Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

 

TRIDUO PASQUALE 2022 e PASQUA 22: 14-16 e 17 aprile 2022.

La Settimana Santa è iniziata con la Domenica delle Palme, che i Padri della Chiesa (= Santi Pastori e Dottori) chiamavano, al modo ebraico, la Settimana delle Settimane, e cioè la Settimana più importante, il cui punto centrale si celebra nella Veglia del Sabato Santo, che sant’Agostino (354-430) chiamava: “La Madre di tutte le Sante Veglie”.

In questi giorni dunque riviviamo i giorni della Passione, della Morte e della Risurrezione del Signore Gesù.

I giorni del Triduo Pasquale (= Giovedì Santo, Venerdì Santo, Sabato Santo) sono considerati dalla Liturgia della Chiesa come un unico giorno. Ha scritto giustamente Paolo VI, quando il 14 febbraio 1969, ha promulgato le norme generali riguardanti l’ordinamento dell’Anno Liturgico: “La celebrazione del Mistero Pasquale, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, costituisce il momento privilegiato del culto cristiano nel suo sviluppo quotidiano, settimanale e annuale”.

Durante la Domenica delle Palme siamo stati invitati ad accogliere il vero Messia, quello che cavalca un puledro d’asina (montura da lavoro, utilizzata dai poveri) e non un cavallo, sul quale avanzavano in trionfo i potenti della Terra. Noi accogliamo un Messia umile, un Messia di Pace. Non accogliamo il figlio di Davide, ma il Figlio di Dio.

Nella Liturgia del Giovedì Santo c’è il lavaggio dei piedi (Giovanni 13, 1-15). Lo ha fatto Gesù agli Apostoli per insegnarci che Lui non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per tutti. Si celebra anche la “Missa in Coena Domini” (= la Messa che ricorda l’Ultima Cena). Essa ricorda la Cena pasquale di Gesù, nella quale si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio. Questa Cena dà inizio al Giorno della Passione, nel quale ricordiamo il mistero della Morte di Gesù, Uomo-Dio, che celebreremo il Venerdì Santo. Il Figlio di Dio, accettando di diventare uomo nel seno della Vergine Maria, ha sperimentato, con la morte, l’annientamento della condizione umana, di cui ha parlato anche l’apostolo Paolo (Filippesi 2, 5-8). Dopo l’adorazione della Croce, leggiamo anche il Passio secondo il Vangelo di Giovanni. Secondo questo Vangelo, tutto avviene in un giardino, dal Getsémani al giardino del sepolcro. Il riferimento è sempre al giardino dell’Eden, dove Dio ha posto Adam, creandolo (Genesi 2, 8-15). Gesù è il nuovo Adam, fedele questa volta, e obbediente fino alla Croce. La Croce, “scandalo” per i Giudei e stoltezza per la saggezza umana (1 Corinzi 1, 23), è invece la prova suprema dell’amore di Dio. Da legno di supplizio si trasforma in trono di gloria. Dall’albero dell’Eden ci è giunta la morte con Adam. Dall’albero della Croce ci viene la salvezza, grazie al riscatto ottenuto per l’umanità intera, che Gesù presentò al Padre con la sua obbedienza.

Ai piedi della Croce c’era la Madre di Gesù con l’Apostolo Giovanni: madre e figlio rappresentano l’umanità. Nel Paradiso terrestre, Adam, dopo il peccato di disobbedienza, accusa la donna (Genesi 3, 12). Ai piedi della Croce, la Madre e il Figlio (Giovanni sta al posto di noi tutti), davanti al Figlio (=Gesù), riscattano la colpa della prima coppia e danno inizio a un’umanità nuova. L‘umanità nuova è possibile, perché lo Spirito, donato da Gesù dall’alto della Croce, al momento della sua morte (Giovanni 19, 30), dona la capacità di eliminare l’odio e l’esclusione, per vivere di amore e di accoglienza. Dal costato di Cristo inoltre, ferito da una lancia, emerge l’Alleanza Nuova, la Pasqua , la Pentecoste, la Chiesa (generata dal Battesimo e dall’Eucaristia).

Passiamo ora alla Liturgia del Sabato Santo. Grazie alla Veglia Pasquale, diventiamo contemporanei di Dio, che con il miracolo dell’Esodo (quello di Israele, liberato dalla schiavitù d’Egitto, e quello di Gesù che esce dalla tomba con la sua Risurrezione), abolisce ogni schiavitù, quella del peccato e anche quella della morte.

I simboli utilizzati nella Liturgia della Veglia Pasquale ce lo fanno capire. Il fuoco: simbolo di distruzione e di purificazione. Il Cero Pasquale richiama la colonna di fuoco dell’Esodo (Esodo 13, 21) ed è simbolo del Cristo Risorto e sempre vivo in mezzo a noi. L’acqua è simbolo della creazione e di ogni vita. L’ascolto della Parola (Deuteronomio 6, 4) ci fa capire che è dalla Parola di Dio che tutto proviene, perché la Parola di Dio diventa sempre fatto, cioè realizza ciò che significa.

E allora l’Eucaristia è per noi il culmine e il vertice della Veglia Pasquale. Riviviamo infatti la Passione, la Morte, la Risurrezione di Gesù, diventando suoi contemporanei fino alla fine del Mondo (Matteo 28, 20).

Gesù Risorto però scompare, perché è Dio. Non cammina più fisicamente per le strade della Palestina, come al tempo della sua vita apostolica. I discepoli di Emmaus (Luca 24, 13-35) non Lo riconoscono, anche se il loro cuore ardeva. Gli Apostoli erano increduli alla sua vista (Giovanni 20, 24-29). Tommaso, per esempio, non credette. Sarebbe stata una notizia troppo bella. Era Didimo, cioè “Gemello”. Gemello di ciascuno di noi. Siamo noi il fratello gemello di Tommaso, perché siamo increduli come lui. Ma alla fine, vedendo Gesù con i segni della Passione, esclamiamo: “Mio Signore e mio Dio!” (Giovanni 20, 28). Gesù risorto scompare, perché è Dio. Il Dio cristiano è presente, ma è anche assente. Cioè non possiamo impossessarcene. Possiamo solo intravvederlo con i segni: i teli nella tomba (Giovanni 20, 1-9), le parole che troviamo nei quattro Vangeli, i gesti che Gesù ha compiuto, la speranza che il Cristo ha lasciato, specialmente per i poveri, chiamati “Beati”. Oggi possiamo vedere Gesù nei simboli del Pane e del Vino eucaristici, nella sua Parola proclamata durante la Messa; lo possiamo vedere concretamente nella fraternità e nella condivisione, nella parola che risuona nella coscienza personale, nell’assemblea (= Messa) che celebra il Cristo Risorto.

Domenica di Pasqua è la festa più importante dell’anno, ed è la festa che riprendiamo nella cadenza settimanale con la Domenica (= Pasqua della settimana). I Cristiani dell’Oriente, chiamati Ortodossi, nel giorno di Pasqua si salutano in greco così: “Christòs anesti! Alithès anesti! Alleluia!” (= Il Cristo è risorto. E’ davvero risorto! Alleluia!”.

Il Cristo Risorto rende possibile la fratellanza universale, perché ora siamo tutti realmente figli e figlie di Dio. Appunto perché il peccato e la morte sono sconfitti. E quindi ora la pace è realizzabile, nonostante le 27 guerre (specie quella in Ucraina) che la cattiveria umana sta realizzando.

Gridiamo allora, tutti insieme, il vero saluto cristiano: “Chistòs anesti! Alleluia!”.

San Daniele Comboni (1831-1881) desiderava ardentemente che questo saluto venisse proclamato in tutta l’Africa Centrale, perché i popoli che vi abitavano vivevano ancora nelle tenebre dell’ignoranza e della schiavitù. Così scriveva alla Società di Colonia (istituzione della Germania che lo aiutava nella realizzazione delle strutture caritative del suo Vicariato), il 6 giugno 1871: “La razza nera possiede lo stesso diritto della razza bianca… E io volli provarlo a tutti con la proposta del Vangelo. Tutti gli uomini cioè, bianchi e neri, secondo lo spirito sublime del Vangelo, sono uguali dinanzi a Dio e hanno tutti il diritto di acquisire le benedizioni della fede e della civiltà cristiana!”.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda