Padre Alessio Geraci

A partire dal cuore ……

Giovedì Santo, 14 aprile 2022

Oggi 14 aprile 2022, Giovedì Santo, inizia quello che chiamiamo il “Triduo Pasquale”, facendo memoria viva dei misteri della passione, morte e Risurrezione di Gesù. E questi misteri iniziano proprio con l’ultima cena del nostro Signore Gesù Cristo.

Paolo nel frammento della sua prima lettera ai Corinzi, che la liturgia ci offre come seconda lettura, ci lascia in eredità quello che a sua volta anche lui ha ereditato. Ci vengono tramandate le parole pronunciate dallo stesso Gesù durante questa cena di “addio” che Gesù fa con i suoi amici più intimi, i discepoli. Il momento è davvero solenne: la Parola si fa Pane e Vino per gli altri, per tutti gli altri, pane spezzato per tutti, vino versato per noi tutti, specialmente per i più bisognosi. È un gesto che ripetiamo ogni volta che celebriamo, come comunità, l’Eucaristia, facendo memoria viva di quelle parole pronunciate da Gesù ed arrivate fino a noi.
Ricordiamo oggi l’istituzione dell’Eucaristia, sacramento della condivisione e della fraternità, nel quale Gesù si dona completamente ai suoi. Gesù è veramente presente e lo incontriamo davvero nel Santissimo Sacramento dell’Eucarestia, ma è altrettanto presente e lo incontriamo veramente nel Santissimo Sacramento del Fratello (Mt 25, 40). Solo che noi ce lo dimentichiamo spesso. E a volte accade che passiamo ore e ore in Adorazione Eucaristica in chiesa, e una volta usciti dalla chiesa, non sappiamo riconoscere il volto di Cristo in quello dei nostri fratelli. Che non ci accada mai più, specialmente in questo tempo di pandemia e di guerra.
Ricordiamo oggi anche l’istituzione del sacerdozio ministeriale. Nelle nostre preghiere oggi, pensiamo ai nostri sacerdoti, a quelli che maggiormente conosciamo, a quelli che non conosciamo, a quelli che hanno commesso errori conosciuti, a quelli che hanno commesso errori contro di noi, a quelli a cui sentiamo di dover chiedere scusa per i nostri errori contro di loro, a quelli ordinati da poco, ai diaconi che presto saranno ordinati sacerdoti, a quelli che sono morti per il coronavirus, a quelli che vivono nelle case di riposo, a quelli che sono ammalati, a tutti. E domandiamoci, se realmente ci interessano, ci stanno a cuore le loro vite, la loro salute, se ci prendiamo cura di loro oppure se siamo solo capaci di criticarli e farli oggetto dei nostri pettegolezzi.

Nel Vangelo, Giovanni, (Gv 13, 1-17) unico tra i 4 evangelisti, ci parla della lavanda dei piedi e del servizio. Gesù, quando già stavano mangiando, e non come era abitudine fare a quel tempo, prima di mettersi a tavola, utilizza il grembiule, in segno di servizio (magari oggi come Chiesa fossimo sempre capaci di spogliarci dei nostri abiti a volte anacronistici e che ci allontanano dalla gente, e vestire sempre il grembiule per servire gli altri!) e comincia a lavare i piedi ai suoi discepoli. Gesto altamente rivoluzionario!!! Lavare i piedi agli altri era un gesto che facevano le persone considerate “inferiori” nei confronti di quelle considerate “superiori”, un gesto che dovevano compiere i figli nei confronti del padre, la moglie nei confronti del marito, i discepoli nei confronti del maestro. Gesù compie un gesto da “servo”, in perfetta e piena coerenza con tutta la sua vita, con le sue parole «Io sono venuto per servire non per essere servito» (Mc 10,45). Ma c’è di più: Gesù compie un gesto fuori…tempo! Infatti, generalmente questo gesto veniva compiuto prima della cena, perché per la mentalità e la religione del tempo, bisognava purificarsi per bene prima di mangiare e prima di fare tante cose. Gesù compiendo quest’azione in quel momento, non prima della cena ma durante la cena vuole rimarcare, che l’amore di Dio è un dono da accogliere e non un premio da meritare. Vengono abbattute per sempre le nostre categorie dei meriti. Dio ci ama così come siamo, con i nostri sogni e le nostre speranze, con i nostri sogni, le nostre debolezze, i nostri insuccessi. È il suo amore che ci spinge ad essere persone nuove, persone migliori. Quell’amore che gratuitamente riceviamo da Dio, per donarlo gratuitamente agli altri. Amici e nemici. Vicini e lontani. Conosciuti e sconosciuti.

Tornando al Vangelo, Pietro non vuole che Gesù gli lavi i piedi: non riesce Pietro ad entrare nella logica del servizio, non riesce a capire al suo amico e maestro. Nel suo cuore e nella sua mente, il Maestro doveva essere il soggetto passivo di quest’azione e lui, Pietro, colui che la compie. Dal resto…un discepolo che si lascia lavare i piedi dal Maestro…non si è mai visto! Ma è solo quando capiamo davvero che Gesù, nostro fratello, amico, maestro e Signore, non è venuto per essere servito ma per servire, è solo allora che potremo essere realmente suoi discepoli.
L’ultima riflessione sul Vangelo. Possiamo notare chiaramente la necessità del servizio per ogni discepolo di Gesù, come segno necessario su cui si fonda il discepolato coerente: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Quindi, fare comunione con Gesù, si esprime concretamente e necessariamente, in gesti concreti di servizio, ricordando e vivendo una frase che da molto tempo caratterizza al papa Francesco, fin dai suoi tempi a Buenos Aires: «il vero potere è il servizio».
Chiediamoci allora, se noi, discepoli di Gesù del 2022, serviamo Lui e il suo Vangelo, la Buona Notizia che parla di libertà, di amore, di verità, di responsabilità, o piuttosto se ci serviamo del Vangelo, del nostro essere discepoli del Maestro per ottenere benefici e privilegi.

Come “compito a casa”, possiamo pensare un gesto di servizio che realizzeremo il più presto possibile, identificando anche i destinatari di questo gesto. Ma attenzione: non è per poi vanagloriarci, magari pubblicando qualche selfie nelle nostre reti sociali, ma è per vivere in pienezza e con coerenza il Vangelo. Possiamo cominciare dai “nostri”, da coloro che vivono con noi nella nostra stessa cosa e che a volte facciamo proprio fatica a servire, anzi vogliamo sempre essere serviti da loro….. Almeno proviamoci!

 

Venerdì Santo, 15 aprile 2022

Oggi 15 aprile 2022, Venerdì Santo, accompagniamo Gesù nella “via dolorosa” del Calvario, nella quale ci uniamo alla passione e morte di tutti i martiri anonimi ed innocenti di ieri, di oggi e del futuro, specialmente di quanti soffrono oggi a causa della pandemia, della follia della guerra e delle decisioni folli dei governanti di turno.

San Daniele Comboni ci invita a «tener sempre fissi gli occhi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando d’intendere sempre meglio cosa voglia dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime».

