Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

 

Ogni volta che ci raduniamo nel nome del Signore Gesù vogliamo andare alla sua scoperta. Desideriamo ardentemente fare esperienza di Dio. Ci sono molte persone che vivono come se Dio non esistesse, meglio ancora, si atteggiano a persone che si dichiarano autosufficienti e mai si pongono delle domande che riguardano la loro vita con i suoi perché (e la morte), il loro agire, l’esistenza di un Dio Creatore, che Gesù ci rivela essere per noi tutti un Padre.

Nella prima lettura (Deuteronomio 30, 10-14) l’autore, che si identifica con Mosè, ci invita a non andare lontano, né sui cieli, né in fondo agli abissi. Siamo invitati a scoprire la presenza di Dio nel nostro cuore. Del resto quel grande teologo e poeta, sant’Agostino (354-430), vescovo africano di Ippona (Algeria), diceva nella sua lingua abituale, il latino: “Interior intimo meo et superior summo meo” (= Dio è nel mio intimo e al di sopra della mia interiorità).

Ma spesso noi vorremmo toccare con mano la presenza di Dio. Vorremmo dei miracoli, delle manifestazioni della sua onnipotenza. Questo è il Dio dei pagani, come Giove per i Romani, Zeus per i Greci, Marduk per i Babilonesi, ecc.. Se lo rappresentavano con statue immense, pronto a lanciare fulmini e saette sull’umanità impaurita. Questo modo di vedere la divinità è proprio della religione “oppio del popolo”, come diceva Karl Marx (1818-1883).

Il Dio di Gesù Cristo non è così. Egli è presente e anche assente, perché rispetta la nostra libertà. Non può imporsi, ma si avvicina all’uomo (e alla donna) con rispetto. L’evangelista Giovanni afferma: “Dio, nessuno l’ha mai visto; il Figlio unico che è nel seno di Dio lo ha fatto conoscere” (Giovanni 1, 18).

In Gesù allora Dio si è rivelato in modo definitivo e totale.

La certezza della Chiesa, basata su tutto il Nuovo Testamento, è che, con la vita, la morte e la risurrezione di Gesù, Dio ha compiuto il suo atto supremo per la nostra salvezza e ogni uomo può ora avere accesso a Lui.

Il Vangelo di oggi (Luca 10, 25-37) ci rivela come si può incontrare Dio, in maniera infallibile. Basta avvicinarsi al povero, con spirito povero e cuore accogliente. La celeberrima parabola del Buon Samaritano ne è la spiegazione più forte e più avvincente. Il grande biblista Silvano Fausti (1940-2015) così la definiva: “La parabola del Buon Samaritano è una miniatura di quel volto di Dio rivelato nell’Antico Testamento, che Gesù riflette pienamente nella sua persona: ‘Chi ha visto me, ha visto il Padre’ (Giovanni 14, 9)”.

Il testo, quando lo leggiamo superficialmente, non ci colpisce molto. Sarebbe un invito alla misericordia e alla carità. Ma al tempo di Gesù, e sulla sua bocca, questa parabola è dirompente, è rivoluzionaria. Cerchiamo di capirne il perché. Il Samaritano, vedendo quel Giudeo per terra, spogliato, ferito e moribondo, avrebbe dovuto non tirar fuori olio e vino, ma una spada per farlo fuori. I Giudei e i Samaritani infatti erano dei nemici giurati. Anche il sacerdote e il levita, che passavano di là, non si sono fermati per non contaminarsi e non divenire impuri e inadatti per il loro servizio nel tempio di Gerusalemme. Che cosa bisogna fare allora? Lo specialista della legge risponde quello che ognuno di noi deve fare: “Amerai il Signore tuo Dio….amerai il prossimo come te stesso!” (Luca 10, 27). Per lui, ci sono due amori: uno per Dio, illimitato, e uno per il prossimo, limitato. Amare il prossimo vuol dire amare il vicino, ma solo come te stesso (Luca 10, 27) e quindi non in modo assoluto. Per questo Gesù ha proposto la parabola del Buon Samaritano. Per lui l’amore deve andare fino all’amore per i nemici (Luca 6, 27). E’ l’amore crocifisso, cioè proprio come quello di Gesù. Egli infatti aveva detto: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Giovanni 13, 34). E il Buon Samaritano ce ne dà l’esempio.

Egli è simile al pastore “bello” (Giovanni 10, 11-14) che si fa carico di tutte le pecore, specialmente di quelle perdute.

Il discepolo di Gesù deve entrare nella vita concreta e incontrare le persone che passano lungo la strada per poter vedere i poveri, gli esclusi, i malati, gli impuri, gli stranieri, gli “scarti”, come dice Papa Francesco. Allora può scoprire nel Samaritano il volto amorevole di Dio e conoscerlo veramente.

San Daniele Comboni (1831-1881) soleva dire che “senza carità non c’è santità”. Inoltre voleva i suoi Missionari, per il suo Vicariato dell’Africa Centrale, “santi e capaci”. Santi, perché dediti alla gloria di Dio e alla diffusione del Vangelo del Regno. Capaci, cioè dediti all’amore del prossimo, come Gesù, e come il Buon Samaritano, come abbiamo sentito nel Vangelo di oggi.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda