Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

Leggendo la Bibbia, troviamo la descrizione di tanti alberi. L’albero, ai nostri occhi, appare come il segno tangibile della forza vitale che Dio ha donato alla natura. Basta leggere il primo capitolo della Genesi, quando si descrive la creazione (Genesi 1, particolarmente dal versetto 11). Ma ci soffermiamo soprattutto a considerare tre alberi: la vite, il cedro e il fico. Il fico indica la pietà, il cedro manifesta la forza e anche la giustizia. La vite/vigna è l’esempio preso in considerazione nelle letture di oggi, dal profeta Isaia e da Gesù, secondo il Vangelo di Matteo (Matteo 21, 33-43). “Il mio diletto – dice il profeta Isaia – possedeva una vigna sopra un fertile colle (Isaia 5, 3). Non si tratta qui di un’immagine bucolica, ma della presentazione dei rapporti tra Dio e Israele, descritti come quelli tra lo sposo (= Dio) e la sposa (= Israele, popolo di predilezione). Nonostante le attenzioni e le cure, la vigna produsse solo acini acerbi. Che cosa farà allora Dio/sposo? La renderà un deserto e quindi sperimenterà l’abbandono e la violenza.

La vite è un albero misterioso, così spiega il biblista Marc-François Lacan (1908-1994). Il suo legno non ha valore, ma è preziosa per i suoi frutti, che portano gioia nei cuori “di dei e degli uomini” (Giudici 9, 13). Gli Israeliti, una volta arrivati in Palestina, scoprirono quest’albero prezioso. Impararono a coltivarlo con un lavoro attento e ingegnoso. Ma la vite/vigna serve anche come parabola, come esempio del rapporto tra Dio e il suo popolo. E’ il caso del profeta Isaia nella prima lettura di oggi.

Ma è soprattutto Gesù, che con la parabola dei vignaioli omicidi, si rivolge ai responsabili del Tempio di Gerusalemme e ai capi del popolo per far capire una verità che può scottare, ma che si realizzerà nella storia della salvezza. Infatti questi responsabili avrebbero dovuto custodire la vigna/sposa per prepararla al giorno delle nozze, cioè all’arrivo del Cristo nel tempo messianico. Invece hanno curato solo i loro interessi. La vigna infatti, con le debite cure, avrebbe dovuto produrre frutti abbondanti. Invece al momento del raccolto non si scopre che uva acerba (come dice il profeta Isaia) e cioè ingiustizia, violenza, ruberie. Il padrone della vigna allora invia dei servitori per ricevere il raccolto dovuto. Ma alcuni sono cacciati, altri uccisi. Infine il padrone manda suo figlio. I vignaioli, vedendolo da lontano, decidono di ucciderlo. “Ecco l’erede – si dicono,- uccidiamolo e la vigna sarà nostra!”. Questa era la tradizione di quel tempo, nel caso della scomparsa dell’erede. Gettarono quindi il figlio fuori della vigna e lo uccisero. Nel Levitico si dice di trattare in questo modo i bestemmiatori (Levitico 24, 10-14). E’ quello che hanno fatto le autorità a Gesù: lo hanno condannato come un bestemmiatore per bocca del sommo sacerdote Caifa (Matteo 26, 65-66). E il Signore è stato ucciso fuori della città, sul monte Calvario.

Come reagirà il padrone della vigna? Lo chiede esplicitamente anche Gesù agli ascoltatori. Essi indicheranno la sentenza, conforme al Levitico, sentenza che anche loro (capi del popolo e responsabili del Tempio) meriteranno: “Li annienterà e darà la vigna ad altri”. Le autorità religiose del tempo di Gesù (e anche oggi: quanti scandali fra i pastori della Chiesa!) pensano solo all’istituzione come un bene assoluto, perché favorisca i loro interessi, la carriera, il prestigio, la ricchezza, ecc. Allora Gesù aggiunge: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo…. A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” (Matteo 21, 42-43). La pietra scartata richiama il salmo 118 (versetto 22 e seguenti) e riguarda l’ingresso messianico del Cristo. Tra l’altro in ebraico “pietra” e “figlio” hanno una pronuncia simile. Colui che abbiamo disprezzato (= Gesù), proprio lui, è il Figlio che, in quanto ucciso sulla croce, dà la vita per tutti e diventa la pietra angolare del nuovo tempio, che unisce tutti sotto lo sguardo di Dio, Giudei e pagani (= non Israeliti), formando di tutti gli abitanti del Mondo un solo popolo, annullando ogni inimicizia fra gli uomini e ogni condanna o separazione (Efesini 2,14-18). Questo Figlio è ucciso appeso alla croce. Vi è immolato come agnello pasquale che cancella i nostri peccati e trasforma la croce nell’albero della salvezza. E’ quest’albero che apre la via che conduce al Paradiso ritrovato, dove si trova l’albero della vita, i cui frutti i salvati mangeranno, nella comunione beata con il Dio-Trinità.

San Daniele Comboni (secolo XIX), di cui celebreremo la memoria il 10 ottobre, ha sempre lavorato, durante la sua vita apostolica, per la diffusione del Regno di Dio. Pro-Vicario Apostolico dell’Africa Centrale nel 1872, Vescovo di Khartoum nel 1877: le cariche onorifiche non lo interessavano per niente. Si preoccupava solo dell’annuncio del Vangelo e della rigenerazione spirituale, morale e sociale degli Africani. Lo ha riconosciuto anche Papa Francesco nella catechesi tenuta mercoledì 20 settembre 2023 nella piazza San Pietro, gremita di gente. “Gli Africani – ha detto il Papa, citando uno scritto del Comboni – si sono impadroniti del mio cuore (= di Daniele Comboni), che vive soltanto per loro”.

Così scriveva il Comboni nelle Regole dell’Istituto delle Missioni per la Nigrizia del 1871: “Il Missionario della Nigrizia, spoglio completamente di tutto se stesso, e privo di ogni umano conforto, lavora unicamente per il suo Dio, per le anime le più abbandonate della Terra, per l’eternità”.