Credo che tutti, nel mondo intero, stiamo seguendo la guerra in Ucraina, scoppiata il 24 febbraio. In Polonia, la società, compresa la Chiesa cattolica, è attivamente coinvolta nell’aiuto ai profughi. Anche le comunità comboniane di Cracovia e Varsavia si sono impegnate fin dall’inizio nell’accoglienza ai rifugiati. Il loro numero cambia ogni giorno perché mentre ne arrivano alcuni, altri partono verso l’Europa occidentale; altri ancora si trovano nelle nostre case dall’inizio del conflitto. In questo momento ci sono circa 30 persone. Sono donne e bambini, il più piccolo ha solo un anno e la donna più anziana ne ha 82.
Dopo l’arrivo di questi ospiti, la routine della nostra giornata è cambiata e ogni giorno è diverso. Diamo loro vitto e alloggio. Tuttavia, spesso hanno bisogno di altri tipi di assistenza, come la legalizzazione dei documenti, un aiuto nella ricerca di un lavoro o di un appartamento indipendente, ecc. Alcuni di loro credono che la guerra finirà presto e quindi non hanno nemmeno intenzione di regolarizzare la loro permanenza, sono tristi, a volte anche disperati. Ci sono anche quelli che non hanno dove tornare perché la loro casa non esiste più. Molti cercano contatti con i loro connazionali, che già prima della guerra lavoravano in Polonia, oltre un milione di persone.
I rifugiati spesso sono stati costretti a fuggire in fretta, senza avere il tempo di portare con sé beni essenziali per cui la prima cosa che cerchiamo di fare per loro è proprio rifornirli di vestiti caldi, prodotti per l’igiene personale e anche giocattoli per i bambini. La situazione dei bambini piccoli è particolarmente delicata. Alcuni di loro hanno delle malattie virali a causa del viaggio, del cambiamento di cibo e di abitudini, e forse anche per la mancanza di vaccinazioni, come dicono alcuni medici. Cerchiamo di aiutare le mamme di questi bambini organizzando dei presidi medici improvvisati.
Il governo sta avviando un programma permanente di assistenza ai rifugiati per la loro integrazione nella società polacca. I contatti tra noi e gli ospiti ucraini a volte non sono facili a causa della lingua. Alcuni di loro parlano l’ucraino, altri il russo, soprattutto quelli che provengono dalla parte orientale dell’Ucraina. Tuttavia, affrontiamo questa sfida perché anche noi abbiamo attraversato un processo simile di
apprendimento di una lingua straniera. Nonostante tutto siamo slavi: la visione del mondo, la diversità religiosa, linguistica o culturale è proprio una sfida e non una barriera, che superiamo ogni giorno. Crediamo di realizzare il nostro carisma missionario qui e ora, compiendo il desiderio di San Daniele Comboni, che ha vissuto per i più bisognosi, che ora sono quelli che fuggono dall’inferno della guerra.
Chiediamo a tutti una preghiera per la fine della guerra e per la pace in Ucraina.

P. Tomasz Marek, mccj