Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

Oggi è la Festa dell’Ascensione: cerchiamo di capire che cosa vuol dire per Gesù e per noi.

Per la Bibbia (e per molte altre culture) il Cielo è la dimora della Divinità. La Terra invece è quella dell’uomo. Il Salmo 115 dice: “I cieli sono i cieli del Signore, ma la terra (Dio) l’ha data ai figli dell’uomo” (Salmo 115, 16). Per visitare gli uomini, Dio discende dal cielo e vi risale (Genesi 11, 5). La nube, di cui spesso si parla nella Bibbia, è il veicolo di Dio (Salmo 18, 10). Quando si vede, Dio è presente. Per gli uomini il tragitto dalla terra al cielo è impossibile. Tentare di salire al cielo può esprimere la pretesa di un orgoglio insensato, come nella storia della torre di Babele (Genesi 11, 1-9). “Venite – si dissero gli uomini, – costruiamoci una torre, la cui cima tocchi il cielo!” (Genesi 11, 4). Una pretesa che significa il rifiuto di Dio e la negazione della sua esistenza. Ma il Signore li disperse in tutti i paesi del Mondo e le loro lingue divennero incomprensibili. Solo le preghiere possono salire verso il cielo (Tobia 12, 12). Dio inoltre può dare appuntamento a degli uomini eletti in cima a dei monti, sulla cima dei quali Egli scende; mentre gli uomini devono salire. E’ il caso del monte Sinai per Mosè (Esodo 19, 29) o del monte Sion a Gerusalemme (Isaia 2, 3), dove si trova il Tempio del Signore. Nella storia della salvezza solo alcuni eletti hanno avuto il privilegio di essere rapiti in Cielo, come il patriarca Enoch (Genesi 5, 24), oppure il profeta Elia (2 Re 2, 11).
Maometto nel Corano si vanta di essere salito al Cielo, partendo dalla Mecca, in groppa al cavallo Buraq, che aveva le ali e dal volto di donna. E’ arrivato a Gerusalemme, guidato dall’arcangelo Gabriele (Corano, sura 17, 1; sura 53, 115; sura 81, 19-25). Dal monte Moria (dove Abramo ha offerto il suo figlio in sacrificio, sostituito da un capretto: Genesi 22, 1-13; per la Bibbia si tratta del figlio Isacco, avuto per un miracolo di Dio dalla moglie Sara, sterile e avanzata in età; per il Corano, e quindi per i Musulmani, si tratta di Ismaele, che Abramo aveva avuto da Agar, la schiava di Sara). Dal Monte Moria (dove attualmente si trova la Moschea della Roccia, inaugurata nel 691), Maometto sarebbe salito attraverso otto cieli, fino al trono di Dio, che gli avrebbe consegnato il Corano, scritto in arabo (sic!). Evidentemente tutto questo non è che dell’immaginazione. Il cavallo alato e dal volto di donna ne è la prova. Ma è quello che credono centinaia di milioni di Musulmani.
Per Gesù l’Ascensione è avvenuta davanti agli Apostoli. San Luca ne parla alla fine del suo Vangelo (Luca 24, 46-53) ed è il brano che leggiamo oggi. Poi ne parla agli inizi del libro degli Atti degli Apostoli (Atti 1, 6-11). Che differenza c’è fra i due racconti? Nel Vangelo di Luca il racconto ha un andamento liturgico e quindi ci invita a identificare Gesù con Dio stesso. Negli Atti il racconto ha un andamento cosmico: gli Apostoli cioè sono inviati in Missione. L’Ascensione pertanto è come la cerniera tra il tempo di Gesù e quello della Chiesa. E’ l’ultima apparizione di Gesù Risorto ed è anche il suo modo definitivo di essere tra noi, fino al suo ritorno. Il Signore non si allontana da noi. Sarà sempre in cammino con noi, come si è manifestato con i pellegrini di Emmaus. La sua presenza però non è fisica. E’ spirituale; è per questo illimitata sia nel tempo che nello spazio. Se prima dell’Ascensione era vicino a noi con il suo corpo umano (perché effettivamente Gesù era nato da una donna, come dice l’Apostolo Paolo in Galati 4, 4). Ora il Signore è in noi con il suo stesso Spirito. La sua Ascensione, cioè l’esaltazione della sua umanità alla dignità di Figlio di Dio, è una benedizione per ciascuno di noi. Infatti in Gesù che sale al Cielo, conosciamo completamento il mistero dell’uomo.
Come Lui, anche noi veniamo da Dio (perché creati da Lui e a Lui andiamo). La nostra vita non è più sospesa nel nulla o nell’ignoto. Sappiamo ormai chi siamo e dove andiamo. Per questo, come gli Apostoli, siamo pieni di gioia (Luca 24, 52). La nostra patria è nei cieli e la nostra vita è realmente nascosta con Cristo in Dio. In Gesù glorificato, noi pure siamo già “risorti”, fatti creature nuove, come spiega compiutamente l’Apostolo Paolo (Filippesi 3, 20; Colossesi 3, 3; Efesini 2, 6; e Romani 8, 30). L’Ascensione di Gesù, cioè la sua glorificazione, è la realizzazione del desiderio più profondo che Dio ha messo nel nostro cuore: quello di diventare come Dio, vincendo anche la morte. Ora siamo davvero liberi, se crediamo in Gesù e se viviamo come Lui stesso ci ha comandato. Possiamo allora annunciare questo amore di fratelli e sorelle, appunto come quello che il Padre in Gesù manifesta per tutti noi.
Papa Francesco ci dice che l’Ascensione costituisce il termine della Missione che il Figlio (= Gesù) ha ricevuto dal Padre e la continuazione nel tempo di questa Missione da parte della Chiesa. Attualmente la presenza di Cristo nel Mondo è manifestata dai suoi discepoli, se crediamo in Lui e se ci amiamo come fratelli e sorelle. Gesù stesso ha detto: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri!” (Giovanni 13, 34-35). Nessun uomo ha mai parlato così, nessun profeta, nessun capo religioso ha mai predicato in questo modo. Ha ragione Papa Francesco quando ci dice che la nostra Missione oggi è quella di testimoniare il Vangelo, vivendolo in ogni ambiente e in ogni situazione. Come è possibile allora la guerra, se il comandamento che Gesù ci ha dato è quello dell’amore fraterno? Come è possibile allora l’odio, lo sfruttamento, la perfidia, la violenza, l’inumanità in questo Mondo? Ci sono attualmente 59 guerre che si combattono nel Mondo. Non c’è solo l’Ucraìna… Chiediamo allora la forza dello Spirito Santo per poter compiere adeguatamente la nostra Missione: quella di far conoscere sempre più l’amore e la tenerezza di Dio, che vediamo concretamente in Gesù. Solo così il Mondo cambierà e le armi saranno cambiate in strumenti di pace, come dice il profeta Isaia (VIII secolo prima di Cristo): “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra” (Isaia 2, 4).
San Daniele Comboni (1831-1881) ha sempre lavorato in favore della pace e dell’amore vicendevole fra tutti i popoli del Mondo, particolarmente in Africa Centrale. Nella lettera pastorale, inviata da El-Obeid (Sudan), il 1 agosto 1873, nella quale invita le Comunità Cristiane a consacrare il Vicariato al Sacro Cuore di Gesù, così scrisse: “Noi siamo profondamente convinti che il giorno faustissimo di questa solenne Consacrazione segnerà un’era novella di misericordia e di pace per il nostro amatissimo Vicariato e che dal seno misterioso di questo divin Cuore trafitto sgorgheranno torrenti di grazie e fiumi di celesti benedizioni”.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda