Padre Alessio Geraci

A partire dal cuore ……

Questa domenica 10 aprile 2022, Domenica delle Palme, ricordando il gesto del popolo di Gerusalemme che accolse Gesù con rami tagliati nel campo, cominciamo la Settimana Santa. Il contesto di questa celebrazione è la festa ebraica delle Capanne, che ricorda quando il popolo d’Israele passava attraverso il deserto e viveva in capanne fatte con rami tagliati dal campo. I rami d’ulivo che questa domenica si usano nella liturgia ci ricordano questa festa ebraica, ma anche la gioia con cui Gesù è stato accolto a Gerusalemme, e deve essere accolto nella nostra vita. Permettetemi però una precisazione che ritengo molto importante: il ramoscello d’olivo che questa domenica viene benedetto e che portiamo nelle nostre case, non deve essere visto come se fosse un oggetto “magico” per cui se le nostre palme sono state benedette siamo al sicuro da qualsiasi pericolo. Non rappresenta quindi una protezione contro le avversità. Non è un ricordo della celebrazione, che portiamo a casa, ma un simbolo che ci ricorda che anche noi abbiamo accolto con gioia Gesù nella nostra vita, proprio come la gente di Gerusalemme in quel momento.

Ed è una Settimana Santa strana questa, con la pandemia che non accenna a terminare e con i venti di guerra che spirano sempre più forti, lasciando inascoltati gli appelli disperati per la pace. Ma continuiamo ad avere la profonda certezza nel cuore che non siamo soli, che Gesù, nostro fratello, amico e Signore ci accompagna.

Cominciamo questa Settimana Santa con il ricordo dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, facendo memoria dell’accoglienza gioiosa e festante dalla gente: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Gesù entra nella città santa, no su di un cavallo, come un condottiero, un generale dell’esercito, un guerriero, un conquistatore, un re glorioso. Ma su di un puledro, realizzando la profezia del profeta Zaccaria e rivelando che la gloria di Dio si manifesta nella semplicità, nell’umiltà, nella mansuetudine. Infatti, Gesù entra come un povero, come un contadino qualsiasi, come il vero Messia, che non è venuto ad essere servito ma a servire.

In questa Domenica delle Palme, le letture che ci presenta la liturgia, ci mostrano in maniera chiara e precisa, l’umanità di Gesù. Gesù, infatti, ha sperimentato tutto quello che noi sperimentiamo, meno il peccato ovviamente e realmente la sua umanità fa sì che Lui ci possa davvero capire. Anzi, io mi spingerei un po’ più in là, dicendo che solo Lui può capirci davvero: è stato tentato, tradito, umiliato, condannato ingiustamente, rinnegato dal suo migliore amico, abbandonato dai suoi discepoli. Ha sperimentato la paura di morire. Sa ed è per questo che può capirci, cosa significa soffrire. Per questo il nostro dolore per quello che stiamo vivendo adesso in questo tempo di pandemia e guerra, non lo lascia indifferente e insensibile.

La passione di Gesù che ci racconta l’evangelista Luca e che la liturgia ci propone, ci mostra tutta la drammaticità dei misteri della passione e morte di Gesù. Si, sono misteri e quindi occorre avvicinarci ad essi con profondo rispetto, evitando di pensare che tanto già sappiamo tutto su questi misteri. Il consiglio è quello di leggere e rileggere durante l’inizio della Settimana Santa il testo lucano della Passione, e meditarlo nella nostra preghiera personale.

Possiamo e dobbiamo rallegrarci per le parole che Paolo dirige ai Filippesi, e che la liturgia ci presenta questa domenica come seconda lettura. Infatti, sono parole che ci fanno vedere come Gesù, pur essendo Dio, ha condiviso la sua umanità con noi, vivendo come uno di tanti, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

La croce già…la croce ci mostra appunto l’apparente sconfitta, l’apparente fallimento. È uno strumento di morte esemplare, che i romani utilizzavano per giustiziare i sovversivi, tutti coloro che in una maniera o in un’altra minavano le fondamenta dell’Impero Romano, e la “pax romana”.

Gesù, lo vediamo nel Vangelo di oggi, muore fuori Gerusalemme, come un criminale qualsiasi, come un malfattore, anzi…muore proprio in compagnia di due malfattori. Muore spogliato delle sue vesti, come un povero qualsiasi, in piena e totale solidarietà con tutti gli impoveriti del suo tempo e di tutti i tempi storici.

L’antifona del salmo di questa domenica, che anche Gesù come gli altri suoi conterranei prima della morte, ha pregato, potrebbe sembrarci parlare della lontananza di Dio, di un Dio che sembra quasi sordo al lamento del giusto, condannato a morte: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato». Ma in realtà la lontananza di Dio è solo apparente perché sappiamo che Dio, come ci ricorda Paolo nella seconda lettura, «lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome». E quest’antifona, in questi giorni così drammatici per la pandemia, per la follia della guerra e le sue conseguenze, molte persone possono averla pronunciata, così come le persone che stanno soffrendo nel mondo a causa della miseria e di tante ingiustizie subite. Anche in questi casi la lontananza di Dio è solo apparente. Sul monte degli Ulivi Gesù chiede in preghiera al Padre di allontanare da lui il calice amaro della morte. Ancora una volta possiamo vedere la profonda umanità di Gesù, che come ogni essere vivente, non vuole e non desidera la morte ma per il proprio istinto di autoconservazione, vuole evitarla. Ma, ed è bello sottolinearlo perché è un grande esempio per tutti noi oggi, a questa preghiera segue la più bella manifestazione di fiducia in Dio. Gesù, infatti, termina questo “drammatico” momento di preghiera dicendo «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Abbandonandosi totalmente nelle mani del Padre, ci insegna a fare la stessa cosa, ad avere la stessa fiducia intima nel Padre, sapendo che la sua volontà è che viviamo e che viviamo in pienezza.

