Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

Siamo arrivati alla penultima domenica dell’anno liturgico. La prossima domenica sarà la festa di Cristo Re, e poi incomincerà l’Avvento.

Come sempre, quando si parla di fine, di ultimi tempi, c’è un po’ di paura. Anche i Cristiani di Tessalonica credevano prossima la venuta del Signore e ne temevano il giudizio. Ma san Paolo invece insegna che si deve continuare a vivere come discepoli, lavorando per avere il necessario e avendo fiducia in Dio. Alla fine dei tempi “verremo rapiti… per andare incontro al Signore e così per sempre saremo con Lui” (1 Tessalonicesi 4, 17).

Per la Bibbia il tempo ha un inizio e una fine. Non ha la forma circolare, come per i pagani (= per gli antichi Greci e i Romani, per esempio. Il tempo veniva rappresentato come un serpente che si mordeva la cosa, chiamato uroboro). Michel Join-Lambert, biblista francese, spiega come la storia della salvezza nella Bibbia viene presentata con un inizio e una fine. L’inizio (= la creazione) felice è stato interrotto dal peccato originale. Poi è iniziato il tempo delle iniziative di Dio per salvarci. Nella pienezza dei tempi (Galati 4, 4) è arrivato Gesù. Il tempo di Gesù ha portato la Pasqua, cioè la salvezza. A partire dalla risurrezione del Cristo, ci sarà un tempo della Chiesa, nel quale lo Spirito Santo sarà protagonista e attore della missione. Infatti il Vangelo deve essere notificato a tutti gli uomini, affinché tutti possano beneficiare della salvezza. Ma come dobbiamo comportarci in questo tempo che va verso la parusia (= venuta gloriosa del Cristo alla fine dei tempi)? Ecco il Vangelo di oggi (Matteo 25, 14-30). Siamo sempre dentro il quinto discorso di Gesù, quello escatologico. Ci viene raccontata la parabola dei talenti.

Questa parabola è cara all’etica protestante, come a un suo epico rappresentante: Max Weber (1864-1920), sociologo ed economista tedesco. Per lui è questa etica che avrebbe generato il capitalismo (e quindi lo sviluppo moderno), in contrapposizione all’etica cattolica che favorirebbe la pauperizzazione della società, con la pratica della condivisione (Atti 2, 44-45). Purtroppo la situazione del Mondo è oggi profondamente ingiusta. C’è sì lo sviluppo, ma solo per una parte dell’umanità (circa un terzo); la maggior parte vive nella povertà e subisce sfruttamento e sopraffazione. Lo dice chiaramente anche Papa Francesco. Nel suo ultimo documento LAUDATE DEUM (= lodate Dio), pubblicato il 4 ottobre 2023, egli afferma: “La logica del massimo profitto al minimo costo… rende impossibile qualsiasi sincera preoccupazione per la nostra casa comune (= il pianeta Terra)” (n° 31). Il progresso, reso possibile dall’aumento indeterminato della ricchezza, favorisce la situazione profondamente ingiusta della società umana (= alcuni hanno ricchezze smisurate, la maggior parte non ha il minimo necessario).

Allora qual è il vero significato e l’insegnamento della parabola dei talenti? I talenti non sono le doti naturali, neppure le capacità di moltiplicare i nostri beni, ma l’essere convinti di aver tutto ricevuto come dono da Dio. Se lo chiede anche l’Apostolo Paolo: “Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?” (1 Corinzi 4, 7). I talenti sono l’amore del Padre. Questo amore, questo bene di Dio, che abbiamo ricevuto, dobbiamo trafficarlo, moltiplicarlo, investendolo nell’amore per il prossimo. Gesù non ci esorta al profitto materiale (= moltiplicazione della ricchezza), ma al profitto spirituale, che consiste nella condivisione, nel dono, nella misericordia. Il giovane ricco, che chiedeva come ereditare la vita eterna, sentendo la risposta di Gesù, se ne andò triste. “Se vuoi essere perfetto – gli aveva detto il Signore, – va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!” (Matteo 19, 21). E che cosa troveremo come ricompensa del nostro impegno nella sequela? Ecco la ricompensa: “Entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25, 21). La gioia del Signore è l’esperienza e il dono dell’amore infinito di Dio, che rende pienamente soddisfatta la nostra vita, perché l’unico nostro desiderio è la comunione con il Dio-Trinità. Lo diceva bene sant’Agostino (354-430), Vescovo di Ippona (Algeria): “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te” (Confessioni 1, 1). L’ultimo servitore, che aveva ricevuto un solo talento, non è stato un ladro; ha restituito il bene che non gli apparteneva. Ma ha fallito nella sua vita; ha definito Dio come “cattivo” ed è divenuto lui proprio come cattivo. Non aveva con il Signore un rapporto di amore, ma un rapporto legalistico, di paura, e quindi sterile. Il talento gli viene tolto: chi vuol salvare la sua vita, la perderà (Matteo 16, 25). Cioè chi non ama, distrugge se stesso, perché in lui l’amore ricevuto da Dio si estingue e sparisce. Come il respiro: se lo trattieni per non perderlo, muori soffocato.

La parabola dei talenti parla di tre tipi di servi che ricevono 5, 2, 1 talento. La somma dà 8; che significa Messia (= Cristo). Otto è anche il giorno della Risurrezione di Gesù: se crediamo in Lui, abbiamo la vita immortale.

San Daniele Comboni (secolo XIX) non restava con le mani in mano. Si dava da fare perché gli abitanti dell’Africa Centrale potessero essere “rigenerati”, grazie al Vangelo di Cristo, con l’aiuto di altri fratelli nella fede. Così scriveva a padre Giuseppe Sembianti, superiore del suo seminario a Verona, da El-Obeid (Sudan), il 16 luglio 1881: “Noi lavoriamo e soffriamo per puro amore di Dio e per la salvezza delle anime. E tiriamo avanti, nonostante le sofferenze provocate dalle malattie, come dice spesso suor Grigolini: tre quarti dell’anno li passiamo sopportando languori, sfinimenti, prostrazioni, ecc.”.