Padre Vincenzo Percassi

 

 

Il Vangelo della quinta domenica di quaresima potremmo chiamarlo il Vangelo della grazia o della vita nuova in Cristo. Gesù lo annuncia così alla peccatrice sorpresa in adulterio: sei perdonata, va e non peccare mai più. Come è possibile questo annuncio se proprio un attimo prima persino i più anziani tra coloro che volevano lapidarla han dovuto allontanarsi sapendo bene di essere tutti peccatori. Il punto è che con Gesù, la fedeltà a Dio, alla sua Parola ed alla sua volontà non è espressa dall’osservanza esterna dei comandamenti, che spesso copre mille piccoli compromessi nascosti nel nostro cuore. Con Gesù la fedeltà al Padre è espressa dal nostro desiderio di cercare e di mantenere viva la relazione con Lui, Figlio suo; anche se mille volte al giorno dovessimo tornare da lui per chiedergli perdono. Il cuore dell’episodio evangelico descritto da Giovanni, non è tanto la gravita del reato perdonato e forse neppure l’aggressività della folla domata. Il cuore di questo Vangelo è il fatto che mentre tutti, uno ad uno, gli accusatori si allontanano, la donna invece, rimasta sola resta lì in piedi quasi in attesa di qualcosa che deve ancora avvenire. Poteva andarsene perché Gesù, chinato per terra a scrivere, non sembrava volerla trattenere. E invece preferisce rimanere con Lui, preferisce esporsi con sincerità al suo giudizio piuttosto che far finta di niente e tornare alla vita di prima. È questa disponibilità piena di fiducia a rimanere con Gesù nella nostra debolezza, la disponibilità a perseverare nella certezza che Lui è lì per aiutare e non per condannare, che ci apre alla forza della sua grazia, che ci rimette in cammino e che ci fa crescere fino al punto di non peccare più. Cioè fino al punto di amare e basta. Quando Gesù dice alla folla: chi è senza peccato scagli la prima pietra” sta rimandando tutti al loro cuore per rendersi conto che una vita senza peccato non è semplicemente una vita senza trasgressioni. Il nostro cuore sa fin troppo bene che il peccato non è solo contro la legge ma soprattutto contro la relazione perché esso ci impedisce di amare come in fondo vorremmo. E forse la manifestazione più frequente e quasi inconsapevole del nostro peccare contro l’amore nella relazione è il giudizio. Il minimo indizio di fragilità, di inconsistenza, di ostilità o magari anche solo di antipatia innesta nel nostro cuore un giudizio. Il giudizio, poi, una volta confermato dai fatti o dai nostri ragionamenti diventa un vero e proprio desiderio di punire, oppure di escludere l’altro dai nostri interessi, in pratica di eliminarlo dall’orizzonte della nostra vita. Come nel caso della donna che è stata colta in fragrante e quindi non ha più scuse né difensore. La calma e la mitezza di Gesù davanti all’agitazione della folla e all’insistenza degli accusatori non rivela solo una sua misteriosa forza e sicurezza ma anche una sorta di velata tristezza per tutti quelli che invece di rimanere se ne vanno uno ad uno. Tutti avrebbero potuto rendersi conto che l’invito ad andare per non più peccare, a vivere una vita nuova sostenuta dalla grazia, era anche per loro. Questo loro bisogno di proteggere la loro immagine di giusti li lascia nel loro giudizio e Gesù sa bene che quando torneranno con il loro stesso giudizio sarà per uccidere lui. Anche sulla croce, Gesù, reclinerà il capo prima di spirare, quasi a significare che qual ’è il costo di amore che Dio si assume per non giudicare. Di fronte all’adultera Gesù sembra suggerire che giudicare è come scrivere sulla sabbia. Sia perché il giudizio di Dio, pur essendo efficace, non dura mai più a lungo della sua misericordia sia perché ogni giudizio umano è vano. Il giudizio dell’uomo, infatti, non è mai completo perché non è in grado di distribuire tutte le responsabilità in gioco – come nel caso dell’adultera che veniva giudicata senza tener conto dell’amante scappato; esso, inoltre, valuta solo ciò che è stato e non ciò che sarà o ciò che una persona potrebbe diventare. E soprattutto il giudizio umano è accorciato, deformato se non accecato dalla presunzione innata di ogni uomo di essere “la misura” di tutte le cose. Come mai – dice Dio nel profeta Isaia – io faccio cose nuove e voi non ve ne accorgete? Voi vi ostinate a cercare un vostro cammino di salvezza e non vedete che io apro strade nel deserto, laddove voi non avreste aspettato nulla. Gli struzzi e gli sciacalli se ne accorgono e voi? Non è strano che la donna trascinata a forza da Gesù rimane liberamente con lui mentre tutti gli altri se ne vanno, non sopraffatti dalla paura o dalla vergogna, ma uno ad uno, cioè deliberatamente? In fondo scelgono la loro vita di sempre perché non credono che Gesù possa fare anche per loro qualcosa di veramente nuovo. Spesso succede nella vita che dopo aver giudicato a modo nostro una situazione o una persona Dio ci dà la grazia – perché di una grazia si tratta – di cadere nello stesso errore e di scoprirci deboli come colui che abbiamo giudicato. Se cogliamo tale grazia diventiamo meno esigenti verso gli altri e possiamo ammettere come Paolo: non che io abbia già afferrato il premio o sia già arrivato… Possiamo anche renderci conto per esperienza che quello che riusciamo a fare da soli è roba da buttar via, che non serve a nulla. Ma proprio allora possiamo accettare la sfida di continuare a correre. Questo correre non esprime tanto la fatica dello sforzo quanto l’intensità del desiderio. Chi desidera intensamente di cambiare, proprio perché rimane davanti a Gesù con umiltà, semplice e vero, sperimenta cose nuove nella sua vita, ma non come conquista, bensì come salvezza: sono stato da Lui afferrato.