Elisabetta Bianchi, che tutti conoscono per Lisetta, è un pilastro del Coe (Centro Orientamento Educativo), con una bella esperienza missionaria. Dalla loro comunità di Rungu, la responsabile Nadia Cerri e Georgine direttrice della scuola materna sono dovute partire per seri problemi di salute. Le attività sono state affidate ai cooperatori laici locali. Poi, per alcuni mesi, Lisetta è venuta sola soletta a Rungu per verificare e sostenere le varie attività loro affidate da alcuni decenni. Ora deve rientrare in Italia e viene sostituita per altri mesi da Maria Antonietta che seguirà la formazione degli insegnanti delle varie scuole. Al momento della partenza intervisto Lisetta, perché la sua esperienza possa essere motivo di riflessione per altre persone e per i giovani in particolare.

Lisetta da dove vieni?

Sono una Bergamasca doc e vengo dall’ alto della Val Brembana cioè da Piazzatorre. Si passa da S. Pellegrino, poi da San Giovanni e si sale a Piazza Brembana e su ancora fino a Piazzatorre, a mille metri d’altezza e si arriva a “nsuka ya mokili” (fine del mondo) perché la strada non va oltre. In famiglia eravamo cinque sorelle e due fratelli. I fratelli sono deceduti tutti e due. Noi sorelle, di cui la maggiore è del 1934 e la minore del 1950, ci siamo tutte. La mia prima formazione professionale è stata quella del “taglio e cucito” con una cugina come insegnante. Poi ho studiato per essere insegnate per la scuola materna. Professionalmente ho sempre studiato e dato esami come privatista, senza mai riscaldare i banchi delle scuole. Solo quando c’è stata la svolta verso l’Africa ho frequentato il corso per essere infermiera.

Com’è che dalle cime della Val Brembana ti sei imbattuta nel COE?

              E’ una storia molto lunga. L’anno del decesso di mio papà, abbiamo conosciuto una signora di Saronno che veniva in villeggiatura con i figli a Piazzatorre. Questa signora cercava una giovane che l’aiutasse occupandosi della casa e dei figli. Mia sorella maggiore accettò l’invito e ci rimase alcuni anni finche non si fidanzò e si sposò. Fu sostituita da un’altra mia sorella. Questa signora ci fece non solo conoscere Saronno ma anche don Francesco Pedretti che era direttore di un collegio diocesano e fondatore del Coe. Mia sorella poi lasciò il lavoro per andare a lavorare al Coe. Avevo quattordici anni ero a casa e non stavo bene e mia mamma riteneva necessario mandarmi al mare per riacquistare salute. La signora di Saronno possedeva una casa al mare in Liguria e mi accolse li anche per fare da “baby sitter” ai suoi bambini. Ritornata a Saronno la signora mi chiese di restare ancora con loro. Dopo un anno e mezzo, per Natale. decisi di tornare a casa. Toh che interviene don Pedretti, con una telefonata, dicendomi: “ Come fai ad andar via ora? Sai che la signora attende un bambino e ha bisogno della tua presenza.” Gli dissi di essere già d’accordo con la signora e con la mia mamma. Don Pedretti ha insistito talmente tanto che mi sono innervosita e mi domandavo: “Come si permette questo prete di intromettersi nella mia vita?” Conoscevo don Francesco e alcuni membri del COE perché si riunivano nella casa di questa signora. Ma stavo alla larga. Sono rimasta ancora finché la signora partorì due gemelli e ancora per alcuni mesi, infine ritornai a casa mia.

La storia continua perché il Signore ha i suoi piani …

              Ero a casa ma don Francesco si faceva vivo spesso, non mollando la presa e insistendo perché andassi a Barzio nella sede del COE. Alla fine mi lasciai convincere e andai a Barzio. I primi membri del COE, erano tutti degli insegnanti, e di conseguenza l’obbiettivo principale era la formazione e l’educazione. Don Francesco volle che continuassi gli studi per diventare insegnante. Iniziai a insegnare in Valsassina. In quel tempo ci fu l’apertura all’Africa e mi offrii subito come volontaria. Don Francesco aveva preso contatti con Mons. Etoga Vescovo di Mbalmayo in Camerun e fu questa la mia prima missione. Il primo drappello di tre volontarie del COE partite il 16 novembre 1970 per il Camerun, furono raggiunte dopo qualche mese da una quarta persona.

Come stato il tuo primo impatto con l’Africa?

              Indubbiamente è stato buono e bello nonostante che all’inizio le difficoltà non mancano mai. Non conoscevamo niente di “ewondo” lingua locale, e questa è una grossa difficoltà, che superavamo apprendendo i primi rudimenti e restando aperte a tutto. Le lingue si imparano praticando anche solo quel poco che si sa e arricchendo la conoscenza piano piano. Fin dall’inizio avevamo aperto un centro sanitario, dove ero impegnata come infermiera, assieme a un’altra ragazza che non era infermiera ma che amava questa attività. Questa ragazza, Maria Elisa, ha lavorato con me due anni,. Rientrando in Italia ha poi sentito la necessità di iscriversi alla scuola di infermiera. E ancora al giorno d’oggi è impegnata in questo settore per assistere le ammalate e anziane che sono a Barzio.

Come è avvenuto il passaggio dal Camerun al Congo?

              Dopo diversi anni in Camerun, desideravo cambiare paese e cambiare continente, aspirando all’ America Latina. Come sempre il Signore ha i suoi piani e li realizza al di la dei nostri desideri e idee. Quando don Francesco mi propose di venire nello Zaire (RDC di adesso) rifiutai. In quel periodo incontrai Mario e Gabriella Coletto, la prima copia di volontari che era stata a Rungu. I Coletto, mi descrissero l’ospedale di Rungu, di cui avrei dovuto farmi carico, che si trovava in una situazione orribile. Li lavoravano Graziosa Invernizzi, Maria Stocco, Gabriella Passera e la giovane Angela Missaglia. Sapendo che ero infermiera don Francesco contava su di me per rimpiazzare Graziosa che doveva rientrare in Italia per assistere i genitori anziani. In un primo tempo fui inviata a Kinshasa… Una cosa che non amo è vivere nelle grandi città inquinate e caotiche. Appena ho potuto sono migrata a Rungu nel nord est, e li mi trovai sicuramente molto meglio che a Kinshasa.

Quanti anni hai trascorso in RDC?

Non saprei calcolarli. Lasciando il Camerun nel 1992, il primo periodo, non molto lungo, l’ho trascorso a Kinshasa-Limete. In un primo tempo sostituii per alcune volte Graziosa che dove assentarsi perché la sua mamma stava male. Quando da Rungu Graziosa è venuta via definitivamente, ho preso subito il suo posto. Fui incaricata della gestione e della logistica dell’ospedale. Venne poi Nadia Cerri, brava infermiera professionale, a darmi manforte. Ritenni importante curare e seguire la formazione sanitaria del personale infermieristico. Visitavamo i villaggi creando centri di alfabetizzazione dove davamo anche formazione sanitaria per gli infermieri dei dispensari sparsi sul territorio. Sentivamo urgente preparare bene il personale perché potessero dare il meglio nell’assistenza agli ammalati.

Essendo stato a Rungu so che avete dato vita ad altri progetti importanti per la promozione sociale della gente. Quali vi sono stati a cuore?

Il primo è stato quello del “Habitat”. La stragrande maggioranza della gente viveva in capanne, soggette a deteriorarsi in fretta e a continue ricostruzioni. Pochi avevano la fortuna di possedere una casa ben fatta casa ben fatta in mattoni. Con l’aiuto di un tecnico locale associato, formavamo come muratori una decina di ragazzi ogni anno, che poi si sono impegnati nella costruzione delle abitazioni per le quali davamo un aiuto per l’acquisto del cemento e delle lamiere per il tetto. Mi ha dato molta soddisfazione, non tanto la realizzazione delle case, quanto l’aver stimolato tantissime altre persone a costruirsi case in materiale durabile, chiedendo collaborazione ai ragazzi formati da noi. Diversi ragazzi ora sono dei piccoli impresari in proprio. Ci siamo impegnate poi nella formazione scolastica con la creazione di una scuola elementare normale, una scuola materna e una scuola per bambini e ragazzi sordi.

Cosa mi dici di Rungu?

 Come ho già detto mi piace vivere in un villaggio. La gente di Rungu si è molto affezionata a noi. Una cosa che umanamente parlando da molta soddisfazione è sentire che la gente ti vuole bene. Venire qui per me è sentirmi a casa mia. Ricordo che nel 1998-99 quando ci sono stati i seri disordini con la lotta tra i soldati di Mobutu e quelli di Kabila e compagni, per il rischio siamo andate via e poi ritornate. Avevamo chiesto alla gente di nascondere le cose nei villaggi, portando anche delle macchine con molto materiale dell’ospedale come l’ecografo, i cardiografi, ecc… Al Ritorno abbiamo ritrovato tutto su quelle macchine. Andando a recuperare una in un villaggio domandai a ragazzini : “Qui non c’è una macchina?” tutti mi dissero: “Qui non ci sono macchine. Non sono mai arrivate macchine fino qui!”. Anche loro sapevano che era un segreto da custodire. La gente ha collaborato per proteggere le cose in particolare quelle dell’ospedale. Il capo di collettività a fatto cadere diversi alberi, e distrutto anche un ponte, per impedire che i militari entrassero da quelle parti. La gente ha capito il bene fatto dall’ospedale e quello che stavamo facendo collaborando e proteggendo i beni a loro servizio. Ritengo questa l’esperienza più bella che ho vissuto a Rungu, che aiuta a superare le difficoltà e le fatiche fisiche. Don Francesco parlando di Rungu diceva che :”E’ l’angolo del Paradiso”, e anch’io lo ritengo tale, anche se ci sono molte difficoltà e si è confrontate a tanta povertà. Al di la di tutto si vive una certa serenità e tranquillità.

Quale ricordo ti è rimasto particolarmente nel cuore della tua esperienza missionaria?

Alla fine degli anni novanta ci sono stati i disordini e siamo state via per alcuni mesi, Quando siamo poi tornate, sento bussare alla porta, apro e mi trovo davanti una vecchietta. Gli domando in cosa posso esserle d’aiuto, e lei mi dice: “Mademoiselle non ho bisogno di niente. Ho sentito che siete ritornate e volevo essere sicura che veramente foste ritornate. Anch’io ero fuggita in foresta, ma ora che siete tornate, so che posso tornare anch’io”.

Qual è un tuo ricordo particolare delle visite di Don Francesco Pedretti a Rungu?

Quando don Francesco veniva, passava per i villaggi dedicava tempo salutando tutti. Un giorno passando dal villaggio di Nangazizi siamo rimasti bloccati con la macchina in una buca. Don Francesco è sceso e si è avviato per strada a piedi. Quando finalmente abbiamo potuto ripartire lo abbiamo raggiunto ed è risalito in macchina. Due anni dopo, giunse a Rungu un signore che diceva di voler salutare don Francesco che ovviamente non c’era. Ci raccontò: “ Due anni fa a Nangazizi, il vostro padre passando a piedi, mi ha salutato in un modo speciale. Io sono venuto per restituire questo saluto”. Il modo con cui si era relazionato con una persona che non conosceva nemmeno, ha talmente colpito questa persona, tanto che lui è venuto da oltre Nangazizi, per una trentina di chilometri a piedi, fino a Rungu per restituire il saluto.

Voi del Coe, fino ad un passato recente, avete sempre accolto e favorito il lavoro di molti volontari italiani. Com’è la situazione del volontariato ai nostri giorni?

In effetti ci troviamo in un enorme difficoltà. Sembra che il volontariato stia tramontando. Resta con un barlume di vitalità nei pensionati e anziani, che desiderano essere ancora attivi e utili per un servizio anche in terra di missione. Nei giovani ho l’impressione che il volontariato sia in agonia prossimo alla morte. Resto in relazione con le persone che hanno fatto servizio di volontariato con noi e sono persone arricchite da queste esperienze positive che ricordano con gioia e riconoscenza. Ho l’impressione che i giovani d’oggi vogliano lavorare poco ed essere pagati tanto. Anche qui in missione i giovani cambiano e nessuno muove un dito senza essere pagato. Non molti anni fa i primi animatori di Rungu hanno sempre lavorato gratuitamente per il bene di tutti.

Che futuro prevedi per il Coe a Rungu?

Stiamo invecchiando e non c’è chi ci sostituisce e per forza di cose si intravvede che il nostro servizio missionario a Rungu va verso la fine. Lasciare questo “angolo di Paradiso” dico la verità, ci dispiace un po’, chissà se qualcuno vorrà e potrà sostituirci. Impegni e lavoro restano molti, ma ancor più importante è una presenza che testimoni l’amore di Cristo per questi fratelli.

Grazie Lisetta per questa preziosa testimonianza. Auguro che il Coe possa continuare il suo prezioso servizio missionario seminando l’amore di Dio per il mondo.