Padre Luigi Consonni

Commento alle letture: DOMENICA DELLE PALME. -C-
(10/04/2022)

 

Prima lettura (Is 50,4-7)
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

Il brano è tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo”; essi tracciano il profilo e l’azione di un personaggio (alcuni esegeti ritengono, in modo fondato, che si tratti di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele all’Alleanza) chiamato e unto dallo Spirito per la missione. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli e gli apostoli identificheranno il misterioso personaggio con Gesù.
La missione, attività profetica in nome di Dio, consiste nell’insegnare e indicare il cammino corretto del rapporto con sé stesso, con le altre persone, con la società e il creato, nel declinare la volontà di Dio riguardo all’avvento del suo Regno oggi, nel presente, nel contesto sociale e nelle circostanze della vita personale e comunitaria.
Tale avvento è anticipo e caparra della realtà ultima e definitiva del fine tempo; realtà rapportabile alla presenza e alla qualità del rapporto fra Gesù e l’interlocutore; dinamica per la quale emergerà la portata sorprendente dell’affermazione di Paolo: “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).
A tal fine Gesù, per la sua condizione umana di Servo, dovrà “apprendere” (quale discepolo) al fine di instaurare un rapporto specifico per il quale “sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”, ossia a chi ha perso speranza e fiducia nella redenzione dalle sofferenze e dall’umiliazione.
Gesù apprende il cammino e il modo di procedere in sintonia con la volontà del Padre, che “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. Imparare è proprio del discepolo. Ma l’istruzione sarà sconvolgente: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Sarà un cammino drammatico per le resistenze e le opposizioni che incontrerà.
Il Servo descrive il cammino di sofferenze e umiliazioni: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Il disprezzo del popolo, la portata, la radicalità del rigetto verso il “Servo” è ritenuto manifestazione dell’abbandono di Dio, per aver osato di attribuirsi la pretesa messianica. Una blasfemia imperdonabile, meritevole della loro azione.
La liberazione – la nuova vita – del destinatario, che sintonizza e accoglie l’azione del “Servo”, qualifica la duplice conversione, personale e sociale, nel coinvolgersi nella nuova filosofia di vita, nella rinnovata organizzazione sociale nel diritto e nella giustizia, nei termini dell’Alleanza. Essa conforma l’autenticità della vita umana: fraterna, responsabile del destinatario e della nuova società.
Il Servo, invece di abbattimento, depressione, delusione, scoraggiamento – umanamente comprensibile – manifesta uno stato d’animo, una forza interiore sorprendente, che declina una condizione psicologica e una capacità di sopportazione del dolore fisico che va oltre ogni umana considerazione.
La motivazione e il sostegno è dato dalla presenza del Signore: “Il Signore mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. È probabile che, paradossalmente, in tale condizione il “Servo” percepisca “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16), linfa vitale della radicale fedeltà e, allo stesso tempo, la sconfitta del male e del peccato. È l’evento di salvezza dell’umanità e di ogni credente che accoglierà il dono del “Servo”.
La fedeltà alla missione, e la fiducia nella promessa del Signore, fa emergere nell’animo del “Servo” la trascendenza del Signore o, meglio ancora, la potenza dell’amore insita nella causa del Regno.
Il che testimonia come la sofferenza non è il contrario della felicità e della gioia. Il dono di sé stesso – quale rappresentante di ogni persona e dell’umanità davanti al Padre – porta al rappresentato la salvezza e il beneficio della nuova vita, della comunione con i fratelli e con il Signore.
È l’esperienza di Gesù – l’evento pasquale – che Paolo sintetizza magistralmente nell’inno della seconda lettura.

Seconda lettura (Fil 2,6-11)
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò sé stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò sé stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sottoterra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Il testo è un inno liturgico dei primi cristiani e sintetizza il significato e la portata della missione di Gesù. Molto si è scritto e si continuerà a scrivere in attenzione al contenuto, pilastro dell’identità e della fede di ogni cristiano e della chiesa, nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio nel presente, anticipo e caparra del futuro ultimo e definitivo, che costituisce la fine del tempo.
I primi tre versetti sono diametralmente contrapposti ai secondi tre. I primi si riferiscono allo svuotamento per la causa del regno di Dio, il cui punto alto è la morte di croce. I secondi testimoniano il riscatto dalla morte alla pienezza di vita e all’esaltazione del Gesù Crocifisso come Cristo Signore, in virtù dell’amore e della fedeltà alla causa del regno.
Gesù pur essendo di condizione di Dio (…) svuotò sé stesso”. Un teologo fa notare che nel testo originale non esiste il “pur”, come se lo svuotamento fosse una concessione. Gesù non “svuotò sé stesso” in deroga alla sua divinità; al contrario – continua il teologo – “Gesù lo fa precisamente in virtù della condizione divina”. In altre parole, è proprio di Dio lo svuotarsi.
Non solo, ma “svuotò sé stesso assumendo la condizione di servo (…)”. La condizione di servo è di colui che non ha volontà propria ma, in tutto, dipende dal suo Signore, al quale si sottomette per l’avvento del regno, ambito di liberazione e di redenzione dalla forza del male e dal potere del peccato che attanaglia le persone, la società e l’umanità intera. È l’autentico amore che motiva e sostiene la libertà per amare.
(…) diventando simile agli uomini”. È scelta necessaria e ineludibile porsi sullo stesso piano degli uomini peccatori, pur non essendo peccatore. La condizione di peccatore non gli appartiene, ma Gesù si pone sul loro stesso livello. Solo così può svolgere e portare a termine la missione.
Nell’ipotesi che si fosse avvalso della condizione divina (la prerogativa di “super-uomo”) e pertanto privato della fragilità e della debolezza umana, verrebbe meno l’attendibilità dell’insegnamento di maestro e di guida. Come insegnare ciò di cui non si ha esperienza?
umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Così accetta l’umiliazione della sfiducia, del rigetto radicale e violento della morte, per la fedeltà alla causa, fiducioso che è del Padre l’ultima parola riguardo al compimento della missione. Sicuramente il Padre non vuole la morte del Figlio (quale padre lo vorrebbe?), ma garantisce il Figlio che, succeda quel che succeda, l’ultima parola è la Sua e dello Spirito. E l’ultima parola è testimoniata dalla realtà dei tre secondi versetti.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. È il nesso tra i due momenti, tra l’umiliazione e l’esaltazione, tra la morte e la vita piena, non in virtù di un rapporto causa-effetto, né per una sorta di un automatismo, ma per la rilevanza dell’amore, del donarsi alla causa del regno nell’amore. L’amore della consegna è lo stesso che risuscita il corpo martirizzato e ridona la vita piena, la vita eterna.
Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi …”. Il nome rivela l’identità e la finalità della missione: “Dio salva”, il Salvatore. La dinamica della salvezza è l’amore per la causa, che porta a donare sé stesso. Gesù è Salvatore di ogni persona e dell’umanità che crede in Lui, che ha fiducia nella sua persona quale rappresentante davanti al Padre di ognuno e dell’umanità intera. La sua vittoria è trasmessa come dono gratuito ad ogni persona e all’umanità che lo accoglie per la fede.
Ecco emergere la lode “a gloria di Dio Padre”. La gloria di Dio è la vita degli uomini, e la vita degli uomini è lodare Dio. L’amore di Dio, percepito per la fede, coinvolge nella stessa dinamica e immerge in Dio stesso, come il pesce si immerge nella vastità dell’oceano.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca

Vangelo (Lc 22,14-23,56)

Il racconto della passione si presta a molte considerazioni. Commento solamente quelle che si rapportano alle tentazioni di Gesù nel deserto, prima di procedere nell’attività pastorale.
Gesù vince le tre tentazioni e l’evangelista afferma: “Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13).
Il momento fissato corrisponde a poco prima della morte di Gesù in croce: “Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: ‘Ha salvato altri! Salvi sé stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Tutti gli sono contro e, fra incredulità e ironia, chiedono il gesto spettacolare, sul tipo della seconda tentazione nel deserto – buttarsi dal pinnacolo del tempio – nella certezza che, per la pretesa condizione di eletto, Dio interverrà in suo favore e non permetterà una condanna del genere. Se non interviene è perché non è “il Cristo di Dio”.
Il demonio spera nel successo, dopo il fallimento di allora, date le condizioni di estrema sofferenza e debolezza del crocifisso. Particolarmente insidioso è il “salva te stesso” che, secondo la logica e l’attesa umana, avallerebbe in tal modo la pretesa condizione divina.
Cadere nella tentazione è manifestazione di un potere grandioso e sorprendente che, però, sancisce l’incolmabile distanza fra Gesù e tutti, nonché la sudditanza di costoro. Ma tale è l’immagine di Dio che hanno gli uomini per i limiti della condizione umana, della precarietà e provvisorietà della vita. La loro è l’immagine di un Dio che non è quella dell’Alleanza ma corrisponde all’idolo che il popolo fece ai piedi del Sinai, quando Mosè, al cospetto di Dio, sul monte ricevette la Legge.
Tale idea di Dio non instaura il rapporto d’amore con Lui ma solo un rapporto utilitaristico, di convenienza, espresso con l’aforisma “quando non se ne può più ci si attacca al buon Gesù”. Mettere da parte l’amore con cui Dio ama è allontanarsi da Lui e intraprendere il cammino del fallimento e della vittoria dell’avversario.
Tale immagine di Dio è il contrario di quella di Gesù sulla croce, che polverizza l’idea idolatrica di dio in ogni persona che crede veramente in Lui. Tuttavia la tentazione non si “arrende”, non viene meno per le condizioni disumane della persona – della collettività -, per l’imperante pratica della corruzione, della forza del potere oppressore, dell’ingiustizia, della mancanza di rispetto al creato e per l’indifferenza al disagio e alla sofferenza di chi è convolto in essi. La fede nel crocifisso attualizza la distruzione dell’idolo. I sacramenti sono la celebrazione di tale evento nelle diverse circostanze della vita.
I giorni della Pasqua sono i più importanti dell’anno: dopo quell’evento niente è più come prima. La celebrazione della Pasqua – l’Eucaristia – distrugge la figura idolatrica di Dio negli stessi cristiani che dicono di credere in Gesù, figlio di Dio, e ravviva la pratica del diritto e della giustizia per un mondo più umano, fraterno e responsabile.