Padre Eugenio Palla (1937-2022) non si può dimenticare. Era solido, forte, gran camminatore… Nato sulle montagne di Pieve di Livinallongo (BL). Quando l’ho conosciuto a Brescia nel 1955 era già un ragazzo fatto: pantaloni di velluto, camicie a quadrettoni. Camminava dondolandosi, come un vero montanaro. Avevamo 16/17 anni e tutti i problemi dell’adolescenza alla superficie. Siamo passati in quella età tra chiari e scuri. Aiutati a volte da persone competenti e altre volte da persone che ci hanno fatto soffrire. Siamo arrivati comunque in Liceo, nel 1956 a Firenze, poi in Noviziato, poi la Teologia (io a Venegono e Eugenio a Verona). Camminando, inciampando, scorticandoci a volte i gomiti o le ginocchia. Durante le estati in montagna, le gare a piedi o di corsa erano di tutti i giorni. Non si fermava mai, lui. Arrivava sempre primo e poi sorrideva. Io provenivo dalla bassa padana e le prime montagne che avevo visto sono state i Colli Euganei, che io immaginavo come lame di coltelli piantate per terra. Ma poi mi sono ripreso. Eugenio primo in montagna, e io, spesso, secondo. Fino al 1965, quando abbiamo detto di sì all’Ordinazione Sacerdotale. Io a Milano ed Eugenio, assieme ai suoi compaesani, a Pieve di Livinallongo.

Poi ci siamo incontrati in Burundi. Io avevo già fatto l’esperienza della Missione a Mabayi, poi ero stato a Parigi per studi. Ma nel 1971 abbiamo organizzato un viaggio ricerca di documentazioni per la mia tesi, in Burundi, in Rwanda e in Uganda. Con la nostra Volkswagen Maggiolino verde ne abbiamo combinate di tutti i colori. Ma ce la siamo sempre cavata, soprattutto in Uganda nel parco Murchison Falls, circondati dai bufali, rincorsi dagli elefanti… Ma anche malvisti da Confratelli e sospettati di chissà che cosa. Era soprattutto colpa mia, perché sfoggiavo camicie colorate e avevo capelli lunghi, alla moda di quei tempi, con i pantaloni “pacanga” poi (e cioè a zampa di elefante). A Moroto (Uganda) siamo stati salvati da p. Hilary Boma che mi ha riconosciuto e con lui ci siamo fatti delle grasse risate.

Ma la vita seria di Missione è cominciata a Butara (diocesi di Bujumbura). E’ lì che Eugenio ha ricevuto il soprannome di “Kiberwaninkofero”. E’ una frase della lingua Kirundi (parlata in Burundi). Letteralmente significa: degno di portare il cappello. Arrivati nel paese, la gente ti fa tante domande: da dove vieni, che studi hai fatto, che famiglia hai avuto, ecc. A me hanno dato il soprannome di “Nyabenda”, perché sono il figlio numero nove della serie di undici che i miei genitori hanno avuto. Ma Eugenio ha fatto un’altra impressione. Era un uomo forte, che non si stancava mai di camminare per le montagne del Burundi, quelle della Cresta Congo-Nilo. La Cresta di montagne si chiama così perché le acque verso ovest vanno nel fiume Congo che va a sfociare nell’Oceano Atlantico, dopo un percorso di quattromila chilometri. Le acque invece che scendono a est si dirigono verso il Nilo; ma prima riempiono il Lago Vittoria e poi escono con un fiume lungo più di seimila chilometri che va a sfociare nel Mare Mediterraneo. Siamo andati una volta a Bururi, ma non ci siamo fermati nella cittadina. Siamo saliti in alto su una montagna, dove un esploratore tedesco ha costruito una piramide alta 4 metri e ci ha scritto sopra in latino: “Qui nasce il Nilo”. Effettivamente da lì prende inizio il fiume Ruvubu-Kagera, che poi va a sfociare nel Lago Vittoria. Eravamo quindi alla sorgente dell’affluente più meridionale del Lago Vittoria, da cui parte il fiume Nilo. Che cosa abbiamo fatto noi due? Ci siamo messi uno da una parte e l’altro dall’altra, per alleggerire le nostre “vesciche”. “Anche noi – ci siamo detti – contribuiamo ad aumentare le acque del Nilo!”. E oltre alla foto ricordo, ci siamo fatti anche delle belle risate.

Ma il lavoro apostolico ci attendeva. In Burundi la popolazione è formata di tre etnie: i Tutsi, gli Hutu e i Twa. I Tutsi comandano e i Twa non contano nulla. Sono pigmei e disprezzati da tutti. Nell’antichità, prima della colonizzazione, venivano utilizzati come cacciatori, come spie, come boia e come esecutori di delitti che poi restavano impuniti. Gli Hutu sono la maggioranza, più dell’ottanta per cento della popolazione, ma non hanno potere. Devono proclamarsi appartenenti a un capo. E i capi sono sempre Tutsi (12% della popolazione). Ci raccontavano gli anziani, come Gabriel Mahenereza di Kirehe o Mederico Simbakiriye di Miremera, che nella tradizione, quando gli Hutu diventavano troppo numerosi oppure riuscivano a costruirsi delle belle case, succedeva sempre una carneficina. In media una ogni 30 anni. Perché nell’esercizio del loro potere i Tutsi sapevano bene che gli Hutu (che nella loro lingua vuol dire anche servitore) non dovevano superare una certa percentuale della popolazione, in modo da assicurare una produzione agricola sufficiente per tutto il paese. I Tutsi, loro, erano i padroni, controllavano l’esercito del re (umwami) e si dedicavano alla pastorizia.

