Dalla storia dell’Istituto comboniano

Nella storia dell’Istituto comboniano vi sono quattro avvenimenti strettamente legati: la divisione (1923), la riunificazione, la nuova Regola di Vita (1979) e la canonizzazione di Comboni (2003). È bene chiedersi: perché si produsse la divisione? Come si giunse alla riunificazione? Queste brevi pagine possono aiutare a conoscere entrambi gli eventi nelle loro motivazioni, protagonisti, sviluppi e ripercussioni. [P. Romeo Ballan, missionario comboniano].

DIVISIONE
(1923)

RIUNIFICAZIONE
E REGOLA DI VITA
(1979)

COMBONI SANTO
(2003)

 

1923: la ferita della divisione

Nel 1923 si ebbe la divisione giuridica dell’Istituto comboniano in due Congregazioni separate e autonome. La data ha il valore di uno spartiacque – una linea di confine fra un prima e un dopo – nel cammino verso la riunificazione che culminò nel 1979.[1]

Il fatto del 1923 aveva degli antecedenti che possono in parte spiegarlo ma non giustificarlo. Fin dagli inizi della missione dell’Africa centrale, prima, durante e dopo Mons. Comboni, i missionari provenienti dall’Europa centrale (Austria, Germania, Slovenia, ecc.) furono consistenti in termini numerici, economici e metodologici, e non sempre i due gruppi di missionari, gli italiani e gli austro-tedeschi, riuscirono ad avere armonia e integrazione, sia a Verona che in Egitto e Sudan.

Antecedenti di un evento doloroso

Secondo l’austriaco p. J. Dichtl, segretario di Comboni, lo stesso Fondatore avrebbe voluto l’apertura di un’altra casa, fuori da Verona. A Brixen-Bressanone, città storica e artistica dell’Italia settentrionale, fu aperta, nel 1895 la prima casa fuori Verona, la città in cui Comboni aveva fondato (1867) il suo Istituto, che nel 1885 si trasformò in Congregazione religiosa (FSCJ).

La scelta di Brixen – importante sede episcopale del Tirolo meridionale – fu il risultato di un intenso scontro fra posizioni contrapposte a livello imperiale, episcopale, vaticano, comboniano… La Missionshaus in terra austro-ungarica, fortemente voluta dall’Imperatore di Vienna, protettore della missione africana, fu aperta come residenza e casa di formazione per i missionari di lingua tedesca.[2]

L’apertura di Brixen aveva un elevato valore simbolico e storico: significava sfida di unità e interculturalità. La questione si trascinò fino al 1919 e sfociò nei fatti del 1923.[3]

Il primo superiore di Brixen fu p. Franz Heymans, olandese, accompagnato dai fratelli tedeschi Klemens Schrör e Christian Platz, e alcuni novizi. Il giorno del suo arrivo, p. Heymans si recò dapprima al vicino monastero di Novacella (Neustift) per salutare il grande amico e benefattore di Comboni e di tutti i missionari, il canonico agostiniano J. C. Mitterrutzner. La comunità ebbe degli inizi umili, alloggiata in un’antica residenza di campagna. Due anni dopo, nel luglio del 1897, giunse il grande propulsore di Brixen, il tedesco p. Francisco Xaver Geyer, uomo di straordinaria levatura missionaria, intellettuale e amministrativa, con un ricco vissuto della missione in Egitto e Sudan: appassionato ammiratore di Comboni, del quale scrisse la prima biografia nel 1882, grande amico di Mitterrutzner, efficace animatore per ottenere mezzi economici e vocazioni.

P. Geyer, vedendo che la casa era insufficiente, fece costruire in due anni un nuovo edificio per 60/70 aspiranti. Con fini educativi, vocazionali ed economici, nel 1898 lanciò la rivista mensile Stern der Neger (Stella dei Neri) per informare sulla missione africana; nel 1900 diede inizio al calendario missionario Werk des Erlösers (Opera del Redentore), come legame con amici e benefattori.

Nel 1903 p. Geyer, a 44 anni, fu nominato vescovo-vicario apostolico di Khartoum, terzo successore di Comboni in questa sede, dopo F. Sogaro e A. Roveggio. Mons. Geyer era un leader e fu un punto di riferimento importante per alcune posizioni e scelte del gruppo tedesco, al punto che i superiori di Verona sembravano considerare Brixen e Khartoum come delle rivali.

Tensioni fra i due gruppi

Nel 1913, dopo alcune tensioni fra p. F. Vianello, Superiore generale a Verona, e mons. Geyer, vescovo di Khartoum, si giunse alla divisione del vicariato in due parti: il nord, affidato ai tedeschi, e il sud, agli italiani, con la speranza di una maggiore armonia interna.

Le tensioni riguardavano la diversa formazione ricevuta a Brixen e a Verona, e il metodo di apostolato missionario; c’erano movimenti italiani anti-austriaci (Risorgimento) e, in Austria, analoghe antipatie contro gli italiani. Le tensioni fra italiani e austro-tedeschi si aggravarono durante la Prima Guerra Mondiale (1914-18). La vittoria degli italiani lasciò ferite e risentimenti che intaccarono ancora di più le relazioni, per il cambiamento dei confini: Trento e Bolzano passarono all’Italia, il passo del Brennero divenne la nuova frontiera fra Italia e Austria, la diocesi di Brixen perse il suo territorio al nord del Brennero… Molti trentini, tirolesi e austriaci dovettero cambiare il loro passaporto e ‘sentirsi italiani’.

Il Capitolo del 1919 decise la creazione di una Provincia tedesca

Con queste premesse, l’Istituto arrivò al terzo Capitolo Generale (Verona, 22-9/1-10 1919), nel quale fu eletto Superiore Generale p. Paolo Meroni[4] con i suoi assistenti: A. Vignato e F. Vianello (italiani), F. Heymans (olandese) e Jakob Lehr (tedesco). Il 29 settembre, per la prima volta, fu pronunciata la parola ‘Provincia[5]: “P. Wilfling propone al Capitolo che le case di lingua tedesca si costituiscano in Provincia: il Capitolo approva e il Presidente (p. Meroni) assicura che tratterà il tema quando si chiariranno un po’ le circostanze politiche”.[6] Non si entrò nei dettagli di questa ‘Provincia’, ma era chiaro che si voleva un cambiamento nella struttura di governo, maggiore autonomia, senza rinunciare all’unità dell’Istituto.

Due anni dopo, nell’autunno del 1921, p. Meroni, secondo il mandato capitolare, chiese a ciascun comboniano tedesco se riteneva che fosse giunto il momento di creare una Provincia austro-tedesca: su 29 votanti, i sì furono 20. Tuttavia, pochi mesi dopo, nella riunione del Consiglio del 29 dicembre 1921, p. Meroni espresse delle conclusioni inaspettate: non costituire una Provincia austro-tedesca e chiudere il noviziato e lo scolasticato di Brixen al fine di dare a tutti la stessa formazione a Venegono Superiore (Varese) e a Verona.

I padri Heymans e Lehr protestarono per questa decisione che andava contro il parere del Capitolo. Nonostante tutto, parecchi tedeschi erano disposti ad obbedire al p. Generale e non pensavano ancora ad un’eventuale separazione dall’Istituto. Ma la rottura si stava producendo: davanti alla prospettiva di un assorbimento totale, alcuni responsabili (i padri J. Lehr, A. Ipfelkofer, J. Klassert, D. Kauczor e altri) stavano maturando e promuovendo una forma di separazione. “Come la filiale di un’abbazia benedettina che, giunta alla maturità, diventa abbazia indipendente”, suggeriva p. Kauczor, missionario della Slovenia a Khartoum e presto in Sudafrica. Mons. Geyer non ebbe parte attiva nel processo di divisione, essendo prossimo a lasciare il vicariato.

Il decreto di Propaganda Fide: 27 luglio 1923

P. Meroni preparò il suo dossier e decise di sottoporre l’argomento alla Congregazione di Propaganda Fide a Roma, dove trascorse buona parte del 1922. Entrò in conflitto con il card. Van Rossum, redentorista olandese, Prefetto di Propaganda, contrario alla soluzione di p. Meroni: fino alla fine, il cardinale fu contrario alla divisione, e si rifiutò di firmare il decreto ufficiale della divisione. Infatti, questo porta la firma del segretario e di un altro ecclesiastico.

P. Meroni cercò l’appoggio di altri cardinali e ufficiali del Vaticano, finché la decisione fu presa il 27 novembre 1922, nella Congregazione plenaria di Propaganda, che decretò la divisione dell’Istituto in due Congregazioni indipendenti. Prima di dare seguito alla divisione, le due parti dovevano accordarsi su diversi punti, compresa la divisione dei beni economici, sotto la vigilanza di Propaganda. Essa nominò suo delegato esecutivo p. F. Maroto, spagnolo, procuratore dei Claretiani, a Roma. La decisione della Congregazione di Propaganda fu approvata da Pio XI.

‘Con riluttanza’, il 27 luglio 1923, Propaganda pubblicò il decreto “Sodales Instituti Veronensis[7] sulla divisione dell’Istituto dei FSCJ in due Congregazioni indipendenti, entrambe di diritto pontificio e dipendenti da Propaganda Fide: i FSCJ per gli italiani, con sede a Verona, e i MFSC (Missionari Figli del Sacro Cuore) per gli austro-tedeschi, con la possibilità di optare por l’una o per l’altra Congregazione.[8] Propaganda nominò p. Lehr Superiore generale dei MFSC, con l’incarico di preparare un Capitolo (1926). Il Papa creò la nuova Prefettura apostolica di Lydenburg (Sudafrica), affidata ai MFSC.

Nel 1923 i FSCJ erano 150 religiosi (sacerdoti, fratelli e scolastici) in Italia, Egitto, Sudan e Uganda; con 50 novizi a Venegono Superiore e 60 aspiranti. I MFSC erano 54 religiosi: 26 sacerdoti, 22 fratelli e 6 scolastici, 15 novizi, e 38 aspiranti, a Brixen, Graz, Ellwangen. Di questi 54, 14 tedeschi si trovavano in Egitto in attesa di una nave che li portasse in Sudafrica, dove finalmente giunsero l’11 febbraio 1924.

Considerazioni sui fatti del 1923

1. Assenza di Comboni – In tutto il dibattito e nei documenti relativi alla divisione del 1923 sorprende vedere la completa assenza del nome di Comboni. Alcuni pensano che la divisione bloccò negli anni 20/30 l’espansione dei Comboniani nell’Europa centrale e orientale (come invece ebbero SVD, OMI, SCJ, CICM, MAfr, SdB…).

2. P. Meroni promotore della divisione – Alla fine del 1921, la proposta di p. Meroni di sospendere il noviziato-scolasticato di Brixen provocò la protesta dei tedeschi che, di fronte alla chiara prospettiva di assorbimento, cominciarono a pensare ad una separazione. Nei suoi messaggi ai FSCJ (ottobre e dicembre 1923), p. Meroni – in buona fede – disse chiaramente che era stato lui a proporre la separazione come unica via d’uscita: “Siamo convinti che tutto è stato opera del Signore”.[9] Da parte sua, p. Lehr invitò i 54 MFSC a rendere grazie con un Te Deum per la “felice soluzione del nostro tema”.

3. Fu “divisione” più che “separazione” – Nel passato, il fatto del 1923 fu chiamato “separazione” (Trennung); oggi invece si parla di “divisione” (Teilung), perché ha una connotazione di parità. La parola separazione porterebbe a pensare all’allontanamento di una parte e quindi di un ritorno a casa; mentre la riunificazione del 1979 fu molto più che un re-incontro di due Istituti che, alla pari, decisero di iniziare un nuovo cammino insieme. Per cui ecco il significato pieno di un nuovo nome (MCCJ) e di una nuova Regola di Vita.

4. Fedeltà, condizione di fecondità – La divisione fu una profonda ferita, commentano i padri F. Pierli e T. Agostoni, superiori generali emeriti. La fedeltà al Fondatore e alle opzioni principali dei Capitoli Generali costituisce una garanzia di fecondità. Per questo, ritengono, omettere o agire contro decisioni capitolari importanti vuol dire esporsi ad avventure pericolose. È ciò che accadde ai Comboniani dopo il 1919.

Cercando vie per la riunificazione

Giovanni XXIII disse a p. Gaetano Briani, Generale FSCJ, di parlare con il card. Arcadio Larraona per la causa di Comboni.[10] In un incontro (1961) con rappresentanti dei due Istituti,[11] Larraona, conoscitore della nostra storia, raccomandò due passi necessari, anche in vista della canonizzazione di Comboni: prima di tutto, la riunificazione delle due Congregazioni; secondo, uno studio serio sul Fondatore, a carattere scientifico. La creazione a Roma (1961) dello “Studium Combonianum” e della rivista “Archivio Comboniano” obbediva a questi orientamenti.

Quando nella famiglia comboniana, soprattutto dopo gli anni ’50-60, si cominciò a riscoprire e recuperare la figura di Comboni come comune Fondatore, il cammino verso la riunificazione si fece più deciso e stringente. Riunificazione e canonizzazione del Fondatore erano due valori inseparabili: senza riunificazione non si poteva procedere verso la canonizzazione.

Durante il Concilio, p. Briani ebbe vari contatti con i vescovi MFSC A. Reiterer e A. Kühner, rispettivamente di Lydenburg (Sudafrica) e Tarma (Perù), con i quali concordò l’invio dei primi FSCJ nelle rispettive diocesi.

1967-1979: Cinque Capitoli Generali con passo deciso verso la riunificazione

I Capitoli Generali del 1967 (MFSC) e del 1969 (FSCJ) diedero degli orientamenti importanti verso la riunificazione. La stessa origine, lo stesso carisma, la stessa finalità missionaria e le stesse costituzioni portavano verso il passo definitivo. Alla fine del Capitolo 1969, i due Consigli Generali istituirono una commissione congiunta, la Reunion Study Commission (RSC), al fine di studiare i problemi ed elaborare proposte concrete per la riunificazione. La commissione era composta di cinque membri di ciascuna delle due parti che, in dieci sessioni di lavoro, presentarono ai rispettivi Consigli soluzioni importanti. La RSC ha accompagnato in particolare la progressiva riunione dei due Istituti presenti in Spagna.

Il culmine del processo si ebbe tra il 1975 e il 1979. I Capitoli Generali dei MFSC (1973) e dei FSCJ (1975) si scambiarono proposte sulle forme giuridiche di riunificazione. I MFSC suggerivano un modello che i FSCJ studiarono accuratamente a Roma, proponendo, a loro volta, la riunificazione sulla base di un “Ordinamento giuridico speciale”. I MFSC accolsero con favore la proposta di questo “Ordinamento”, come piattaforma per la discussione risolutiva e invitarono i FSCJ a recarsi in Germania.

Nell Casa Madre delle Suore di Sant’Anna (Annaschwesternmutterhaus) di Ellwangen, si svolse la seduta congiunta e straordinaria dei due Capitoli Generali (1-2 settembre 1975), durante la quale si decise di: – 1. realizzare la riunificazione, con le seguenti tappe: -2. Referendum tra tutti i membri di entrambi gli Istituti (1976)[12] -3. bozza di Costituzioni (1977-1978), -4. celebrazione del Capitolo Generale congiunto (1979). La sessione pomeridiana si chiuse con un voto storico a favore della riunificazione: da parte dei 55 FSCJ presenti, 55 placet; dei 18 MFSC presenti, 17 placet e una sola astensione.

