di P. Manuel João Pereira Correia

Siamo alla vigilia dell’apertura del nostro Capitolo Generale, un evento importante per la vita dell’Istituto. Si tratta di un momento di valutazione, di discernimento e di decisione per gli anni a venire. Dopo la fase di preparazione e di condivisione in cui tutti siamo stati coinvolti, in un modo o nell’altro, adesso i nostri occhi sono puntati sui confratelli che abbiamo scelto come nostri rappresentanti. Li accompagniamo con la nostra fiducia e la nostra preghiera, perché questa assemblea sia un vero “cenacolo di apostoli”, dove l’ascolto reciproco e l’apertura alla voce dello Spirito possano creare le condizioni ideali per aprire le porte alla Novità di Dio.

Guardiamo, preghiamo e… formuliamo i nostri auspici e desideri! Il contesto mondiale ed ecclesiale è particolarmente sfidante, con i suoi nuvoloni minacciosi e gli sprazzi di luce. Non è tempo per un ottimismo bonario del “tutto andrà bene!” e neppure per un pessimismo catastrofico, ma una opportunità per rinnovare la fiducia nel Signore che naviga con noi nella stessa barca.

Mi sembra particolarmente significativa la cornice in cui avviene questo nostro tempo capitolare: si apre il 1 giugno, anniversario della fondazione dell’Istituto, prosegue con la Pentecoste e si avvia verso la festa del Cuore di Gesù. Queste tre ricorrenze mi suggeriscono tre auspici per il nostro Capitolo. Il primo sulla missione dell’Istituto, oggi; il secondo sulla nostra fraternità alla luce del Cenacolo della Pentecoste; il terzo sulla nostra spiritualità comboniana del Cuore di Cristo. Tre icone illustreranno la mia riflessione. 

 

  1. EVANGELIZZAZIONE – Rilanciare il Duc in altum, rinnovare l’audacia per PRENDERE IL LARGO

Duc in altum! (Lc 5,4) era il motto e l’icona proposti dalla Chiesa per il terzo millennio: “Duc in altum! Questa parola risuona oggi per noi, e ci invita a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro” (GP II, Novo millennio ineunte, n.1). La Lettera si concludeva con questo reiterato invito al Duc in altum: “Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi” (n. 58). Certo, niente faceva prevedere il tsunami del terrorismo, che qualche mese dopo avrebbe sconvolto gli assetti della convivenza internazionale, e tanto meno quello degli abusi, che tuttora scuote gravemente la credibilità della Chiesa.

Anche i nostri Capitoli del 1997 e del 2003, a cavallo del millennio e tra la beatificazione e la canonizzazione di Comboni, respiravano questo “senso di entusiasmo” (cf. Lettera del CG di presentazione degli AC 1997), che portava a “guardare al futuro con ottimismo” (AC 2003, n. 1). La decrescita dell’Istituto che avrebbe iniziato subito dopo contribuì a raffreddare un po’ quell’ottimismo ed entusiasmo.

Oggi stiamo vivendo a livello mondiale ed ecclesiale dei momenti che potrebbero scuotere ulteriormente la nostra fiducia, con un conseguente ripiego. Il Duc in altum, con il mare alto in burrasca, può apparirci come un’utopia, e può incitare alla “prudenza” di limitarci a pescare in acque basse e più tranquille (cioè del nostro status quo).

Papa Francesco ha sottolineato, a più riprese, che “oggi non viviamo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento di epoca”. La nuvolosità dei contorni di questo cambio epocale e le incertezze che ne derivano per il futuro possono indurci nella tentazione di limitarci a “lavare” (Luca 5,2) o a “riparare” (Marco 1,19) le reti (della Regola di Vita, della Ministerialità, dell’Economia e della Formazione), aspettando tempi migliori per osare altro.

Oltre alla “terza guerra mondiale a pezzi” (che adesso rischia di diventare globale!), con delle serie ricadute sul Sud del mondo specie in Africa, mi preme sottolineare la gravità della pandemia, non tanto per l’emergenza sanitaria, ma specialmente per (l’inaspettata?!) accelerazione del processo di secolarizzazione nel mondo occidentale (il fenomeno delle “chiese vuote”). Alcuni analisti parlano di un’accelerazione di dieci anni. Molti pastori della Chiesa sperano ancora (quasi certamente illudendosi!) che passata l’emergenza pandemica si ritorni alla normalità di prima. Se il fenomeno concerne soprattutto il mondo occidentale, non è detto che presto o tardi non abbia delle ripercussioni serie anche nel Sud del mondo. Ciò vuole dire che s’impone alla Chiesa un cambio profondo di mentalità, d’impostazione della vita ecclesiale e del metodo di evangelizzazione. Credo che il processo sinodale in corso, che vuole introdurre nella Chiesa il principio della sinodalità (“ciò che riguarda tutti da tutti deve essere discusso e deliberato”), sia un tentativo di rispondere all’urgente necessità di cercare una veramente “nuova” evangelizzazione, non solo nelle vecchie chiese di tradizione cristiana ma a livello globale, in questo inedito mutamento epocale a cui stiamo assistendo. Quanti di noi hanno preso coscienza della portata di questo cambiamento ecclesiale in corso (che oserei dire copernicano)? Fino a che punto l’abbiamo preso sul serio e siamo disposti a lasciarci coinvolgere in questo processo?

