Padre Vincenzo Percassi

 

Nel Vangelo di oggi troviamo Gesù che entra nella casa di un fariseo e si mette a sedere sotto gli sguardi scrutatori degli invitati. La gente stava ad osservarlo. Anche Gesù, sedutosi, si mette ad osservare gli invitati e in particolare la loro evidente propensione a scegliersi un posto di riguardo. In questi due sguardi, quello dei farisei e quello di Gesù, si riassumono due modi opposti di guardare alla vita e quindi di affrontarla. Lo sguardo dei farisei è lo sguardo dell’uomo che guarda alla vita come una competizione in cui devi necessariamente dimostrare qualcosa e conquistare un primato. Lo sguardo di Gesù è quello del Figlio di Dio che accoglie giorno per giorno la sua vita come un dono e si riposa sulla certezza che il Padre lo ama con una generosità che non c’è bisogno di calcolare o prevedere perché riuscirà comunque a sorprenderti.Non perché sei riuscito a fare questo o quello, non perché sei capace di questo o di quello, ma semplicemente perché ci sei, perché esisti e sei da lui voluto ed amato. La lettera agli ebrei mette bene in rilievo l’opposizione che esiste tra questi due diversi modi di guardare alla vita ed alla realtà. Ricordatevi – scrive l’autore – che Dio non èun Dio delle tenebre che vuole spaventarti con tuoni e giudizi severi, un Dio separato da tutti che ti guarda a distanza e ti tiene al tuo posto. Dio è un padre che vuole tutti vicini, che chiama ad un banchetto festoso in cui tutti sono considerati dei primogeniti. Anche se tantissimi noi siamo tutti per Lui dei primogeniti, persone che meritano il primo posto accanto a miriadi di angeli e di santi, e che Lui stesso – conclude la lettera agli Ebrei – si incarica di portare a perfezione, cioè di far avanzare fino al primo posto.  Non siamo noi che dobbiamo correre ed affannarci per avere il primo posto ma è Dio che vuole perfezionarci, farci crescere, valorizzarci secondo le sue possibilità e non le nostre. Questo modo fiducioso di guardare alla realtà mi permette di accettare la mia storia, la mia condizione, la mia personalità così come esse sono perché vivo con la certezza che anche se mi trovassi all’ultimo posto possibile di questo mondo non sarei mai dimenticato o trascurato da colui che tutti conosce per il loro cuore e non per i loro meriti. L’esempio portato da Gesù nel Vangelo vorrebbe allora farci riflettere in questi termini: è più bello arrivare primi nella vita ed occupare affannosamente un posto al sole davanti allo sguardo degli uomini, oppure star tranquilli al proprio posto e sentirsi dire, senza alcuna ragione particolare, da Colui che invita tutti al banchetto della vita: “amico, vieni più avanti”? A questo punto potrebbe sorgere l’obiezione: se io occupo il primo posto non si crea ugualmente una graduatoria, una competizione, uno spirito di ambizione?Gesù continua allora il suo insegnamento nel Vangelo dicendo: quando sei tu ad invitare gli altri – quando cioè sei tu al primo posto -non invitare ricchi, parenti, amici o comunque coloro che possono darti il contraccambio. Invita piuttosto poveri, storpi, persone che non possono ricambiarti, magari perché sono semplicemente poveri di amore: gli ingrati, quelli che parlano male di te, quelli che non sopporti. La sola cosa che viene ricompensata alla resurrezione dei morti – conclude Gesù – è la gratuità. La disposizione a vivere tutte le relazioni, da quelle più intime a quelle più distanti, senza alcun interesse, calcolo o aspettativa. Il primo posto che il Padre vuole assegnarci, quella perfezione alla quale Egli vuole portarci, è la perfezione dell’amore gratuito. Per esso non è più importante prevalere sugli altri ma, al contrario, interessarsi a tutti, dare attenzione agli ultimi, riconoscere il bisogno del più piccolo, vivere quella realtà di cui parla spesso Papa Francesco di chiesa in uscita. Se credo davvero che sia Dio colui che porta perfezione la mia persona e che dà un compimento alla mia vita allora la cosa più importante non è arrivare dove vogliamo arrivare noi ma renderci disponibili, aperti, all’opera di Dio che vuole portarci a perfezione. Il saggio – si legge nel libro della Sapienza – desidera soprattutto un orecchio attento, cioè la capacità di ascoltare con profitto e quindi di imparare, di lasciarsi condurre a perfezione. Si può imparare sempre, da tutti e da tutto. Chi impara cresce. Chi sa ascoltare tira profitto dai complimenti e dalle critiche, dai successi e dagli sbagli o dai fallimenti. Ma per ascoltare veramente e con umiltà occorre saper stare all’ultimo posto, guardare agli altri come gente che ne sa più di me e attendere che sia un altro a farmi avanzare al primo posto perché in questo primo posto ci sappia stare non come un divo del cinema ma come uno che ama.