Padre Luigi Consonni

Prima lettura (Es 22,20-26)

Così dice il Signore:
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.
Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.
Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.
Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

Il testo raccoglie alcune norme riguardanti il corretto compimento dell’Alleanza. Il forestiero, la vedova e l’orfano sono le persone più esposte allo sfruttamento, perché indifese e vulnerabili a ogni tipo di sopruso. Costoro necessitano della difesa e del sostegno delle autorità e del governo per vivere umanamente come membri del popolo eletto e fedele all’Alleanza.
Ma la realtà è l’opposto. Le autorità, le persone benestanti e i ricchi esercitano nei loro confronti ogni tipo di arroganza e prepotenza, in nome del potere e dell’avidità di denaro. Ecco, allora, l’indicazione del Signore: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano”.
Oggi è di grande attualità questa indicazione riguardo ai forestieri, ai migranti. Come allora, anche oggi, non si considera che in passato gli italiani furono forestieri in altre terre, e si caricano gli odierni migranti di sofferenze simili a quelle subite dai nostri antenati, oltre a ogni sorta di disagio.
La raccomandazione del Signore è non solo di non dimenticare, ma ravvivare la memoria e sintonizzare con il vissuto di coloro che, provenienti da altre etnie, da altre nazioni, sono nelle stesse condizioni e, di conseguenza, attivare la compassione e la misericordia nei loro confronti.
Si tratta di assomigliare a Dio per l’amore con cui loro e noi siamo amati da Lui, per l’insegnamento e la pratica di Gesù Cristo che ha consegnato sé stesso per la causa dell’avvento della sovranità del Padre nei rapporti interpersonali e sociali.
Essi – il forestiero, la vedova e l’orfano – non hanno via d’uscita dalle proprie sofferenze. Il loro clamore, il loro grido, è ascoltato e accolto dal Signore; “quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido (…) quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso”.
Agire nei loro riguardi con compassione e misericordia è imitare Dio, è prestare la necessaria attenzione e trovare in Lui il modello adeguato. Dio non è distratto né indifferente e, meno ancora, insensibile al dolore dell’uomo.
La partecipazione di Dio alle loro sofferenze è così intensa da provocargli uno stato emotivo veemente, al punto da pronunciare parole durissime: “Se tu lo maltratti (…) la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: Le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani”. Sono parole sconcertanti per chi percepisce l’immagine di Dio come padre buono, paziente, mite e sempre pronto ad accogliere.
Esse esprimono la somma indignazione e manifestazione della sua sofferenza, delusione e sconcerto, per ciò che il popolo eletto realizza. Tale atteggiamento dovrebbe essere quello di ogni credente che si professa tale.
La minaccia fa capire la gravità e le conseguenze dell’oltraggio all’Alleanza, che allontana da Dio e dalla sua benedizione. Con esso si manifesta la mancata motivazione, la convinzione e forza per sostenere il rapporto fraterno e solidale nell’osservare il diritto e la giustizia. A chi rimane lontano è riservata la stessa condizione di coloro che hanno sfruttato e oppresso senza pietà.
Sarà per loro un ritorno alle condizioni della schiavitù in Egitto – sinonimo di male e di peccato – come se mai fosse avvenuta la liberazione: di nuovo morti premature e ingiuste, vedove e orfani; di nuovo sfruttamento e oppressione.
Il Signore indica il comportamento corretto e la via per uscire dal male e ristabilire l’Alleanza: “Se presti denaro a qualcuno (…) non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse (…) quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso”.
L’avarizia, la seduzione dell’accumulo di denaro, rende il cuore dell’usuraio sempre più duro e insensibile. Lo disumanizza e, allo stesso tempo, lo rende insensibile e indifferente ai bisogni del povero, alla pratica del diritto e della giustizia. È bandita la pietà e la misericordia, al punto da non restituire, al calar della sera, il mantello preso in pegno, indispensabile “perché è la sua sola coperta, è il mantello della sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?”
Il testo tocca aspetti drammatici della nostra realtà quotidiana. Ogni persona, indipendentemente dalla fede o meno che professa, sintonizza con valori etici che qualificano l’umanità di cui è costituita. È triste costatare come essa è ignorata anche da persone che si professano credenti in Dio: sembra che non vogliano rendersi conto dello svuotamento interiore che fa emergere il non senso della vita, forse anche per il fatto che “la fede” – tra virgolette – è solo funzionale a progetti egocentrici.
Le conseguenze sono drammatiche. Si opera in modo del tutto opposto a quello che Dio si aspetta in virtù della sua continua azione e che attualizza, con la collaborazione del credente, l’avvento del suo Regno nella vita giornaliera, nella circostanza presente.
Accogliere il suo regno nella pratica del diritto e della giustizia è il fine della vita per ogni uomo.
La seconda lettura insiste sulla necessità di non abbandonare il cammino corretto.

 

Seconda lettura (1Ts 1,5c-10)

Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.
E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia.
Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne.
Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Paolo si rivolge ai membri della comunità di Tessalonica con parole di elogio per aver “accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo”. La Parola ha trovato spazio nella loro mente, ha rinnovato i loro cuori e trasformato la loro vita. L’hanno accolta “in mezzo a grandi prove”, sostenuti dalla fede in Gesù e dalla fedeltà alla causa del regno per l’azione dello Spirito Santo.
Le prove e le avversità sono inevitabili fonte di sofferenza, ma è vero che il contrario della felicità non è la sofferenza ma la tristezza che sopravviene quando non si è sé stessi e si cede a compromessi inaccettabili, contrari ai valori che conformano l’identità e il senso ultimo della propria fede.
Nella circostanza, lo Spirito suscita nella persona la percezione della “
potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16) e, paradossalmente, trasmette la gioia del trovarsi immersi nel mistero dell’amore di Dio e associati all’esperienza di Paolo: “non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20).
Ma la fragilità, la vulnerabilità, la debolezza rivelatasi nel rinnegare quanto sopra per motivi di convenienza, di paura, di seduzione o altro, disintegra l’identità vera della persona, e fa sorgere in lei la tristezza per aver smarrito il dono inestimabile, e per percepire la propria esistenza immersa nel vuoto, nel non senso che appanna e svilisce la nuova condizione e la perdita dei vantaggi che erano stati conseguiti.
Ma non tutto è perso, perché c’è motivo di speranza e di ripresa per le parole di Gesù rivolte a Pietro, quando intuisce che lo rinnegherà pur avendo giurato fedeltà a tutta prova: “
io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31-32).
È importante che Paolo si riferisca alla “
Parola in mezzo a grandi prove”, per la singolare unione del “nostro (di Paolo) esempio e quello del Signore”, conformando l’insieme della testimonianza dell’apostolo a quella di Gesù Cristo.
Il vangelo non è solo trasmettere l’insegnamento, lo stile di vita e la filosofia del Signore, ma la pratica, le scelte adeguate, per le quali Paolo si è trasformato per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Pertanto, la Parola sperimentata “
con gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acàia”, è declinata nell’ambiente, nel contesto e nella situazione, per la dinamica di morte e risurrezione di Gesù Cristo, che il credente fa propria.
Agente imprescindibile è lo Spirito Santo, spazio di intuizione, meraviglia, stupore e fascino del mistero di Dio. Lo Spirito Santo sostiene e motiva l’apertura creativa e coraggiosa al nuovo che emerge
in/e attorno a chi lo accoglie, con la dinamica atta ad elaborare risposte e atteggiamenti conformi al significato e all’effetto del mistero pasquale, nella “gioia dello Spirito Santo”.
Detto questo, i credenti sono “
modello” e fanno sì, dice Paolo, che “la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne”. Il “modello” è l’evento della buona notizia del Vangelo, che conforma la buona Realtà al punto che “Sono essi (gli abitanti di Macedonia e dell’Acàia) infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio”.
La loro conversione si manifesta nel “servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che Egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene”, il che comporta l’assumere la causa del regno con convinzione, determinazione, coraggio e fedeltà.
In tal modo Gesù libera, oggi, (il verbo è presente, non futuro) dall’ira che viene. A causa del peccato individuale, interpersonale, sociale e verso l’ambiente che sopravviene per l’allontanamento dalla giustizia e dal diritto.
È questa liberazione e la dedicazione alla causa che sostiene la speranza nell’attendere “
dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti (i cieli non sono spazi geografici fuori del mondo, ma l’ambito del divino nel quale la persona e l’umanità, per la dinamica dell’amore, è accolta nel Regno.).
Il vangelo è una sintesi mirabile degli effetti del camminare umilmente con il Signore, nella vita giornaliera e nella storia che riassume l’evento Gesù Cristo.

 

Vangelo (Mt 22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

In quel tempo non c’era un buon rapporto fra farisei e sadducei. I primi, rigorosi e minuziosi osservanti della Legge, credono nella risurrezione dei morti e sono tenaci oppositori dell’invasore romano. I sadducei, come dire, sono liberali; sono la classe alta, collaboratori dei romani (a loro interessano gli affari e il denaro) e non credono nella risurrezione dei morti. Sono due mondi diversi e litigiosi fra di loro.
La lettura odierna pone in evidenza che i farisei, “
avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei si riunirono insieme”, ossia si alleano per mettere in difficoltà Gesù con l’intento di screditarlo; a tale fine “uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova”.
Il dottore della Legge pone la domanda fondamentale: “
Maestro, nella Legge, qual è il più grande comandamento?”. L’appellativo di “Maestro” ha un sapore ironico, dato che Gesù è un laico e non ha senso porre la domanda in questi termini. È assolutamente fuori luogo che un maestro della legge faccia una domanda simile a un comune laico: sarebbe come se, ai giorni nostri, un grande teologo facesse altrettanto. È il falso atteggiamento di chi ha ben altra intenzione e proposito!
Gesù risponde: “
Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’. Questo è il grande e primo comandamento”. Definire il grande e primo comandamento significa stabilire il punto di partenza, la sorgente.
Sintonizzare e fare proprio questo comandamento presuppone la volontà e la determinazione di imitare quel che Dio ha fatto e fa costantemente a favore del popolo, attualizzando la pratica dell’Alleanza, l’elezione a “popolo eletto” e rendere presente l’accoglienza dell’avvento del Regno, realtà in continua crescita ed espansione del suo amore.
È il presupposto del secondo comandamento: “
Il secondo poi è simile a quello: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso’”. In esso ci sono elementi e caratteristiche del primo comandamento, ma non è sullo stesso livello. C’è un legame molto forte e inscindibile fra i due, ma anche differenza: il primo è la sorgente, il secondo l’affluente, la cui portata dipende dal grado di coinvolgimento nella sorgente. Sarà sempre un avvicinarsi asintotico, per l’inesauribilità e la magnanimità dell’amore di Dio, del suo mistero.
In sintesi, “
Amerai il Signore tuo Dio”, è la risposta di chi contempla e si coinvolge nel dono dall’amore di Dio: “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio” (1Gv 4,10). Di conseguenza si comprende come la nuova creatura, alla quale sono rimessi i peccati, è ristabilita, rigenerata e trasformata dalla nuova ed eterna alleanza nel partecipare della vita eterna, anticipazione e caparra della gloria già presente.
Tale esperienza di amore declina l’amore al prossimo, amore somigliante a quello di Dio nei suoi confronti. Questo è il motivo per cui il secondo comandamento “
è simile a quello”, al primo. Più è somigliante è più indica il modo corretto di amare sé stesso, nel processo di crescita qualitativa ed espansiva e nel coinvolgimento nell’oceano infinito dell’amore trinitario.
Di conseguenza, “
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”, e coloro che si lasciano coinvolgere raggiungono la pienezza della loro vera identità nella gloria di Dio.