Nel pomeriggio del 2 settembre 1975, sulla collina di Josefstal (Ellwangen), in un clima di festa ci fu la ‘sepoltura’ di una bara chiamata “separazione” (Trennung) e fu piantata la robusta quercia della riunione (Wiedervereinigung). I due Superiori Generali, J. Klose e T. Agostoni, furono i primi a ricoprire di terra la bara e a piantarvi le radici della quercia. Ho ancora ben presente un’altra immagine di quello splendido pomeriggio. C’era un vecchietto raggiante, applaudito da tutti: era Fratel Augusto Cagol (96 anni), tedesco della Westfalia, che nel 1900 era entrato a Bressanone, che Mons. Geyer aveva portato con sé a Khartoum come segretario. Il Fratello era stato sempre apertamente favorevole alla riunificazione. Quel pomeriggio la vide molto vicina, ma morì nel 1977 (a 98 anni).

Infine, il Capitolo congiunto, generale e speciale, iniziò con il decreto di riunificazione da parte di Propaganda Fide il 22 giugno 1979, festa del Sacro Cuore. Il Capitolo preparò la nuova Regola di Vita (Costituzioni e Direttorio Generale), approvò il nome del nuovo Istituto, Missionari Comboniani del Cuore di Gesù (MCCJ), ed elesse un unico Superiore e Consiglio Generale.[13] Infine, dopo 56 anni di separazione, si era giunti alla tanto desiderata unità. Da parte della Santa Sede, la riunificazione aprì la strada alla glorificazione di Comboni Beato (1996) e Santo (2003).

La Provincia di Spagna accolse la riunificazione con entusiasmo e per di più in anticipo, mentre il gruppo comboniano dei MFSC in Perù fece delle resistenze, finché alla fine fu creata una sola provincia peruviana. Oggi in Perù ci sono circa 60 MCCJ di 14 nazionalità; diversi peruviani lavorano ad gentes in altri paesi e continenti, e uno è stato nominato da poco Vescovo di Tarma.

Andrés Riedl ed Enrico Farè: pionieri in Spagna, promotori appassionati della riunificazione

Durante il cammino dei due Istituti verso la riunificazione brillarono alcuni suoi leader e promotori all’interno delle loro comunità. Tra questi, i padri Andrés Riedl (MFSC, austriaco) ed Enrico Farè (FSCJ, italiano), pionieri delle rispettive fondazioni comboniane in Spagna negli anni ’60.[14]

Andrés aveva 20 anni ed era a Brixen quando, nel 1923, rimase profondamente colpito dalla divisione dei due Istituti.[15] Non ne conosceva le ragioni, ma vedeva la divisione come un affronto alla carità e si domandava: “Che hanno fatto i superiori?!”. Mentre era missionario in Perù, dal 1938, aveva sentito P. L. Ipfelkofer, uno dei leader MFSC che si trovava a Khartoum durante gli anni della divisione, dichiarare prima di morire: “È stato un grosso errore. Sarà necessario porvi rimedio”. P. Riedl ricevette questo testamento come un compito per la sua vita. E nel Capitolo del 1955 propose che i MFSC iniziassero una fondazione in Spagna, per la formazione di sacerdoti per l’America Latina.

Nel 1960, P. Riedl e altri MFSC aprirono in Spagna il seminario minore di Saldaña e, a circa 60 km, la casa e tenuta di Palencia per il futuro noviziato. Pochi anni prima, dal 1954, i FSCJ avevano aperto le case di San Sebastián (la rivista Aguiluchos), Corella (Navarra) come collegio-seminario e Madrid (sede centrale). Il risultato fu la presenza contemporanea di due gruppi di Comboniani nella stessa nazione, a poche centinaia di chilometri l’uno dall’altro, senza saperlo, senza conoscersi, senza una programmazione comune. Ma la Provvidenza stava preparando futuri incontri!

Ala fine del 1959 arrivò (da Italia, Sudan e Messico) il maggior stratega della presenza ed espansione comboniana in Spagna: p. Farè, che a Madrid lanciò la rivista Mundo Negro (1960), con un piano di animazione vocazionale e case di formazione a livello nazionale. A ragione i Comboniani spagnoli considerano i padri Riedl e Farè “co-fondatori” della Provincia di Spagna. Grande era la loro passione per Cristo, per Comboni e per la riunificazione: animavano i confratelli, cercavano di convincerli, precedevano le tappe, riducevano le difficoltà, diffondevano messaggi e soprattutto trasmettevano questi valori ai giovani in formazione. I due leader poterono contare sull’attiva collaborazione dei loro rispettivi gruppi.

I contatti cominciarono timidamente dalla base, con iniziative personali, per passare ad un ritmo crescente e cordiale, con scambio di visite fra Corella, Moncada, Palencia, Saldaña e Madrid. Così caddero molti pregiudizi e crebbero la reciproca stima e collaborazione. I giovani spagnoli non vedevano di buon occhio una divisione ereditata, importata dalla Germania e dall’Italia; la consideravano un ostacolo scandaloso, si sentivano “comboniani spagnoli” e questo bastava per lavorare ed evitare confusioni in ambito vocazionale ed economico. “La riunificazione verrà dalla Spagna”, cominciarono a commentare i superiori a Ellwangen e a Roma.

Nei Capitoli del 1967 e 1969, Riedl e Farè cercarono di incamminare i rispettivi gruppi verso l’unità. In Spagna furono fatti altri passi decisivi: unificazione del noviziato di Palencia e dello scolasticato di Moncada (Valencia), con scambio di formatori e alunni; votazione unanime per l’unità, creazione della provincia unita di Spagna (prima del 1979). Riedl era convinto che, se la presenza dei due Istituti in Spagna fosse stata di aiuto anche soltanto alla riunificazione, la fondazione avrebbe assolto la sua funzione.

Come profumo di incenso

Il contributo finale di P. Andrés alla riunificazione fu duplice: permanente preghiera di intercessione per l’unità e rete di relazioni fraterne a livello personale. Allora mi trovavo a Madrid e diverse volte mi disse, con le lacrime agli occhi, che non vedeva futuro per i MFSC senza la riunificazione: “È un problema di vita o di morte per noi”; e aggiungeva con speranza. “Se ci uniamo, vivremo e avremo speciali benedizioni dal Sacro Cuore”.

Pregava per la riunificazione elevando il corpo e il sangue di Cristo nella Messa. Amava contemplare Cristo sulla croce: ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo (cfr. Ef 2, 13-18). L’apporto di Taita Andrés aveva acquisito il valore profumato dell’incenso e del sacrificio, passando per lunghi momenti di purificazione interiore. Si rallegrava per ogni passo avanti nella riunificazione: la vide molto avanzata ma non pienamente realizzata. Visse, come Mosè, l’esperienza del “monte Nebo” (cfr. Dt 34,1-5), nella casa di Brixen, dove morì (gennaio 1974), a 71 anni.

Considerazioni conclusive

1. La “peste contagiosa” dei nazionalismi – La divisione mise in evidenza le conseguenze funeste di ogni tipo di contrapposizione derivante da pregiudizi razziali, nazionalismi, complessi di superiorità o inferiorità… Tutti questi sentimenti contaminano le relazioni e pregiudicano la fede e la missione. A ragione, Benedetto XV, nell’enciclica missionaria Maximum Illud (30 novembre 1919), richiamò con forza l’attenzione dei missionari sul nazionalismo, “la peste più contagiosa per la vita di un apostolo” (apostolatus pestis teterrima). Comboni affermava che “l’Opera deve essere cattolica, non spagnola, francese, tedesca o italiana”.[16] Sul suo esempio, a dodici anni dalla fondazione, l’Istituto di Comboni aveva già membri di dodici nazionalità e tre continenti.

2. Riunificazione, compito di molti – Di tutto il processo divisione-riunificazione, appare chiaro che mentre la prima fu opera di un piccolo gruppo di superiori di Verona, la riunificazione è il risultato di un lungo cammino che ha coinvolto molti Comboniani dei due gruppi: persone, gruppi, istituzioni, Capitoli…

3. Regola di Vita – Frutto rilevante della riunificazione è la nostra Regola di Vita, con il nuovo nome MCCJ, che apprezziamo come dono del Cuore di Gesù e di Comboni. Ognuno ha fatto il proprio cammino di assimilazione della RV e continua a seguirla come una fonte di ispirazione nel cammino di continua identificazione con Cristo e nel servizio missionario.

4. Unità dinamica – L’unità non è un valore statico, un fatto giuridico legato al passato; è una pianta che, per crescere e svilupparsi, ha bisogno di essere nutrita ogni giorno, come l’amore, con nuove motivazioni. È un compito che non finisce mai, aperto a sfide sempre più grandi. Solo così, una volta superata la divisione con un’unità dinamica, potrà prorompere il grido di Sant’Agostino: “Felice colpa!” con il canto del suo maestro Sant’Ambrogio: “Felice la distruzione, se la ricostruzione renderà più bello l’edificio!”.
Romeo Ballan, mccj

Domande per una riflessione

  1. La divisione dell’Istituto è stata precipitata dal nazionalismo e da pregiudizi razziali che hanno minato le relazioni interpersonali. Ora che l’Istituto è multiculturale, quanto mettiamo in discussione i nostri pregiudizi culturali?
  2. Quali sono i momenti nella vita comunitaria in cui la mancanza di dialogo diventa deleteria per la comunità e la missione?
  3. L’unità è un valore dinamico, “sempre aperto a nuove sfide”. Su quali valori condivisi e irrinunciabili è fondata la nostra comunità? Come e in nome di chi superiamo gli inevitabili conflitti intercomunitari?
  4. Comboni e la passione per la missione sono stati i due moventi verso l’unificazione dell’Istituto. Il senso di appartenenza quanto motiva le scelte di tutti i giorni?

[1] Non esiste ancora uno studio storico globale sulla divisione-riunificazione; abbiamo solo studi parziali.

[2] Vedi: GILLI ALDO, Historia del Instituto misionero comboniano…, Madrid 1984, pp. 135.

[3] Vedi: BAUMANN REINHOLD, Geschichte der Deutschsprachigen Comboni-Missionare, Ellwangen 2009, pp. 448.

[4] P. Meroni (1873-1939), studioso dell’Islam, fu missionario a Khartoum con Geyer. Come Superiore Generale (1919-31), promosse l’espansione dei Comboniani in Italia, diede inizio al Piccolo Missionario e al Bollettino, e introdusse la causa di canonizzazione di Comboni (1927).

[5] Cfr. Libro Capitolare I – 1899-1940, in ACR C/271/1, p. 80.

[6] Le “circostanze politiche” si riferivano ai tedeschi internati in Egitto, come in tempo di guerra.

[7] Cfr. Acta Apostolicae Sedis, anno XV, vol. XV, settembre 1923, n. 9, pp. 467-468.

[8] L’austriaco p. Artur Nebel optò per la parte italiana, assieme a qualche altro.

[9] Cfr. La voce della Congregazione. Raccolta delle lettere circolari…, pp. 43-48.

[10] Arcadio Larraona, claretiano spagnolo, giurista vicino a p. Maroto, cardinale (1959), Prefetto per le cause dei Santi.

[11] Padri G. Battelli, vicario dei FSCJ, e A. Fink (MFSC), superiore a Roma.

[12] Votarono a favore: 86% MFSC e 95,7% FSCJ, essendo, il 75%, il minimo richiesto da Propaganda Fide.

[13] Fra il 1979 e il 1980, con il permesso della Santa Sede, cinque sacerdoti MFSC optarono per essere incardinati nelle diocesi. Solo uno uscì, non essendo d’accordo con il modo della riunificazione.

[14] Vedi: GONZÁLEZ NÚÑEZ JUAN, Misioneros Combonianos en España. 50 años de historia, ed. Mundo Negro, Madrid 2004, pp. 286.

[15] Vedi: BALLAN ROMEO, Taita Andrés. Misionero comboniano tirolés en Alemania, España y Perú, Madrid 2013, pp. 495.

[16] Cfr. COMBONI D., Scritti, n. 944.