Padre Vincenzo Percassi

 

La festa dell’ascensione getta una luce nuova sul nostro destino. Gesù essendo uomo come noi, come noi è morto ed è disceso agli inferi. Quindi, primo tra quelli che devono risorgere, è tornato alla vita, mostrandosi ai discepoli per quaranta giorni come “vivente”, rassicurandoli così che Egli aveva davvero vinto la morte ed era tornato alla vita con il suo corpo una volta crocifisso ed ora risorto. L’ascensione allora rivela come Gesù non è soltanto risalito dagli inferi per recuperare la vita terrena come noi la conosciamo. Egli è anche asceso da questa vita terrena alla vita celeste inaugurando così – dice la lettera agli Ebrei – una via, un cammino “attuale”, cioè, sempre aperto ed accessibile, e appunto “vivente”. È come – continua la lettera agli Ebrei – se la carne di Gesù, cioè la sua vita umana, rappresentasse il velo del tempio che doveva “nascondere” il santo dei santi dove dimorava la presenza di Dio. Ebbene, con l’ascensione questo velo si apre, mostrando così una via che promette e permette alla nostra natura umana di avere la comunione con Dio e l’accesso alla vita divina. Lasciarsi toccare da questa promessa piena di speranza significa praticamente scegliere il cielo come orizzonte della nostra vita di ogni giorno. La cosa non è secondaria. Occorre chiedersi: se l’orizzonte della mia vita non è il cielo qual è allora? La verità è che la vita terrena così come è prima o poi si rivela al nostro cuore come terribilmente insufficiente. Anzi il nostro stesso cuore è appesantito dalla percezione più o meno chiara che noi stessi siamo radicalmente insufficienti e qualsiasi cosa riuscissimo a realizzare, prima o poi, la vita e gli altri, ti sbattono in faccia il tuo limite. Il bisogno di distarsi in una realtà sempre più virtuale è la fuga da una realtà quotidiana il cui orizzonte è troppo piatto e limitato. Viviamo così fondamentalmente insoddisfatti, senza riposo nel cuore; con il rischio che questa insoddisfazione ci porti a vivere sempre più arrabbiati con gli altri o con la vita e quindi o sempre più violenti oppure sempre più passivi, isolati, annoiati.
L’uomo, a differenza degli animali che nascono selvatici o domestici, deve decidere cosa diventare. Se non diventiamo celesti scadiamo prima o poi nella brutalità. Ci si scandalizza degli stupri compiuti in guerra, come se l’uomo che ha scatenato la violenza fosse poi in grado di dominare sé stesso. L’uomo ritrova sé stesso solo ritrovando la sua vocazione al cielo, poiché l’orizzonte della nostra vita definisce l’orizzonte della nostra interiorità. Scegliere il cielo come orizzonte significa accogliere il cielo nel nostro cuore. Per questo – continua la lettera agli Ebrei – la promessa legata all’ascensione di Gesù è  fondamentalmente la promessa di ciò che nessun altro rituale, nessuna religione, nessuno sforzo umano, nessuna tecnica poteva darci: essa è  la promessa della purificazione della coscienza, cioè della corrispondenza tra l’orizzonte della tua vita e l’orizzonte del tuo cuore, tra la libertà che cerchi nella realizzazione dei tuoi progetti e al liberta che trovi dentro il tuo cuore, tra tutto ciò che desideriamo ed amiamo come bene, come amore, come verità, come cosa bella e degna per noi e per gli altri e la possibilità che il nostro piccolo cuore ancora incapace di quelle cose possa crescere e diventarne capace, non a forza di muscoli, ma per la fiducia nel sangue di Gesù  risorto, in uno cioè che pur avendo potere sul cielo e sulla terra non prende nulla ma dona la sua vita.
L’ascensione ti ricorda che tu vali di più delle tue possibilità contingenti. Che i tuoi limiti offerti a Dio in Gesù si espandono. Che colui che ha potere su tutte le cose ti benedice: non si limita ad aiutare quello che sei ma ti apre un futuro come promessa e non come conquista. La possibilità di crescere al di là di te stesso, al di là dei tuoi limiti, al di là delle tue resistenze. L’ascensione al cielo è la promessa che tutti possono diventare migliori e che non esiste una vita da buttare, un’umanità irrecuperabile. Proprio guardando il cielo l’autore della lettera agli Ebrei dice: accostiamoci con il cuore sincero. Diamo fiducia alla volontà di Dio di elevarci, di farci crescere, di riempire il nostro cuore con il suo cielo. Non è un messaggio intimistico o individualistico. Non a caso subito dopo l’ascensione Gesù rimanda i suoi “in città” e questi stanno quasi sempre nel tempio cioè nel luogo più pubblico che ci fosse. Chi acquista il cielo come orizzonte della sua vita e del suo cuore, prende a cuore l’umanità intera, dalla “città” fino agli estremi confini della terra, dirà Gesù nel finale del vangelo di Luca. Per chi sente il cielo vicino nessuno è più lontano. In fondo e’ proprio la luce della ascensione che illumina il valore profondamente evangelico del discorso apparentemente molto “terreno” della “Fratelli tutti”.