E la Chiesa? La Chiesa ha accettato questo tipo di organizzazione della società. I Vescovi quindi erano tutti Tutsi e anche la maggior parte dei preti. A Bujumbura il nostro Vescovo si chiamava Mons. Michel Ntuyahaga, un vero Tutsi, anzi un Ganwa, della famiglia più nobile. Anche nella parrocchia di Butara si viveva secondo questo andazzo e nessuno si ribellava. Nel 1972 ci sono stati vari sommovimenti. I capi, che erano Tutsi, hanno organizzato dei massacri in grande stile. Si parla di 200.000 morti ammazzati in tutto il Burundi. E in questo lavoro sono stati chiamati anche studentelli Tutsi, perché imparassero il mestiere e si abituassero a non avere pietà, quando si trattava di difendere la supremazia Tutsi.

Avevamo una trentina di catechisti che venivano mensilmente in parrocchia a Butara per seguire aggiornamenti ed essere aiutati nel loro lavoro di insegnanti del catechismo e di animatori delle comunità cristiane delle varie cappelle. Sono loro che hanno dato a p. Eugenio il soprannome di “Kiberwaninkofero”, che vuol dire: “un uomo degno di portare il cappello dell’autorità”. E avevano visto giusto, perché p. Eugenio si è inserito così bene nella società burundese da superare anche me nella conoscenza della tradizione e della storia del paese. Io avevo studiato a Parigi e pensavo di conoscere a fondo la società della Regione Interlacustre Meridionale, della quale facevano parte il Burundi, il Buha (Tanzania), il Rwanda e il Bugezi (Uganda). P. Eugenio ha scoperto così le manovre segrete dei Tutsi e come riuscivano a dominare e incutere paura anche nelle strutture della Chiesa. Se lo ricorderà bene il Tutsi Télésiphore Magorwa, che era capo dei Catechisti. Il Vescovo di Bujumbura diceva apertamente di se stesso che prima era Tutsi e poi era Cristiano. Poveri noi! Ma questa era la realtà.

E questa realtà tragica p. Eugenio l’ha vissuta anche nella missione di Mabayi, quando ormai io ero tornato a Parigi per terminare i miei studi.

Le cose in Burundi sono andate avanti tra alti e bassi, tra momenti di pace e momenti di massacri, finché i Vescovi si sono stancati di noi Missionari Comboniani. A p. Vittorio Ferronato l’Arcivescovo di Gitega, a cui il Confratello chiedeva aiuto per i continui tormenti della Polizia, ha detto in francese : “Vous ètes dans la merde, démerdez-vous!”. E cioè: Voi Missionari Comboniani, a causa delle prese di posizione in difesa dei poveri e dei perseguitati (e cioè degli Hutu che sono la maggioranza della popolazione), siete in difficoltà con la Polizia, arrangiatevi!. E così siamo arrivati all’espulsione di tutti i Missionari Comboniani da parte del Governo, dietro suggerimento dei Vescovi, nel 1977. Anche p. Eugenio fece le valigie e, con gli occhi pieni di lacrime, abbandonò il paese, che aveva servito e amato come Missionario Comboniano.

Ci siamo rivisti qualche anno dopo, nel novembre del 1983, quando sono stato mandato nella Repubblica Centrafricana. P. Palla mi aveva preceduto nel 1980. E’ venuto ad accogliermi all’aeroporto di Bangui e mi ha detto che avevano pensato di inviarmi al suo posto a Mongumba. I suoi consigli mi sono sempre stati preziosi e, scherzando, gli ricordavo il passato trascorso insieme nel Burundi.

Nel 1987 p. Eugenio è passato in Ciad, perché la vita a Bangui gli era stata resa difficile da persone gelose delle sue qualità e delle sue capacità di scoprire la verità in tutte le situazioni. Anche a Moissala (Ciad), dove gli è stato affidato il ministero più difficile per la lingua, per la regione arretrata, per le strade impossibili, per i fiumi da attraversare in piroga, la vita non è stata facile. P. Eugenio era forte, un vero “Kiberwaninkofero” e se la cavò molto bene, finché non si manifestò una malattia nervosa e molto dolorosa al trigemino. E questa malattia lo accompagnò per il resto della sua vita.

Anch’io ho avuto tante avventure, sia in Centrafrica che in Congo-Kinshasa. A Bangui sono stato anche in prigione, sotto il dittatore Ange Félix Patasse. Ho subito processi per tanti motivi balordi. Ma ogni volta che incontravo p. Eugenio mi diceva sempre: “Bravo! Vai avanti!”. E le sue parole mi davano incoraggiamenti e forza per continuare la mia vita missionaria. Ma poi domenica 15 maggio 2022, a Castel d’Azzano (VR), alle 8 del mattino, mentre vestivano p. Eugenio per partecipare alla Messa, è partito… Improvvisamente… Io nel ricevere questa notizia sono rimasto di sasso. Perché pensavo a colui che era stato definito “Kiberwaninkofero”, uomo forte, uomo che per natura ha l’autorità e che è degno di rispetto. E quest’uomo non c’era più. Non mi darà più i suoi consigli, non mi darà più i suoi sorrisi e la forza d’animo di continuare a vivere e a essere fedeli al carisma comboniano. Martedì 17 maggio, dovevo andare ai suoi funerali. Volevano impedirmelo. Ma “Kiberwaninkofero” vegliava su di me dal Paradiso. E ho pregato sulla sua bara. E l’ho baciata.

Eugenio sarà sempre il mio fratello forte e sorridente, che mi ha continuamente sostenuto nella mia vita di Missionario Comboniano. Riposa in pace. In Dio.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda