Padre Vincenzo Percassi

 

“Ogni mattino mi apri l’orecchio ed io ascolto” prega il servo di Jaweh nel profeta Isaia. È così che Gesù ha appreso l’obbedienza fiduciosa al Padre suo. Ogni mattino ricominciava a mettersi in ascolto; ogni mattino si disponeva a vivere ogni dettaglio della sua giornata non per sé stesso ma per amare e servire “per dare allo sfiduciato una parola”. Ascoltare in fondo significa rendersi disponibili ad aiutare, dare spazio all’altro. In un certo senso significa dare precedenza all’altro. È così quindi che Gesù è cresciuto giorno per giorno nell’amore. Ed è questa disciplina quotidiana, quasi insignificante all’apparenza, che lo ha reso capace, di restare aperto e fiducioso anche dinanzi alle circostanze drammatiche della passione: “ho presentato il dorso ai flagellatori e la guancia a coloro che mi strappavano la barba”, continua lo stesso servo di Jaweh. Gesù, dunque, non si è tirato indietro o ribellato neanche di fronte a quelle circostanze della vita che lo “umiliavano” e che pertanto sembravano portarlo nella direzione esattamente contraria a quella che uno considererebbe la volontà di un Padre buono. Gesù sapeva bene che la volontà del Padre era di glorificarlo. Eppure, anche dinanzi all’umiliazione più ingiusta non perde la fiducia sapendo – conclude il servo di Jaweh – di “non restare deluso”. Da li ricaviamo una lezione fondamentale per la nostra vita: che cioè non sono le singole circostanze che definiscono il nostro destino e quindi la volontà finale del Padre per noi. Qualunque sia la nostra situazione di vita ciò che il Padre vuole per noi è la nostra glorificazione, non in risposta ai nostri meriti o ai nostri sforzi, ma in risposta alla nostra fiducia che è tanto più preziosa quanto più disperanti possono sembrare le circostanze esterne. È significativo notare come Gesù nel Vangelo sembra avere un controllo perfetto delle minime circostanze storiche: manda con precisione i discepoli a prelevare un asinello e si comporta come se ne fosse il padrone. Ai discepoli dice di rispondere a chiunque obiettasse che il “suo” signore ne ha bisogno. Ai farisei che rimproveravano i discepoli perché glorificavano apertamente Gesù, questi risponde che se essi tacessero anche le pietre griderebbero, quasi a dire che la volontà di Dio si afferma nella storia anche senza la collaborazione degli uomini, che nessuna volontà umana contraria può prevalere su di essa e che alla fine essa risplenderà gloriosa anche a partire dalle realtà più trascurate, più umili ed insignificanti come possono essere delle pietre sul sentiero. Perché allora anche noi come Gesù entriamo nella Settimana Santa esultanti, gioiosi, quasi cantando? Perché la certezza di una vittoria finale può farci affrontare ogni battaglia nella vita – come quella affrontata da Gesù nella sua passione – senza essere bloccati dalla paura, senza essere accecati dalla rivolta o dalla disperazione, senza essere manipolati dalla nostra naturale tendenza a tradire, a cercare scappatoie e compromessi, a cedere al peccato che si fa complice dell’ingiustizia pur di evitare qualche piccola sofferenza. Gesù lascia andare il privilegio di essere uguale a Dio – dice San Paolo – laddove noi pensiamo che per sopravvivere devi afferrarti a qualunque cosa. Egli si svuota di sé laddove noi pensiamo che per sopravvivere bisogna riempirsi. Egli si umilia laddove noi pensiamo che per sopravvivere bisogna affermarsi. Egli si sottomette laddove noi pensiamo che per sopravvivere occorre dominare gli altri e controllare la vita. Perché temiamo di “essere delusi” dalla volontà di Dio. Gesù, invece, non teme. Egli sa che non deve sopravvivere perché ha già vinto la morte quando accetta liberamente e quasi lietamente si sottomettersi alla sofferenza. Gesù morendo inaugura una vita nuova che non deve sopravvivere a nulla perché è più forte della morte. Per questo egli è stato glorificato a partire dalla morte di croce: perché anche noi smettiamo di voler sopravvivere e cominciamo a vivere con pienezza senza paura di amare fino al sacrificio. Davanti al Cristo prima crocifisso e poi glorificato – dice Paolo – ogni ginocchio si piega. Non per vergogna, per paura, per obbligo e nemmeno – cosa insolita per la natura umana – per interesse. Ogni ginocchio si piega per la commozione di dover finalmente riconoscere non tanto ciò che noi gli abbiamo fatto ma ciò che Lui ha fatto per noi. È una commozione che conduce alla contrizione ed all’umiltà che ama, alla gratitudine ed alla mitezza. E questo ci restituisce finalmente la gloria per la quale siamo stati creati. La gloria di somigliare a Cristo e di amare come Dio ama.