Oggi ci lasciamo guidare dalle parole del profeta Isaia, che nel quarto carme del servo del Signore prefigura i patimenti di Cristo: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53, 3). Si, nel dolore agonizzante di Cristo è presente il dolore agonizzante di tutti gli impoveriti, emarginati, oppressi della storia e della terra; il loro dolore grida al cielo como gridava al cielo l’angustioso dolore degli schiavi israeliti in Egitto (Es 3, 7). Seguendo l’azzeccata definizione del gesuita e teologo della liberazione Jon Sobrino, secondo la quale i poveri sono «coloro che non sono», oggi possiamo vedere quanto le parole del profeta Isaia e questa frase di Sobrino siano attualissime. I poveri non sono solamente coloro a cui manca qualcosa…ma coloro che non sono considerati da questa società, coloro i quali non entrano nel calcolo delle statistiche e la cui morte lascia totalmente indifferente il resto della popolazione, non importa se locale o mondiale. Sono coloro che non producono niente e in questa società sempre più consumista, questo è diventato un peccato mortale. Una società, vale sempre la pena ricordarlo, segnata da quella che il papa Francesco chiama “la cultura dello scarto”. Disprezzati e discriminati a causa della loro cultura, della loro provenienza, del loro sesso, del colore della loro pelle, della loro lingua, della loro ignoranza, dei loro vestiti, delle loro abitudini alimentari, i poveri soffrono constante emarginazione e sono considerati “inutili”. Prosegue il profeta Isaia: «Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte» (Is 53, 8). La storia degli ultimi decenni è piena di episodi di violenza ingiustificata (mai la violenza si può giustificare!) e istituzionalizzata, di arresti preventivi sfociati in sistematiche torture, di sentenze “burlesche” dove la corruzione sembra vincere sempre e dove non sembra esserci spazio per la giustizia; di morti massive con metodi criminali che continuano a gridare al cielo. Siria, Yemen, Etiopia, Afghanistan, Congo, Sudan, Palestina e ora Ucraina…la follia della guerra continua nel 2022 a farci vedere interi popoli eliminati, “crocifissi”.

Contempliamo e adoriamo oggi la croce, ricordando, come un memoriale vivo, che su quella croce, Gesù fu giustiziato, molto probabilmente venerdì 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Contemplare lo “spettacolo” della croce non è facile. Perché la croce da sempre ci fa evocare tristezza, morte, dolore. Può un Dio morire in croce, come uno schiavo, come un sovversivo? Era veramente difficile da credere e da accettare per i discepoli e per tutti. La rivoluzione di Dio con la croce raggiunge l’apoteosi. Un Dio venuto per servire e non per essere servito. Un Dio che non umilia ma che si lascia umiliare. Un Dio che non esclude nessuno dal suo amore, ma che si identifica con tutti gli esclusi della terra. Un Dio che piange per il dolore della morte di un amico, Lazzaro, e che non fa piangere nessuno di dolore. Un Dio che su quella croce, non chiede vendetta ma è capace ancora una volta di amare. Una rivoluzione d’amore, difficile da capire per i discepoli che aspettavano l’insurrezione contro Roma da un momento all’altro. E che hanno visto crollare il mito del Dio violento e castigatore. Solo con la Risurrezione capiranno. Solo allora, ricorderanno tutto quello che hanno visto, sentito e vissuto in quei tre anni, con occhi nuovi, grazie al dono dello Spirito Santo.

Gesù muore in croce. Però, perché Gesù finì su quella croce? La croce era la più terribile delle condanne a morte decretate dall’Impero Romano, per via degli atroci dolori che causava; era riservata ai sovversivi, ai ribelli, a coloro che per qualsiasi ragione, minavano la “Pax Romana”, e l’integrità dell’Impero. Quella croce è stata la conseguenza diretta delle azioni della sua vita. Ci dice San Luca negli Atti degli Apostoli, che Gesù «passò facendo del bene perché Dio era con lui» (At, 10, 38); tutta la sua vita è stata un passare facendo il bene, ridonando vita e dignità a tutti coloro i quali la società e la religione del tempo legata al tempio, l’avevano tolta. Quella croce è la conseguenza diretta della sua opzione preferenziale per i poveri, opzione non esclusiva e non escludente, visto che Gesù parlava a tutti e si dirigeva verso tutti, ma che indica come i primi destinatari della Buona Notizia sono coloro che sono nel pianto, nel dolore, nella sofferenza, nella tristezza, coloro che umiliati, sono stati messi al margine dalla società e dalla religione e che nonostante tutto hanno piena fiducia in Dio. Ma su quella croce, Gesù con il suo sangue ci dona la pace (Col 1, 20), abbattendo per sempre il muro dell’odio (Ef 2, 14) che divide e separa, perché Lui è la vera Pace, che unisce a tutti.

Oggi in quella croce, Cristo viene ancora crocifisso, negli «immigrati, le vittime della violenza, i profughi e i rifugiati, le vittime della tratta e di sequestri, le persone scomparse, malati di HIV e di malattie endemiche, tossicodipendenti, persone anziane, bambini e bambine vittime della prostituzione, della pornografia e della violenza o del lavoro minorile, donne maltrattate, vittime dell’esclusione e della tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale, persone diversamente abili, grandi gruppi di disoccupati/e, gli esclusi per analfabetismo tecnologico, le persone che vivono per strada nelle grandi metropoli, le popolazioni indigene e afroamericane, i contadini senza terra e i minatori» (DA 402). E nel 2022, viene crocifisso anche dalla Chiesa ogni volta che rimaniamo in silenzio davanti tutte queste cose, un silenzio complice e benedicente, che ci allontana terribilmente dalla croce, fonte di salvezza e di grazia.

Del racconto della passione che ci viene presentato oggi nel Vangelo da San Giovanni vorrei sottolineare due cose.
– La prima: la stessa gente che qualche giorno prima acclamava festante Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme ora grida a gran voce che sia crocifisso. Non facciamo forse anche noi così con Gesù? Appena ci chiede di cambiare, di essere persone migliori, persone rinnovate e rinnovatrici, persone che sappiamo uscire dalla propria zona di confort per andare incontro agli altri….non lo vogliamo più questo Gesù, non lo acclamiamo più festanti ma ci uniamo al coro che lo vuole morto.

– La seconda: ai piedi della croce, non ci sono i discepoli, perché per paura di finire anche loro in croce, sono scappati. Ma c’è Maria, la madre di Gesù, e il discepolo amato, al quale Gesù, affida sua madre. Chi è presente ai piedi della croce, nonostante tutto e tutti, è davvero un discepolo. E Maria, oltre ad essere la madre di Gesù, dimostra di essere la vera discepola. Quanto abbiamo ancora da imparare da Maria, la “discepola perfetta”.

 

Sabato Santo, 16 aprile 2022

Oggi, 16 aprile 2022, Sabato Santo, contempliamo in silenzio Gesù morto in croce, quella croce che San Paolo definisce «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23) ma per noi cristiani quella croce è fonte di salvezza. Per quello che stiamo vivendo con questi oltre due anni di pandemia, con le tante guerre “dimenticate” e con quella in Ucraina, ma anche per i tanti drammi dell’umanità, sembra un eterno e infinito Venerdì Santo. Ma oggi, la morte non è l’ultima parola. Non è mai l’ultima parola. Perché se moriamo è per risorgere a vita nuova. Mi vengono in mente oggi le parole del grande e indimenticato Fabrizio de André, che nella canzone “Il testamento di Tito”, mette in bocca ad uno dei due ladroni crocifissi insieme a Gesù, queste parole :«Ma adesso che viene la sera, ed il buio mi toglie il dolore dagli occhi, e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore».

Sostiamo allora e restiamo in silenzio davanti alla croce in compagnia di Maria e delle altre donne presenti in quella drammatica scena. Abbiamo visto ieri come Giovanni ci presenti Maria ai piedi della croce. La presenza ai piedi della Croce, di Maria, madre e discepola di Gesù, ci ricorda questa doppia funzione di Maria. La madre che accompagna il proprio figlio fino alla fine, come una vera discepola. Il Vangelo ci dice solo che lei stava presso la croce. Non ci parla di lacrime, o di altro. Maria c’è, Maria è presente, e la sola presenza basta. Una mamma dal resto non abbandona il proprio figlio, specie nel momento del dolore. Il Vangelo non ci parla di lacrime ma ce le possiamo immaginare: quale madre nel vedere il proprio figlio morire e morire in quella maniera, non piangerebbe? Quale madre nel vedere l’agonia del proprio figlio, non si sente squarciare il cuore e l’anima? La sua presenza sotto la croce ricorda la presenza di tutte le madri ai piedi delle croci dei loro figli: la sua impotenza ricorda l’impotenza della madri che vedono i loro figli spegnersi lentamente per il flagello della droga, dell’alcool e di altri vizi; delle mamme che vedono i corpi dei loro figli trivellati di colpi, “spazzati via” dalle faide dei clan mafiosi; delle mamme che piangono in silenzio le morti dei loro figli suicidi, vittime forse di una società incapace di sentire il grido disperato delle vittime del bullismo, dell’omofobia, del razzismo; delle mamme di tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle “migranti”, che trovano il capolinea dei loro sogni di vita nelle acque gelide dell’indifferenza del “Mare Nostrum”, o in tutti i muri che i governanti di turno costruiscono arrogandosi il diritto di dividere fratello da fratello; dalle mamme che piangono in silenzio i corpi dei loro figli, fratelli e mariti uccisi dalla follia della guerra, in Yemen, in Etiopia, in Siria, in Ucraina, in Congo, ovunque si combatta. È in fondo il peccato maggiore dell’uomo, di ogni tempo storico, smettere di essere come Dio ci ha creato: umani. E il non essere umani in questi giorni sembra essere all’ordine del giorno, ricordando ciò che scrisse l’artista spagnolo Francisco Goya (1746-1828) in uno dei suoi quadri: il sonno della ragione produce mostri. Ma il sogno di Dio è sempre lo stesso, non cambia: che i suoi figli e figlie possano vivere e non sopravvivere, possano “restare umani” come diceva il martire per la pace e la giustizia Vittorio Arrigoni (1975-2011); possano vivere in pienezza la loro vita.

Voglio chiudere queste riflessioni di oggi con una domanda provocatoria. Quante persone abbiamo crocifisso noi, con le nostre parole, con i nostri gesti, le nostre azioni, le nostre omissioni? Contempliamo allora in silenzio oggi la morte di Gesù e le morti di tutti i crocifissi della storia.

 

Domenica di Pasqua di Risurrezione, 17 aprile 2022

«Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita. Lui vive e ti vuole vivo!» (CV 1), con queste parole del magistero di papa Francesco, vorrei aprire le mie riflessioni pasquali di quest’anno. In mezzo a tante fake news, questa è la notizia delle notizie, questa è la migliore notizia che possiamo trasmettere, annunciare, fare diventare virale e che sappiamo essere vera: Gesù è risorto dai morti!

Oggi, come credenti, celebriamo il trionfo della vita! Il sepolcro è vuoto…non sono stati uomini o donne ad aprirlo, né i soldati romani né ben che meno i sommi sacerdoti o i farisei. Il sepolcro è vuoto perché una cosa straordinaria è accaduta: la morte è stata sconfitta. Per sempre. É risorto, come aveva promesso ai suoi. É risorto e questa è la notizia delle notizie! Con la risurrezione comprendiamo che la morte non è più l’ultima parola perché l’ultima parola è sempre parola di speranza, di amore, di vita. Perché il nostro Dio è il Dio della Vita! Senza la Risurrezione dal resto, ce lo ricorda San Paolo, vana sarebbe la nostra fede (1 Cor 15,17). E alla risurrezione, siamo chiamati anche tutti noi. Questo trionfo della vita lo celebreremo in maniera piena quando questa pandemia e la follia della guerra in Ucraina, in Yemen, in Siria, in Liba, in Afghanistan, in Sudan, in Congo, in Etiopia e in ogni parte del mondo saranno finite.

San Luca nel libro degli Atti degli Apostoli, ci aiuta ad entrare nel grande mistero che celebriamo, comprendendo sempre di più chi era Gesù: era colui che, unto da Dio con la potenza dello Spirito Santo, «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui». Questa è la testimonianza di Pietro che la liturgia propone come prima lettura in questa solennità della Domenica di Pasqua.

E noi, come cristiani, come discepoli missionari di Gesù, stiamo continuando la sua opera? Stiamo facendo del bene? Si ricorderanno di noi per il bene che abbiamo fatto nel nome di Gesù? Siamo stati tutti unti da Dio con la potenza dello Spirito Santo attraverso il sacramento del battesimo: stiamo vivendo secondo questa unzione profetica, sacerdotale e reale? Stiamo vivendo davvero il nostro battesimo?

Pietro continua a rendere testimonianza a Gesù, nella prima lettura, ed è bello che dica: «noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme». La sua testimonianza ha autorità perché lui era lì. È un testimone qualificato. Ed è in quest’occasione che Pietro ci dice che Dio ha risuscitato Gesù dai morti. Non basta quindi essere testimoni. Non basta aver visto o sentito. Non basta aver creduto. Ma bisogna andare oltre: quello che si è visto o udito deve essere annunciato, testimoniato, proclamato, trasmesso, con coraggio, passione ed entusiasmo.

E noi, come primi discepoli di Gesù, siamo chiamati ad essere testimoni della Risurrezione, che in concreto significa, nelle parole del domenicano peruviano e teologo della liberazione, Gustavo Gutiérrez, «optare per la vita, per tutte le espressioni della vita, perché nulla sfugge alla globalità del Regno di Dio. Essere cristiano è essere testimoni della resurrezione, proclamare il Regno della vita».

Per comprendere meglio il Vangelo di questa grande solennità, vi invito ad entrare con la mente ed il cuore, nel luogo del sepolcro dove giace il corpo di Gesù.

Arriva Maria Maddalena. È molto presto, Maria si è alzata di buon mattino. Lungo la strada potrebbe aver ricordato la sua liberazione, quando Gesù “incrociò” la sua vita e la liberò da sette demoni che “appestavano” la sua vita rendendola impura agli occhi della Legge e della gente. Avrà ricordato lo sguardo di Gesù, uno sguardo così dolce e tenero che è impossibile dimenticarlo. Avrà ricordato la nuova vita che stava vivendo, finalmente libera, e ora discepola di Gesù.

Al sepolcro incontra una sorpresa: la tomba è aperta. E comincia a correre chiamando Pietro e il discepolo che Gesù amava tanto, annunciando la sua verità: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro e l’altro discepolo, che la tradizione ha identificato con Giovanni, corrono al sepolcro…ma quest’ultimo arrivò prima al sepolcro: «si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò». Poi finalmente arriva anche Pietro, il quale entra. Guarda le bende sul pavimento e il sudario in un posto separato. Entra ora anche l’altro discepolo, il quale «vide e credette». Crede nella Risurrezione. Crede che il Crocifisso è il Risorto, o in altre parole… che il Risorto è colui che avevano Crocifisso. Immagino i loro cuori pieni di gioia: il Signore Gesù è vivo.

E noi… ci crediamo? E se non ci crediamo, a che cosa crediamo?

Siamo risorti con Cristo, Paolo ce lo dirà nella seconda lettura scrivendo ai Colossesi…e se siamo risorti con Cristo, dobbiamo vivere come risorti, per far risorgere con Cristo tutti coloro che hanno più bisogno di Lui. Paolo ci dice anche che dobbiamo «cercare le cose di lassù, dove è Cristo», aspirare ai beni del cielo e non a quelli della terra, perché siamo risorti con Cristo e quindi dobbiamo cercare le cose del cielo. Non dobbiamo vivere quindi attaccati alle cose materiali, alle ideologie, all’affannosa ricerca del potere e del prestigio, ma vivere i valori che Gesù ci ha lasciato: rispetto, solidarietà, cura e tenerezza, compassione, perdono, amore, empatia, solidarietà, servizio. Valori che in questo tempo di pandemia e guerra servono tantissimo!

Che questa Pasqua ci aiuti ad essere discepoli missionari fecondi, testimoni di speranza, portatori di pace, instancabili costruttori di ponti e “distruttori” di muri!

Dio, Padre Onnipotente nell’Amore e nella Misericordia, Figlio Salvatore e Liberatore di tutte le catene umane, Spirito di Vita, Fuoco di Amore e di Verità, ci guidi, ci preceda e ci accompagni nel meraviglioso viaggio che è la vita, e soprattutto nel passaggio dall’oscurità alla luce, dall’idolatria alla fede nel Risorto, dall’io al noi, dall’essere solitari all’essere solidali, dallo spirito di competizione allo spirito di compassione, dalla globalizzazione dell’indifferenza a quella della tenerezza, dalla morte alla vita!

 

Buona Pasqua di Liberazione e Risurrezione!

Con la missione nel cuore
Padre Alessio Geraci