Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

 

Durante la Domenica 16ma, abbiamo meditato il tema dell’ospitalità, poi la Domenica seguente, quello della preghiera di intercessione per gli altri sull’esempio di Abramo (17° domenica). La 18° domenica ci ha invitati a meditare l’elogio del limite. Oggi dobbiamo trattare il tema della provvisorietà. A questo proposito è utile leggere il libro di uno scrittore americano Rod Dreher (55 anni) che ha pubblicato nel 2017, dal titolo “L’opzione Benedetto”. Non si tratta del Papa Benedetto XVI e della sua rinuncia al Papato, ma di san Benedetto da Norcia (480-547). I tempi nei quali ha vissuto il fondatore del Monachesimo occidentale sono simili ai nostri. Stesso crollo delle strutture politiche. L’Impero Romano si stava dissolvendo. Oggi la dominazione occidentale, capeggiata dagli Stati Uniti, è in grande pericolo. La Russia, con il sostegno della Cina, dell’India e di altri paesi, sta mettendo a dura prova quello che da molti anni era pacifico. Inoltre le immigrazioni di milioni di persone, con spostamenti in altri paesi e l’assedio dei paesi dell’Occidente, come l’Europa e gli Usa, da parte di poveri disperati, assomigliano alle invasioni barbariche, che hanno sconvolto gli equilibri sociali ed economici del quinto e del sesto secolo dopo Cristo. In quell’epoca san Benedetto, secondo Rod Dreher, ha fatto una scelta radicale. Si è separato dalle strutture sociali e politiche del decadente Impero Romano e si è ritirato in luoghi solitari, fondando monasteri. Non per fuggire, ma per cercare la vera identità del Cristiano.

Anche oggi non viviamo più in una società “cristiana”. La Chiesa non è più l’espressione della società attuale, ma noi Cristiani siamo diventati, e diventeremo sempre più, come ha detto Gesù, sale, lievito, luce: “Voi siete il sale della terra…. Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5, 13-16). E più avanti dice: “Il regno dei cieli è simile al lievito” (Matteo 13, 33). Oppure: “Il regno dei cieli è simile a un granello di senape” (Matteo 13, 31). L’insegnamento di Gesù a proposito della Chiesa è chiaro: non può essere una società che si impone, che conquista, che impressiona per le sue statistiche, che supera l’Islam o le altre religioni per numero di adepti. Gesù parla di fermento, che agisce all’interno della società e delle culture.

L’attualità di san Benedetto è straordinaria e le sue lezioni possono esserci utili ancora oggi.

Nel secondo secolo prima di Cristo (e la prima lettura ne riassume l’insegnamento), il popolo ebraico è stato messo a dura prova con l’invasione culturale dell’Ellenismo. Il re Antioco Epifane (215-164 prima di Cristo) voleva imporre il culto del Dio greco Zeus nel tempio di Gerusalemme. I Maccabei si sono allora ribellati. E dopo la vittoria sulle truppe di Antioco, fu riconsacrato il tempio e istituita la festa della Chanukkah o delle luci, celebrata nei primi giorni di dicembre. Tutte le finestre delle case di Gerusalemme erano illuminate con lampade a olio. Anche da questa tradizione, noi abbiamo preso l’usanza a Natale di accendere le luci e di appendere delle luminarie.

Ma qual è il significato della lotta dei Maccabei? Quello di voler restare fedeli all’Alleanza con il Dio di Abramo e di Mosè. Il libro della Sapienza, redatto direttamente in greco, nel primo secolo prima di Cristo, spiega agli Ebrei, soprattutto a quelli della diaspora, come restare fedeli e come scoprire le radici della loro fede. L’esperienza fondamentale dell’Esodo deve pertanto rimanere per sempre. La Pasqua ricorda appunto l’applicazione della legge del taglione anche al popolo egiziano. Come il Faraone voleva uccidere i figli maschi degli Ebrei (Esodo 1, 22), così l’intervento di Dio ha fatto morire i loro primogeniti.

Ma Gesù va al di là di questa legge mosaica. Egli assume su di sé il male di tutti, come dice il profeta Isaia (Isaia 53, 3-7) e grazie a lui, noi scopriamo la misericordia e la bontà di Dio.

Siamo sulla barca e, come Pietro, siamo invitati a sperimentare la grandezza di Gesù, senza esitare e senza avere paura (Matteo 14, 30).

Noi umani infatti diventiamo ciò che attendiamo. Se attendi la morte, diventi suo figlio. Ma noi aspettiamo il Signore Gesù, lo Sposo, che ci dona la sua stessa vita di Figlio del Padre.

Nel Vangelo di Luca ci sono tre livelli escatologici, cioè che riguardano la fine dei tempi e l’azione salvifica. Uno è nel passato: il Regno di Dio è già venuto in Gesù. Uno riguarda il futuro: il mondo finirà, quando Dio vorrà, e il Regno sarà stabilito alla fine del Mondo, fine anticipata per ciascuno di noi dalla morte personale. E il terzo sta nel presente: il mondo finisce e il Regno viene quando il discepolo di Gesù vive l’Eucaristia. L’Eucaristia infatti è il culmine e l’origine di tutta la vita cristiana. Celebrando l’Eucaristia riportiamo nel presente il passato e aspettiamo il futuro di Gesù. Il Signore Gesù, morto e risorto, si fa nostro cibo per farci condurre una vita pasquale, cioè da risorti già dal peccato, in attesa del ritorno finale del Cristo che noi incontreremo nella morte personale, attendendo la risurrezione e la trasformazione di tutta la creazione che appunto il Cristo presenterà al Padre alla fine dei tempi.

“Anche voi – ha detto Gesù a Pietro – siate preparati, perché nell’ora in cui non vi pare il Figlio dell’uomo viene” (Luca 12, 40).

Allora imitiamo san Benedetto e andiamo a ricercare la nostra identità di discepoli di Gesù, cioè che noi siamo appunto luce, sale, lievito del Mondo. San Daniele Comboni (1831-1881) ha sempre pensato l’evangelizzazione come un versare nelle società dell’Africa Centrale la luce della Parola di Dio, che, come sale e lievito, è capace di trasformare tutto e provocare una rigenerazione dei popoli del suo Vicariato. Il suo piano infatti per l’evangelizzazione dell’Africa, aveva come titolo: “Piano per la rigenerazione dell’Africa”.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda