sono le circostanze storiche che decidono il valore di una vita e la sua economia nella storia. Ciò che decide del valore di ogni vita è il fatto che in ogni persona e in ogni pezzetto di storia, si rende presente la mediazione di Cristo risorto che comunica a ciascuno qualcosa della sua vita risorta e quindi pienamente salvata, come una grazia da amministrare. Chi accoglie questa grazia e cerca di amministrala con fedeltà anche nelle cose minime di ogni giorno sarà considerato fedele in cose più grandi il cui compimento sarà evidente solo alla fine dei tempi. Per quanto ricco uno possa essere su questa terra, dunque, egli deve considerare tutto ciò che possiede, materialmente o spiritualmente, un’amministrazione la cui fedeltà non sarà misurata secondo criteri di profitto ma secondo criteri di comunione. Fuori da questa logica che fa sorridere i farisei, quelli che credono di poter essere onesti per virtù propria, esiste solo una graduale ma inevitabile degenerazione verso l’individualismo, l’egoismo, la presunzione, cose “abominevoli” agli occhi di un Dio che ama la generosità e la liberalità gratuita.