A chi gli chiede un ultimo segno, come se già la sua vita non fosse stata tutta un segno dell’amore di Dio con tutta l’umanità, Gesù non cade, non cede davanti alla tentazione che abbiamo visto iniziando la Quaresima, la tentazione del sensazionalismo, del miracolo a tutti i costi per credere gli increduli. Sulla croce, chiedono a Gesù che scenda dalla croce, di salvarsi, come condizione per credere in Lui. Ma Gesù non scende dalla croce, non salva la sua via con un miracolo…lo poteva fare, eh….ma non lo fa. Passa attraverso la croce per arrivare alla Risurrezione, nella stessa maniera che l’arcobaleno ha bisogno di aspettare la pioggia e condizioni climatiche avverse, per lasciarci a bocca aperta contemplando la sua meraviglia! La croce manifesta quindi la solidarietà con tutti i crocifissi della storia, solidarietà piena e totale con tutti i “signor nessuno”, con coloro che per la società non contano niente, con tutte le vittime della “cultura dello scarto”.

Gesù muore in croce, abbandonato dai suoi discepoli…i suoi amici, infatti, per paura di fare la stessa fine di Gesù, scappano.

Accompagnare Gesù nella dolorosa via del Calvario significa per noi oggi unirci alla passione e alla morte di tutti i martiri innocenti e anonimi di ieri, di oggi e di domani, specialmente di tutte le vittime della pandemia, della follia delle guerre, delle folli decisioni dei governanti di turno. Ma è proprio lì, sulla croce, dove possiamo riconoscere Gesù, come fa il centurione romano, che vedendo Gesù morire in quel modo, senza pronunciare parole di vendetta, con quello sguardo pieno d’amore, capace di superare gli errori e le ingiustizie, lo riconosce: «Veramente quest’uomo era giusto».

Nella prima lettura, il profeta Isaia ci parla del terzo canto del servo di Yahweh, che la tradizione cristiana identificherà in seguito con Gesù di Nazaret. A questo servo, nel quale tutti noi oggi possiamo riconoscerci, il suo Signore gli ha dato la lingua di un discepolo. Il motivo è lo stesso Isaia che ce lo spiega: per saper «indirizzare una parola allo sfiduciato». Perciò, noi che ci vantiamo di seguire Gesù, di essere suoi discepoli, oggi dobbiamo chiederci, che uso facciamo di questa lingua di discepolo che il Signore ci ha dato. La usiamo per confortare, per consolare, per benedire, per dare vita? O forse, la usiamo per spaventare, minacciare castighi, maledire, uccidere? È molto importante sottolinearlo: il Signore non ci ha dato la lingua di un discepolo per raccontare pettegolezzi, o per spaventare il “popolo santo e fedele di Dio” con imminenti punizioni divine se non seguiamo la via di Dio, o per giudicare o condannare. Ma per saper dire una parola di incoraggiamento, di speranza, di conforto agli abbattuti. E in questo tempo di pandemia e di guerra, un tempo di grande incertezza e politica e sociale… vediamo sempre più quanto sia importante usare bene la nostra lingua, dire parole che incoraggino, che infondano speranza, che ci aiutino a vivere meglio, e a sentirci fratelli e sorelle tutti. Questa Settimana Santa, che è appena iniziata, è l’occasione propizia per usare la nostra lingua per proclamare, con la nostra vita, le meraviglie che il Dio della Vita ha fatto e continua a fare per noi e attraverso di noi, ancor più in questo tempo di pandemia e di guerra. Isaia riferisce che oltre alla lingua da discepolo, il Signore rende attento l’orecchio del servo ogni mattina, in modo che possa ascoltare come i discepoli. Oggi possiamo chiederci: che cosa ascoltiamo? Cosa ci piace sentire? I pettegolezzi? Le parolacce? La musica i cui testi sono pieni di volgarità e riferimenti espliciti a tradimenti coniugali e dissolutezza sfrenata? Ci piace ascoltare la Parola di Dio, per poterla mettere in pratica? Ascoltiamo la parola di Dio e ascoltiamo il clamore del popolo, in particolare degli impoveriti? Ascoltiamo il grido di tutti gli oppressi, il pianto di tutti gli afflitti? Ascoltiamo il grido della nostra madre e sorella Terra?

Essere discepoli di Gesù potrebbe portare all’incomprensione nelle nostre relazioni interpersonali ma la lettura di Isaia si conclude con questa meravigliosa dimostrazione di speranza del servo, a cui tutti noi oggi siamo chiamati: «Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso». Ciò che Isaia ci mostra è la risposta non violenta, all’ingiustizia, all’oppressione, agli insulti e alle calunnie, alla violenza.

Buona Domenica delle Palme!

Con la missione nel cuore
Padre Alessio Geraci