Penso che, per ripensare la nostra evangelizzazione, abbiamo bisogno di un deciso colpo d’ala per sintonizzarci con il vento nuovo che lo Spirito vuole imprimere alla sua Chiesa e rilanciarla con audacia nel Duc in altum.

Concretamente per noi comboniani, a mio parere, questo Duc in altum rivolto al nostro Istituto richiede di affrontare alcune urgenze. Ne segnalo quattro:

– Non smettere di cercare nuove modalità d’impegno missionario, nella evangelizzazione e nell’animazione, con creatività e con umile ma caparbia audacia, accettando pure l’insuccesso. Questo comporta strutture più semplici e provvisorie (le Comboniane in questo potrebbero esserci di esempio!). La lettura del libro degli Atti degli Apostoli che la liturgia ci offre per il tempo pasquale è particolarmente illuminante: lo Spirito ci chiude delle porte ma ci apre delle altre, che siamo chiamati a discernere. Potremmo correre il rischio di sacrificare le forze nuove in funzione della sopravvivenza di vecchie strutture che hanno fatto il loro tempo, preoccupati più di riaprire le porte che si chiudono, che non di cercare le nuove porte che si aprono!

– Stare attenti al pericolo della “parrocchializzazione” della nostra presenza, che comprometterebbe la fedeltà al nostro specifico carisma missionario. Può diventare una tentazione allettante, in questi tempi di incertezza sul nostro ruolo in una Chiesa in cambiamento. Ma dov’è il nostro profetismo carismatico, se alla fine operiamo come una qualsiasi parrocchia diocesana? Una parrocchia comboniana si giustificherebbe solo in funzione di un obiettivo missionario ben preciso e con una specifica impostazione comboniana. Fare quello che fanno tutti sarebbe tradire il nostro carisma e le aspettative della Chiesa!

– Lottare contro il clericalismo, ancora assai presente in certi ambiti dell’Istituto, sia nella mentalità che nell’impostazione del lavoro missionario. Il Papa non si stanca di ripetere che il clericalismo è una pietra d’inciampo nel cammino della Chiesa e la matrice di tanti vizi che oscurano la nostra testimonianza!

– Sensibilizzare e preparare i confratelli sulle tematiche di GPIC, che hanno un peso sempre più preponderante nel servizio e testimonianza missionaria. Ritengo che siamo molto impreparati in questo ambito!

 

  1. COMUNITÀ CENACOLO – Ripensare la FRATERNITÀ

Icona – il Cenacolo della Pentecoste: “Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi… Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (cf. Atti 1,13-14).

L’espressione “cenacolo di apostoli” sembra cara a Comboni. La troviamo sei volte negli Scritti, se non sbaglio (2027, 2622, 2648, 4088, 4119, 4763). In due di esse si riferisce al nostro Istituto, quale “novello cenacolo di Apostoli africani” (2622) e “come un piccolo Cenacolo di Apostoli per l’Africa” (2648).

Da tempo impieghiamo questa espressione come una sorta di icona per la nostra vita comunitaria. Indubbiamente è stata ed è tuttora un forte richiamo ispiratore per la comunità comboniana. Mi sembra però che dovremmo riscattare questa espressione da un uso troppo ristretto e angusto, e addirittura un po’ intimista, in cui talvolta viene confinata. Bisognerebbe riportarla alla sua realtà originaria, quella del Cenacolo della Pentecoste. Lì troviamo una comunità assai ampia, una comunità apostolica dove oltre gli apostoli ci sono delle donne, tra cui la Madre di Gesù, e i suoi familiari e amici. Luca parla addirittura di centoventi persone (Atti 1,15). Non si tratta di una stanza o di un salotto per pochi intimi ma di una comunità allargata.

Dove vorrei arrivare? Mi sembra che sia arrivato il momento di rendere le nostre comunità più aperte e inclusive, aprendole alla totalità della ricchezza e varietà del carisma comboniano, condiviso con le Comboniane, le Secolari, i LMC e gli amici. Da una cinquantina di anni, le Comboniane hanno intrapreso, e giustamente, una loro strada di autonomia, come tanti altri istituti femminili spesso troppo dipendenti dal ramo maschile che impediva loro di esprimere la loro originalità e ricchezza. Adesso, raggiunto quell’obiettivo, non sarebbe il caso di ripensare la nostra collaborazione apostolica? Certo che l’amicizia, la comunione e la collaborazione non sono mai venute meno, ma credo che Comboni sarebbe ben contento se questa comunione carismatica si sviluppasse. Spesso i contatti si limitano a livello di Consigli, di alcune iniziative sporadiche o di rapporti di amicizia tra i singoli.

Il rapporto con le Secolari mi sembra ancora più debole. Quanti di noi sono minimamente al corrente della loro vita e delle loro scelte missionarie? Quanto ai LMC, credo che tutti abbiamo assistito con gioia alla loro nascita. Ma man mano che passa il tempo cresce in me una certa perplessità riguardo al cammino intrapreso. Forse la mia è ignoranza o esagerazione, ma mi sembra che il nostro orientamento generale è che ognuno vada per conto suo. Tutti fratelli e sorelle, in buoni rapporti di amicizia e di collaborazione, ma ognuno a casa sua! Personalmente credo che si dovrebbe perseguire una più grande condivisione del carisma a livello di Famiglia Comboniana. Qualcosa si è tentato a Limone. Andrei oltre: non si potrebbe fare un passo in avanti per passare da una semplice (e sporadica) COL-LABORAZIONE ad una qualche modalità nuova di CON-VIVENZA?

Il nostro Capitolo del 1991 aveva invitato le province a cercare “nuove vie di vita comunitaria” (AC 32.2). Il risultato è stato deludente, malgrado l’impegno del CG all’epoca, dovuto alle resistenze. Sarebbe pura utopia ipotizzare oggi delle esperienze di convivenza comunitaria e di lavoro condiviso a livello di Famiglia Comboniana?

 

  1. SPIRITUALITÀ – Coltivare l’ INTERIORITÀ

Icona – La stanza del profeta Eliseo: “Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare” (cf. 2Re 4,8-10).

Sto andando veramente troppo per le lunghe, per cui cerco di limitarmi adesso a qualche spunto e una sottolineatura.

Trovo questa icona biblica (vi invito a leggere il testo!) particolarmente parlante. Per quel colpo d’ala a cui ci invita lo Spirito abbiamo bisogno del Cenacolo della comunità (in città, “al piano superiore”). Ma ognuno di noi ha bisogno pure della “piccola camera al piano di sopra” del Profeta, “in muratura”, cioè solida e stabile, dove coltivare l’interiorità, a cui ci richiama la spiritualità del Cuore di Gesù. Lì deve predominare la sobrietà e l’essenzialità: un letto, un tavolo, una sedia e una lampada. Il letto ci ricorda la necessità di un sano equilibrio tra il fare e il riposo; il tavolo e la sedia, la riflessione e lo studio; la lampada, la meditazione della Parola, “lampada per i nostri passi” (Salmo 119,105).

Vorrei soffermarmi un po’ sulla riflessione e lo studio che ci rimandano alla formazione permanente. L’Istituto sta facendo un grande e lodevole sforzo per organizzare dei corsi ma mi sembra che non siamo riusciti a creare delle abitudini personali di formazione permanente. Inoltre, riguardo allo studio, oserei dire che, sebbene siamo pervenuti ad un avvicendamento nel servizio dell’autorità nelle giovani province, lo stesso non si può dire della preparazione culturale dei nostri giovani confratelli. Le sfide attuali della società e della missione richiedono una maggiore specializzazione nel nostro servizio, anche con l’ottenimento di titoli accademici, particolarmente nelle materie che riguardano la nostra specificità carismatica. Mi sembrano insufficienti, seppur utili e necessari, i corsi più o meno brevi di preparazione immediata ad un servizio specifico. È allarmante il fatto che il tempo stia portando via le figure che sono stati un punto di riferimento, di provocazione e di stimolo per la riflessione e la sensibilizzazione missionaria, sia a livello interno d’Istituto che di presenza nostra nella Chiesa e nella società, senza che emergano delle nuove. Mi pare che ci stiamo impoverendo culturalmente.

Malgrado le continue emergenze che l’Istituto e le province si trovano ad affrontare, bisognerebbe individuare, già nella fase conclusiva della formazione di base, i confratelli che per le loro particolari capacità e doti, sostenute da una buona solidità vocazionale, potrebbero essere indirizzati verso studi di specializzazione. Non si tratta di creare una “élite” e tanto meno d’incoraggiare il carrierismo, ma di promuovere un servizio prezioso che richiede abnegazione e sacrificio. Questo non può essere intrapreso a quarant’anni. Credo quindi che l’attuale iter formativo orientato verso il periodo di “servizio missionario” dovrebbe essere personalizzato in vista di certi servizi verso la missione dell’Istituto.

Mi scuso per la lunghezza della mia riflessione e concludo con una proposta di preghiera per questo tempo del Capitolo: aggiungere un sesto mistero alla recita personale del rosario, meditando sulla discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa nel Cenacolo. Che la presenza di Maria ci ottenga la grazia della discesa dello Spirito nel nostro “cenacolo capitolare”!

P. Manuel João Pereira Correia
Castel d’Azzano, 31 maggio 2022
Festa della Visitazione della Vergine Maria