Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: DOMENICA DI PASQUA
(17/04/2022)

 

Prima lettura (At 10, 34 a.37- 43)
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

Nessuno degli apostoli dice di aver visto né assistito alla risurrezione di Gesù. Non si sa né quando né come l’evento si è svolto e come è successo.
Il testo odierno è tratto dal discorso di Pietro il giorno di Pentecoste. Solo allora, per lo Spirito Santo, gli apostoli prendono coscienza della portata e dell’importanza della risurrezione di Gesù, che si manifesta loro lungo i quaranta giorni che precedettero l’ultima apparizione, l’Ascensione.
Pietro, anche a nome degli altri apostoli, afferma: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui – Gesù Cristo – compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”, e riassume alcuni aspetti rilevanti dello stare e camminare con Lui: “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.
Beneficare e risanare sono due termini che sintetizzano la finalità dell’azione di Gesù e manifestano l’avvento del regno di Dio – la sovranità dell’amore – quale azione di guarigione verso ogni tipo di sofferenza e di riscatto da ogni forma di esclusione, di ingiustizia individuale e sociale.
Gesù è mosso dalla compassione e dalla misericordia verso ogni persona o gruppo sociale prigioniero dalla schiavitù che separa e allontana dalla pratica dell’amore, della giustizia fraterna e dalla responsabilità per un mondo più umano e di pace.
La pretesa messianica di Gesù suscita il rifiuto radicale da parte delle autorità: “Essi lo uccisero appendendolo a una croce”. Nell’ottica di costoro muore maledetto dagli uomini e da Dio. Rimangono sconcertati e increduli quando risuona l’annuncio: “ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno”. Dio ha ribaltato il loro giudizio.
Il terzo giorno non è un tempo cronologico, ma teologico. Esso indica il momento del radicale e definitivo intervento di Dio a favore dell’umanità. Pertanto la risurrezione è l’evento dirimente, lo spartiacque, del prima e dopo nella storia e nella vita dell’umanità di tutti i tempi.
Ebbene, Dio “volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio …”, a coloro che camminarono con Lui dall’inizio della sua attività. Il legame fra la risurrezione e l’attività svolta da Gesù è di grande importanza. La risurrezione è intrinsecamente legata alla vita di ogni giorno, è l’anima, la forza dell’autentico e indistruttibile presente e futuro. Ciò che unisce vita e risurrezione è l’amore attivo, in attenzione al bene delle persone e dell’umanità, che allo stesso tempo è il bene per sé stessi, per la propria vita, nell’accogliere il dono di Dio che “per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo” come recita il credo.
La risurrezione di Gesù non è un atto di potere, di forza, che sottomette il popolo per lo stupore. Se così fosse Gesù sarebbe sceso dalla croce e avrebbe dato scacco al Sommo Sacerdote e a Pilato. Essa è il trionfo della vita spesa per l’amore, che declina l’insegnamento, le scelte di vita, la pratica della giustizia di Dio e della fraternità, linfa che sostiene e motiva l’avvento del regno di Dio in mezzo all’ostilità radicale, e che ora manifesta pienamente il suo effetto nella persona del Risorto.
“… a noi – i testimoni – che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dei morti”. La risurrezione non è sopravvivenza dell’anima né lo spirito legato alla memoria di Gesù, ma della persona crocefissa il Venerdì Santo, del corpo martoriato e sepolto quella sera. La persona di Gesù è entrata nel nuovo ordine di vita, compreso il corpo, che ora manifesta la sua nuova realtà e consistenza mangiando e bevendo; trasformazione sconosciuta e sorprendente.
La manifestazione del Risorto e il coinvolgimento dei testimoni non sono fini a sé stessi, ma termine ultimo e l’installazione della nuova umanità. Questo perché la persona di Gesù rappresenta davanti al Padre ogni persona e l’umanità di tutti i tempi. È per loro e a loro favore che l’evento è annunciato e testimoniato. È per questo evento che il Risorto “ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice di vivi e dei morti, costituito da Dio”.
Vinta la morte, Gesù è il Signore della vita. Ogni giudizio e discernimento di ciò che porta da un lato o dall’altro fa riferimento alla sua persona, alla sua filosofia e, soprattutto, al suo stile e pratica di vita. In Lui Dio offre il criterio di come vivere nella realtà, oltre il mero criterio umano. Per Lui, in Lui e con Lui la morte non è solamente fine della vita, né quest’ultima è riconducibile alle coordinate in cui umanamente è posta, ma è il momento della trasformazione dell’esistenza umana nella vita eterna.
La testimonianza è finalizzata alla conversione: “chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”. Dare fiducia alla persona del Risorto, e alla causa dell’avvento del regno, per la quale ha consegnato sé stesso, è coinvolgersi in quello che il Gesù terreno ha insegnato e praticato come cammino dell’umanità redenta. È acquisire la nuova conoscenza di Dio e dell’uomo in rapporto all’umanità, alla storia, al creato e al destino. Tale realtà è l’ambito per vedere sé stesso con gli occhi di Dio e, come Cristo, assumere la stessa causa.
Allora il peccato – la sfiducia in Gesù – si dissolve come nebbia al sole. Sorge invece la fiducia e, con essa, la convinzione e il desiderio di entrare nella prospettiva indicata da Paolo nella seconda lettura.

Seconda lettura (Col 3,1-4)
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi, infatti, siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

Paolo pone un punto fisso, un riferimento, per chi crede negli effetti della morte e risurrezione del Signore. Il riferimento non è solo la persona del Gesù storico, ma per la risurrezione è Gesù costituito Cristo dallo Spirito, il cui corpo partecipa della pienezza di Dio.
L’evento della risurrezione rende comprensibile al credente la salvezza: “Voi, infatti, siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!”. Si riferisce non all’inevitabile morte fisica ma alla “seconda morte”, che attiva nel corpo umano la distruzione, l’annichilimento che separa dalla comunione con Dio. La vittoria sulla “seconda morte” fa sì che il credente partecipa della comunione “con Cristo in Dio”, realtà gioiosa, di vita piena, per la quale il finito della condizione umana è immerso nell’infinito amore di Dio.
È come vivere nella corrente che sgorga dalla sorgente e immerge la persona. Ma la sorgente è inaccessibile alla piena conoscenza e, meno ancora, al dominio umano. Essa rappresenta l’inesauribilità del mistero di Dio, del suo amore, nel quale partecipa la persona. La fede negli effetti della morte e risurrezione di Cristo immerge nella profonda e indissolubile comunione con Lui, con il Padre e lo Spirito Santo, l’ambito della salvezza.
“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dov’è Cristo, seduto alla destra di Dio”. È proprio la consistenza e la qualità della fede – adesione e risposta d’amore all’amore coinvolgente di Dio – che porta Paolo a usare il condizionale “se”; perché se la fede è motivata dalla richiesta del miracolo, dalla paura del giudizio e del castigo o da interesse di scambio e non dalla gratuità dell’amore, essa ostacola la percezione della singolare condizione di “risorti con Cristo”.
Tuttavia nel credente c’è come una nebbia, un appannamento, riguardo alle “cose di lassù”, che impedisce la sufficiente, e sempre maggiore nitidezza, della gloria nella quale Gesù Cristo è immerso e che, gratuitamente, trasmette nell’intimo di chi lo cerca e si avvicina sempre più, con fiducia, in Lui.
La causa è l’insufficienza, la debolezza della fede del credente, combattuto fra la luce e le tenebre, fra le “cose di lassù” e quelle “della terra”. Il motivo della debolezza si deve al fatto che il processo di purificazione, e perfezionamento della fede, passa per esperienze e situazioni che non sempre sono vissute come momento di crescita ma come stallo – se non desistenza -, a volte momentaneo e circostanziale, ma sempre nell’ambito del conflitto, della battaglia fra luce e tenebre. Al riguardo Paolo è esplicito: “Ho combattuto la buona battaglia, (…), ho conservato la fede” (2Tm 4,7).
La lotta nell’intimo di sé stessi è positiva se, afferma Paolo, “rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”. È il pensiero che attinge alle facoltà dell’intelligenza, dello studio e dell’argomentazione che declinano la pratica dell’amore al prossimo, come insegnato da Gesù; amore creativo, audace e coraggioso nell’individuare il cammino di rinascita e di speranza in mezzo a forze contrarie che tendono a opprimere, destrutturare la persona, disumanizzandola e togliendo ad essa ogni speranza nel futuro.
È l’insieme pensiero/azione che immerge nella realtà ultima e definitiva di Dio che, come la calamita, attrae il credente come limatura di ferro. Tale operazione crea spazio nel credente all’azione dello Spirito Santo, il dono che Gesù raccomanda di chiedere costantemente nella preghiera. L’azione dello Spirito, che sostiene e motiva la fede, presuppone coscienza, volontà e amore nell’imitare il più perfettamente possibile l’azione pastorale di Gesù per la causa del Regno.
Cosicché “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifesto, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”. L’ultimo e definitivo intervento di Dio – continuamento donato dal suo inesauribile amore – è manifesto nel presente, nell’oggi, e rimane tale fino alla fine dei tempi, nello svelare la pienezza del mistero in termine di partecipazione della gloria per la quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).
Tutta l’esistenza, con le sue lacune e imperfezioni, sarà riscattata e portata alla pienezza di vita nella gloria di Dio. Un teologo tedesco – E. Hofmann – riguardo a questa vita in Cristo e al momento finale a cui tende afferma: “dall’inizio della sua vita l’uomo non è solo una ‘corporeità esteriore’, ma anche una ‘corporeità interiore’, ossia, la sua vera persona, l’autentico ‘io’ che va crescendo giorno dopo giorno, e diventa più forte nella misura che rimane nella comunione con Dio aperto alla creazione (uomini e natura), per poi, dopo la morte, essere accolto nelle pienezza della vita di Dio”.
In tal modo l’umano si divinizza e Dio si umanizza; l’umano e il divino s’integrano perfettamente, pur mantenendo le loro specifiche caratteristiche e diversità. È quello che manifesta l’evento della risurrezione.

Vangelo (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Il testo segnala alcuni aspetti che introducono l’irruzione dell’evento inaspettato e sconcertante della risurrezione.
In primo luogo, la pietra che sigilla il sepolcro – testimonianza dell’entrata nella morte e la condizione di morto del Crocefisso – “era stata tolta dal sepolcro”. Già questo è più che sufficiente per provocare un subbuglio interiore.
Poi, altro colpo, è constatare la sparizione del corpo: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. È lecito pensare che neanche da morto lasciano Gesù in pace; dà fastidio, incomoda la sola presenza nella tomba, quale riferimento ingombrante e imbarazzante per coloro che lo hanno condannato e il divenire un punto di riferimento e, soprattutto, di memoria per i seguaci.
Maria di Màgdala corre da Pietro e dal discepolo – “quello che Gesù amava”, probabilmente Giovanni -, e questi, a loro volta, corrono al sepolcro. Si può immaginare lo stato d’animo e l’energia sprigionata nei due dalla notizia, al punto che viene riportato che l’altro discepolo arrivò prima di Pietro: “Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò”. Lo sconcerto dell’incognito, e l’eventuale timore di sorprese sgradevoli, non impedisce loro di notare immediatamente la singolare posizione dei teli.
Con l’ingresso nel sepolcro, Pietro “osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte”, il che porta a pensare che qualcosa di molto singolare sia accaduto.
Anche l’altro discepolo, una volta entrato, vede i teli che hanno avvolto il corpo di Gesù stesi per terra, come un involucro sgonfio del contenuto – il corpo – e il sudario avvolto, piegato, non lasciato alla rinfusa. Se il corpo fosse stato trafugato certamente gli esecutori non si sarebbero preoccupati di piegare il sudario. E poi, come spiegare la posizione dei teli?
Quest’ultimo discepolo “vide e credette”. Credette alle parole di Maria Maddalena nel constatare la stranezza dell’assenza del corpo, e percepì che qualcosa di molto singolare è avvenuto. Ma c’è di più: “Infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.
Queste ultime parole sono molto importanti. Esse rimandano, in primo luogo, all’esperienza dell’evento della risurrezione. Non all’incontro con la persona ma alla comprensione delle Scritture. Esse sono imprescindibili per accedere in un secondo momento al Risorto.
La preoccupazione dell’evangelista è che si possa credere alla risurrezione di Gesù solo vedendo i segni della sua vittoria sulla morte. No! La risurrezione di Gesù non è un privilegio concesso a qualcuno duemila anni fa, ma una possibilità per tutti i credenti. Come? Lo dice l’evangelista stesso: “Non avevano compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.
Nel discepolo la parola del Signore, l’accoglienza della scrittura, la radicalizzazione del messaggio in lui, la sua trasformazione, permettono una qualità di vita tale da sperimentare il risorto nella sua esistenza. Si apre così una serie d’importanti considerazioni per precisare in che senso l’evento, oggettivo e soggettivo allo stesso tempo, va molto oltre la finalità di questo semplice commento.
Di sicuro è certa l’inscindibilità del legame Scritture-Evento. Senza le Scritture non sussisterebbe l’Evento. E viceversa, senza l’Evento le Scritture sono vuote. Il pensiero va direttamente al finale del brano dell’uomo ricco e Lazzaro, nel quale il primo chiede di risorgere per convincere i fratelli a cambiare vita: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,31).
L’esperienza personale del Risorto fa di sé stessi lo spazio dell’Evento-Scrittura e viceversa, per l’azione dello Spirito Santo. Non si crede in Gesù risorto perché c’è un sepolcro vuoto, ma soltanto se lo si incontra vivo e vivificante nella propria vita.