Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

La Domenica di oggi è la Prima dell’Avvento. Oggi inizia il nuovo anno liturgico: quello B, secondo il ciclo triennale, e siamo invitati a leggere il Vangelo di Marco. Nei primi secoli della Chiesa, si seguiva il calendario ebraico, che iniziava con la festa di Pasqua. Ma la Pasqua era una festa mobile, perché dipendeva dal calendario lunare. Infatti la Pasqua cadeva (e cade ancora oggi) dopo la prima luna piena dell’equinozio primaverile.

Solo nel secolo quarto si è arrivati a celebrare la nascita di Gesù il 25 dicembre e l’inizio dell’anno al 1° gennaio.

L’invenzione dell’Avvento è avvenuta a Tours, in Francia, dove la memoria di san Martino era rimasta molto forte. Il Vescovo di quella città, Perpetuus, nell’anno 450, ha cominciato a celebrare la Quaresima di san Martino. Infatti dalla festa di questo Sano (11 novembre) al 25 dicembre ci sono più o meno 40 giorni. Un secolo dopo, anche a Roma venne adottato questo tempo di preparazione al Natale, chiamandolo Avvento, che ha come caratteristica l’attesa gioiosa del Salvatore.

In questo anno liturgico leggeremo il Vangelo di Marco. E’ il secondo Vangelo, secondo la Bibbia. Ma in realtà l’evangelista Marco ha inventato il genere letterario dei Vangeli e il suo testo è storicamente il primo. Secondo Jean Carmignac (1914-1986), biblista francese, il Vangelo di Marco sarebbe stato scritto in ebraico dall’apostolo Pietro. Questo testo sarebbe poi stato tradotto in greco da Marco, discepolo di Pietro, verso il 40 dopo Cristo ed è questo Vangelo che noi leggeremo durante questo Anno liturgico.

Il brano di oggi (Marco 13, 33-37) ci invita alla vigilanza. André Darrieutort, biblista francese, ci spiega che cosa significa essere svegli ed essere in attesa. Bisogna evitare di essere sorpresi e bisogna invece essere pronti per accogliere il Signore (Proverbi 8, 34). Durante l’Avvento siamo in attesa della manifestazione del Signore nella carne. Ma che cosa dobbiamo fare? Il Cristiano, sottolinea Darrieutort, deve resistere alle tentazioni dell’apostasia, della perdita della fede; deve quindi lottare sempre contro il Maligno, con la preghiera e la sobrietà della vita.

Che cosa significa essere vigilanti e svegli, come ce lo chiede il Signore nel vangelo di oggi? (Marco 13, 37). La vigilanza è un atteggiamento importante. Essa va accompagnata anche dal discernimento. Allora che cos’è il discernimento? E’ andare oltre le apparenze; è cogliere l’essenza di un fatto, di un avvenimento, dell’agire delle persone. In tutte le situazioni, dobbiamo andare a fondo e scoprire dov’è e qual’è la volontà di Dio. Con la venuta del Signore (= Natale) questa volontà si manifesta pienamente.

Nella parabola raccontata da Gesù nel Vangelo di oggi, si parla dei servi, che, nella casa, custodita da un portinaio, hanno dei compiti precisi. E tutti sono tesi verso il ritorno del padrone. Bisogna tenere gli occhi ben aperti, per aspettare il ritorno del padrone (cioè la venuta del Signore). Così è per la Chiesa. Il Concilio Vaticano II l’ha definita “popolo di Dio” (Lumen Gentium 2, & 9-17). Nella Chiesa siamo tutti responsabili; tutti devono tenere gli occhi ben aperti. Ma chi deve vigilare più degli altri? E’ Pietro, sono gli Apostoli, cioè i pastori delle comunità cristiane, che devono discernere i segni dei tempi, quelli che manifestano la venuta del Signore. Noi dobbiamo essere pronti per accoglierlo, il Salvatore, vivendo le Beatitudini nella vita attuale ed essendo sale e lievito per l’intera società (Matteo 5, 1-16).

La storia – dice Silvano Fausti, biblista italiano ,- è appunto il luogo del discernimento, che ha come condizione l’attesa vigilante e come risultato l’operosità fedele”. Nell’antichità ci si abbandonava al “Fato” (= destino stabilito dalla divinità, a cui ci si deve adeguare e al quale non ci si può sottrarre). Come i Musulmani, attualmente, secondo il Corano, devono sottomettersi alla volontà di Dio. Islam infatti significa sottomissione. Anche l’uomo moderno si abbandona all’imprevedibilità del destino.

Il Cristiano invece crede nella Provvidenza di un Dio che è Padre. Il Signore infatti parla in tutti gli avvenimenti della storia. Poi con il Cristo, Figlio di Dio fatto uomo (Giovanni 1, 14), possiamo avvicinarci a Dio e scoprire la sua misericordia nei nostri riguardi. Noi inoltre siamo invitati ad assomigliare a Lui. “Siate misericordiosi – ha detto Gesù – come il Padre vostro è misericordioso” (Luca 6, 36). E allora non siamo più “l’inferno gli uni per gli altri”, come diceva Jean Paul Sartre (1905-1980), filosofo esistenzialista francese e ideologo della rivoluzione del Maggio ’68. Noi invece, discepoli di Gesù, formiamo la Chiesa che è “Popolo di Dio”. Noi siamo una comunione di fratelli e sorelle, che, animati dallo Spirito del Cristo, camminiamo, pieni di fiducia, nell’attesa del Signore che viene.

San Daniele Comboni (secolo XIX), aveva sempre una grande fiducia nella Provvidenza divina. Scrivendo al Cardinale Alessandro Barnabò, da El-Obeid (Sudan), il 20 ottobre 1873, così affermava: “La Divina Provvidenza deve essere la guida del Missionario”.