Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

 

Con la Domenica delle Palme inizia la Settimana Santa. I Padri della Chiesa (Santi Pastori e dottori dei primi secoli del Cristianesimo) la chiamavano la Settimana delle settimane. E’ un semitismo per dire che questi sette giorni sono fondamentali per l’organizzazione dell’Anno Liturgico. Tutto ruota attorno a questa settimana, o meglio tutto parte e arriva alla Pasqua.

Ma che cos’è la Pasqua? Al tempo di Gesù, con l’immolazione dell’agnello e la sua manducazione, gli Ebrei facevano memoria dell’esodo che li liberò dalla schiavitù d’Egitto. Oggi la Pasqua cristiana riunisce in tutti i luoghi i discepoli di Gesù, nella comunione con il nostro Signore, che è il vero Agnello pasquale e cioè l’Agnello di Dio, che con la sua morte e la sua risurrezione ci ha liberati dal peccato e dalla morte, per renderci non solo figli e figlie di Dio, ma per poter vivere in comunione con Lui ,nella beatitudine eterna del Paradiso. E la Domenica delle Palme è l’inizio di questa celebrazione.

Lunedì scorso, 4 aprile, ai partecipanti del gruppo di preghiera delle 20 e 30 ho offerto un ramoscello d’ulivo. Per due motivi. Il primo: l’ulivo nella Bibbia è il simbolo della pace. In questi tempi, con la guerra in Ucraina e con tutte le sue orribili nefandezze, dobbiamo raddoppiare la preghiera per chiedere la pace. Il secondo motivo riguarda la Liturgia della Domenica delle Palme: cioè siamo invitati oggi a riconoscere Gesù come il Messia e il nostro Salvatore. Infatti Gesù si chiama Cristo (= traduzione di Messia), che vuol dire unto con olio prodotto dai frutti dell’albero di ulivo. Nell’Antico Testamento si parla di unzioni con olio per indicare la consacrazione. Per esempio Saul è stato unto re (1 Samuele 10, 1) e anche Davide (1 Samuele 16. 13). L’unzione abilitava il re alla sua funzione e manifestava esternamente che era stato eletto da Dio per essere il suo servo fedele. Questo valeva e vale particolarmente per il Messia. Gesù è il Messia e, intronizzato alla destra di Dio, è costituito Signore e Cristo (Atti 2, 36 e anche Filippesi 2, 11). Il Catechismo ci parla di una triplice “unzione” di Cristo: come re, come sacerdote e come profeta.

Purtroppo entrando a Gerusalemme, i suoi abitanti non hanno capito Gesù. Lo hanno frainteso. Hanno gridato: “Osanna al figlio di Davide!” (Matteo 21, 9). La folla poi ha steso i loro mantelli per terra ed era tutto un tripudio di festa. Gesù invece avanzava seduto su un asino, secondo quanto era stato predetto dal profeta Zaccaria. “Esulta grandemente, Figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme…ecco a te viene il tuo re… umile, cavalca un asino” (Zaccaria 9,9). Ma la folla voleva un Messia come il re Davide, cioè glorioso, vittorioso, trionfatore, dominatore e quindi senza la Croce. Gesù però rifiuta questo tipo di Messia. Lui va verso la Croce, verso la passione, verso la morte. In questo modo, Egli dà la prova massima del suo amore verso Dio, suo Padre, e verso di noi. “Nessuno ha un amore più grande di questo – ha detto : – dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15, 13).

Nel quarto secolo, c’è stata una pellegrina in Terra Santa, di nome Egeria. Un’autentica giornalista e una reporter di grande talento. Ha descritto nel suo diario di pellegrina tutte le cerimonie della Chiesa Madre di Gerusalemme. Come per la Domenica delle Palme. Il Vescovo della città santa dava appuntamento alle 15 ai fedeli, sull’Imbomon (= cima del Monte degli Ulivi, da dove Gesù è salito al Cielo, secondo Atti 1, 12) e poi tutti in processione con rami di palma e di ulivo si andava a Gerusalemme fino alla basilica dell’Anastasis, che ricorda la risurrezione di Gesù. Anche oggi, in tutte le chiese del Mondo, facciamo lo stesso percorso, collocandoci spiritualmente a Gerusalemme. Questo percorso è diviso in due parti. Prima parte: accoglienza di Gesù come il vero Messia, non come gli abitanti di Gerusalemme di allora. Seconda parte: lettura del Vangelo di Luca a proposito della Passione, della morte e della sepoltura del Signore. Questo Vangelo della Messa di oggi si chiama Passio. Il Passio secondo san Luca si differenzia da quello degli altri Sinottici. C’è meno violenza, meno crudezza. Siamo invitati comunque a contemplare gli avvenimenti. L’evangelista usa una parola greca “theoria” (= spettacolo), quasi che la passione di Cristo sia per noi come uno spettacolo da contemplare. Ma che cosa dobbiamo vedere? Da sempre gli uomini di Dio, come Mosè, hanno desiderato poter contemplare il volto di Dio. Un giorno, sul monte Sinai, Mosè disse a Dio: “Mostrami la tua gloria!”… Ma il Signore rispose: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Esodo 33, 18-20). Ma ora nella Nuova Alleanza, Dio ha praticato quello che gli antichi Ebrei chiamavano Tzimtzum: che vuol dire una contrazione di Dio, come per lasciare spazio, meglio un’umiliazione (o svuotamento, come dice san Paolo: Filippesi 2, 7). Sulla Croce, il volto di Dio (= Gesù) non fa più paura e non provoca la morte. Lui stesso muore e, attraversando la morte, ci dona la vita che dura per sempre. Per il Vangelo di Marco, la croce di Gesù è la rivelazione del mistero di un Dio che muore per l’uomo. Per il Vangelo di Matteo, è l’irruzione della Gloria che preannuncia la risurrezione. Per san Luca la Croce ci rivela il passaggio del mondo della schiavitù alla casa del Padre. Lo spirare di Gesù (Luca 23, 46) è un soffiare il suo soffio vitale in questo mondo irrespirabile (a causa del peccato), per portarci presso il Padre, da dove ogni vita ha inizio. La morte di Gesù allora rende visibile l’amore di Dio per noi. E’ anche uno spettacolo, cioè la visione dell’essenza di Dio che si esibisce nella sua infinita misericordia per l’uomo. Ora l’uomo vede realmente chi è Dio e può ritornare, convertendosi, a Lui; perché è solo in Dio che noi possiamo vivere. Egli è il nostro “luogo naturale” (dice il biblista Silvano Fausti). Solo così il desiderio di Mosè si realizza e ogni uomo, che guarda il Crocifisso e crede nel Cristo, può contemplare il volto di Dio.

San Daniele Comboni (1831-1881), visitando i luoghi della Terra Santa, ha fortificato la sua fede e ha rinnovato il proposito di predicare il Vangelo ai popoli dell’Africa Centrale. In una lettera inviata a suo padre, il 12 ottobre 1857, così ha scritto: “Oh! La grande impressione che mi fece Gerusalemme. Il pensiero che ogni palmo di quel sacro terreno segna un mistero, mi faceva tremare il piede. Qui su queste pietre si è realizzata la nostra salvezza… Baciai quella terra sulla quale si posò la Croce, sopra la quale fu disteso e inchiodato Gesù…Io mi trovo sulla cima del Golgota, nel luogo stesso dove fu crocifisso l’Unigenito Figlio di Dio: qui fu compiuto l’umano riscatto; qui fu soggiogata la morte; qui fu vinto l’inferno; qui io sono stato redento!”.

Dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Risurrezione siamo invitati a contemplare la Pasqua del Signore Gesù: tutto è avvenuto a Gerusalemme, proprio come leggiamo nei quattro Vangeli.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda