Padre Alessio Geraci

A partire dal cuore ……

Le letture che ci offre la liturgia in questa quinta domenica di Quaresima ci aiutano a capire di più e sempre meglio che il nostro Dio vuole vederci tutti liberi e felici.

Nella prima lettura, il profeta Isaia ci fa vedere come per Dio la cosa più importante non sia il passato ma il presente e il futuro. Infatti, Dio dice attraverso il profeta Isaia, e queste parole sono rivolte a ciascuno di noi oggi «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa». (Is 43,18-19).  Però, se abbiamo lo sguardo sempre fisso e ancorato al passato, sui nostri errori ed orrori, sulle cose passate (e già perdonate da Dio!), come possiamo riuscire a contemplare tutto il bello e il buono che ci circonda e che soprattutto c’è in noi e negli altri? Come possiamo rendercene conto e prendere coscienza delle meraviglie che Dio continua ad operare in noi e attraverso di noi, se rimaniamo bloccati nel passato e negli errori? Va detto certo che non sempre il passato è fatto di errori ed orrori, ma anche di cose buone, che vanno ricordate con gratitudine. Oggi veniamo chiamati allora, a ricordare il passato con gratitudine, a vivere il presente con passione e ad abbracciare il futuro con speranza… perché qui troviamo le chiavi per vivere meglio questo tempo nel quale viviamo. Fare memoria, quindi, è fondamentale… ricordare con cuore profondamente grato: come la sua etimologia latina ci dice, ricordare significa “ritornare al cuore”. Ed è proprio al cuore che dobbiamo tornare per trovare le meraviglie che Dio ha operato con noi e attraverso di noi… dobbiamo riconoscere nel passato la presenza di Dio nella nostra vita… ed esserne profondamente grati. Vivere il presente come un dono, come qualcosa di inaspettato, ma allo stesso tempo qualcosa di unico e speciale… considerare il tempo presente come un tempo che non tornerà mai più e quindi viverlo in pienezza, con passione, dando sempre il meglio, cercando di scoprire il bello e il buono che è in noi e negli altri, valorizzando, amando, apprezzando questo tempo presente e questo mondo in cui viviamo nonostante le guerre e questa pandemia infinita. E infine, abbracciare il futuro con speranza, pensando che… «se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31) …e soprattutto che «tutto posso in Colui che mi fortifica» (Fil 4,13) … avendo sempre nel cuore la certezza che Dio è il Dio delle sorprese, il Dio che non si stanca mai di venirci incontro, di sorprenderci con la sua tenera misericordia.

San Paolo, nel frammento della sua prima lettera ai Corinzi che la liturgia ci propone questa domenica come seconda lettura, ci parla «della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù». Possiamo chiederci oggi…come possiamo conoscere Cristo Gesù? Attraverso la Parola di Dio, attraverso una vita sacramentale attiva, attraverso la Chiesa.  Vale sempre la pena ricordare l’invito che troviamo nella Parola di Dio a saper riconoscere Cristo in ogni impoverito, umiliato, emarginato, ignorato, in ogni fratello e sorella vittima della “cultura dello scarto”. Riconoscerlo in questi volti sofferenti e concreti del nostro tempo e assisterlo con tenerezza è un invito sempre valido che ci offre la Parola di Dio. Ma conoscere Cristo Gesù non è sufficiente. Bisogna vivere come Lui ha vissuto, bisogna avere gli stessi sentimenti che ha avuto Lui, amando e perdonando. La Quaresima è il tempo privilegiato per passare dalla teoria alla pratica.

E il Vangelo di questa domenica ci parla di pratica. È il famoso racconto della donna adultera, contenuto nell’ottavo capitolo di Giovanni, anche se secondo molti biblisti l’evangelista che scrive questo testo sarebbe Luca.

Gli scribi e i farisei, che si credevano puri, giusti e rigorosi nell’osservanza della Legge, presentano a Gesù un caso concreto: hanno trovato una donna in flagrante adulterio e secondo la Legge questa donna deve morire lapidata. Per loro questa donna è “sacrificabile” sull’altare del rispetto rigoroso della Legge. Per loro la Legge viene prima di tutto. Ma sanno anche che per Gesù, prima di tutto c’è la persona umana: gli errori restano è vero, ma c’è soprattutto la misericordia divina che è infinitamente più grande dei nostri errori.

Possiamo notare subito un dato curioso ed importante allo stesso tempo: per commettere adulterio servono due persone, ma qui viene accusata solo la donna. Siamo di fronte a una cultura “machista”, sessista, in una società patriarcale … e purtroppo le cose 2000 anni dopo non sono cambiate molto.

Gli scribi e i farisei presentano questo caso a Gesù per metterlo alla prova, con una “trappola”, per vedere cosa dice Gesù, perché cercavano pretesti per poterlo accusare pubblicamente. Non ascoltano Gesù, non credono in Lui, lo considerano anzi un “bestemmiatore”, un “violatore seriale” della Legge… eppure lo chiamano Maestro. È ironia la loro o.… semplice ipocrisia? Non sono interessati a ciò che Gesù pensa di questa situazione che gli presentano, poiché hanno deciso che questa donna deve morire. Ma se Gesù avesse dichiarato davanti a tutta questa folla che la donna doveva morire secondo la Legge, allora avrebbe perso la sua reputazione di maestro buono, e se invece avesse detto di no, sarebbe andato contro la Legge. Gesù però, sembra ignorarli. Si china ed inizia a scrivere con il dito per terra. E, vista l’insistenza di chi ha organizzato questa trappola mortale, risponde con una frase geniale che riassume tutta la bellezza della Rivoluzione d’Amore che è venuto a proporci: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». È fantastica questa frase! Chi può considerarsi libero dal peccato per essere giudice degli altri? È una grande lezione per tutti noi oggi… noi che giudichiamo e condanniamo sempre gli altri perché ci sentiamo giudici degli altri e consideriamo la vita come un tribunale perenne in cui vengono emesse sentenze definitive… ma non siamo in grado di riconoscere che anche noi possiamo sbagliare. Pensiamo che siano sempre gli altri che sbagliano, che devono chiedere perdono, che devono fare il primo passo.

Tutti lasciarono cadere le loro pietre per terra e se ne andarono, cominciando dagli anziani, e lasciando solo Gesù e la donna. Se andiamo alla risposta precedente, “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, sappiamo bene che Gesù è l’unico senza peccato. Ma invece di lanciare la prima pietra, Gesù non la condanna. Sempre è bene ricordare che Gesù non è venuto a giudicare o condannare (il giudizio ci dirà il Vangelo di Giovanni, è contro il principe di questo mondo, il diavolo) o a emettere sentenze definitive, ma è venuto ad offrire a tutti, senza escludere nessuno, la sua proposta di salvezza, la sua proposta di vita piena, abbondante e feconda per tutti.

E qui arriva il momento culminante della misericordia di Dio, che è così scandalosa che spesso non la capiamo. Gesù dice a questa donna: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».  E lei risponde: «Nessuno, Signore». Gesù non le chiede quante volte ha commesso peccato, con chi, dove, se almeno è pentita. Non le chiede nulla. Lui la ama e basta. Ecco perché la successiva risposta di Gesù deve risuonare forte nei nostri cuori oggi, specialmente in questo tempo di guerra: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Questa donna è stata perdonata ancor prima di aver formulato la sua richiesta di perdono. C’è di più: non l’ha proprio formulato! Gesù le offre il suo amore incondizionato. Questo è il modo con cui Dio ci ama. Non ci dice: “prima devi cambiare e poi io ti amerò!” (questo lo facciamo noi nelle nostre relazioni interpersonali!) ma è il suo amore misericordioso che ci spinge a cambiare. La misericordia di Dio non umilia, ma libera. Attenzione: non si tratta qui di “soavizzare” il peccato, o di pensare che possiamo commettere tutti i peccati che vogliamo…tanto la misericordia di Dio perdona tutto. Si tratta invece di ascoltare e vivere in pienezza quest’ultima parte del Vangelo, quando Gesù dice a questa donna perdonata: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Questo è in fondo vivere la Quaresima: ricevere il perdono e vivere come figli perdonati, evitando di ripetere gli stessi errori, evitando ogni occasione di peccato. Scoprire e riscoprire sempre più e meglio, ed accogliere l’amore incondizionato di Dio, porterà questa donna a cambiare vita, e noi ad essere persone nuove, rinnovate e rinnovatrici. Ecco perché dobbiamo cambiare mentalità e centrare la nostra vita cristiana non più sul peccato e sulla colpa, ma sulla misericordia infinita di Dio e sul suo perdono offerto a tutti. E a noi oggi, che stiamo terminando il nostro cammino quaresimale, il Signore ci chiede una cosa ben precisa: non giudicare perché Gesù non ha giudicato; non condannare perché Gesù non ha condannato; perdonare perché Gesù ha perdonato e il perdono guarisce e libera, dà la vita. Quante volte però le pietre le abbiamo sempre pronte nelle nostre mani, e anche sulle nostre labbra poiché molte volte le nostre parole, i nostri pettegolezzi, i nostri commenti risultano essere più mortali delle pietre; quante volte queste “pietre” le abbiamo sempre pronte a lanciarle a chi secondo noi è colpevole, solo perché pecca… in maniera diversa da noi! Per prima cosa, dobbiamo riconoscerci tutti peccatori, tutti bisognosi della misericordia di Dio. E poi bisogna pensare: vorrei che mi venissero lanciate delle “pietre” per gli errori commessi?  E dal momento che non ci piace che ci vengano lanciate pietre contro di noi, beh… non dovremmo lanciarle neanche noi contro gli altri! Lasciamo allora che le nostre pietre cadano per terra…svuotiamo le mani per poter abbracciare le persone che nel nostro cuore abbiamo già giudicato e condannato….

Se la volessimo attualizzare in ottica pacifista in questo contesto di guerra: “si svuotino gli arsenali, si riempiano i granai”, come diceva l’indimenticato Sandro Pertini. Per costruire la pace non servono le armi che producono altro sangue, altri morti, altri orfani, altre vedove, altri feriti. Per costruire la pace servono le “armi” del dialogo, del rispetto, della “cultura della cura”, dell’empatia, della tolleranza, della fraternità, della solidarietà, dell’inclusione, della gratuità, della ricerca costante del bene comune. Armi queste che non si comprano in nessuna armeria del mondo ma che i discepoli missionari di Gesù se vivessero in pienezza il Vangelo avrebbero in… “dotazione”!

Le letture che ci offre la liturgia in questa quinta domenica di Quaresima ci aiutano a capire di più e sempre meglio che il nostro Dio vuole vederci tutti liberi e felici.

Nella prima lettura, il profeta Isaia ci fa vedere come per Dio la cosa più importante non sia il passato ma il presente e il futuro. Infatti, Dio dice attraverso il profeta Isaia, e queste parole sono rivolte a ciascuno di noi oggi «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa». (Is 43,18-19).  Però, se abbiamo lo sguardo sempre fisso e ancorato al passato, sui nostri errori ed orrori, sulle cose passate (e già perdonate da Dio!), come possiamo riuscire a contemplare tutto il bello e il buono che ci circonda e che soprattutto c’è in noi e negli altri? Come possiamo rendercene conto e prendere coscienza delle meraviglie che Dio continua ad operare in noi e attraverso di noi, se rimaniamo bloccati nel passato e negli errori? Va detto certo che non sempre il passato è fatto di errori ed orrori, ma anche di cose buone, che vanno ricordate con gratitudine. Oggi veniamo chiamati allora, a ricordare il passato con gratitudine, a vivere il presente con passione e ad abbracciare il futuro con speranza… perché qui troviamo le chiavi per vivere meglio questo tempo nel quale viviamo. Fare memoria, quindi, è fondamentale… ricordare con cuore profondamente grato: come la sua etimologia latina ci dice, ricordare significa “ritornare al cuore”. Ed è proprio al cuore che dobbiamo tornare per trovare le meraviglie che Dio ha operato con noi e attraverso di noi… dobbiamo riconoscere nel passato la presenza di Dio nella nostra vita… ed esserne profondamente grati. Vivere il presente come un dono, come qualcosa di inaspettato, ma allo stesso tempo qualcosa di unico e speciale… considerare il tempo presente come un tempo che non tornerà mai più e quindi viverlo in pienezza, con passione, dando sempre il meglio, cercando di scoprire il bello e il buono che è in noi e negli altri, valorizzando, amando, apprezzando questo tempo presente e questo mondo in cui viviamo nonostante le guerre e questa pandemia infinita. E infine, abbracciare il futuro con speranza, pensando che… «se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31) …e soprattutto che «tutto posso in Colui che mi fortifica» (Fil 4,13) … avendo sempre nel cuore la certezza che Dio è il Dio delle sorprese, il Dio che non si stanca mai di venirci incontro, di sorprenderci con la sua tenera misericordia.

San Paolo, nel frammento della sua prima lettera ai Corinzi che la liturgia ci propone questa domenica come seconda lettura, ci parla «della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù». Possiamo chiederci oggi…come possiamo conoscere Cristo Gesù? Attraverso la Parola di Dio, attraverso una vita sacramentale attiva, attraverso la Chiesa.  Vale sempre la pena ricordare l’invito che troviamo nella Parola di Dio a saper riconoscere Cristo in ogni impoverito, umiliato, emarginato, ignorato, in ogni fratello e sorella vittima della “cultura dello scarto”. Riconoscerlo in questi volti sofferenti e concreti del nostro tempo e assisterlo con tenerezza è un invito sempre valido che ci offre la Parola di Dio. Ma conoscere Cristo Gesù non è sufficiente. Bisogna vivere come Lui ha vissuto, bisogna avere gli stessi sentimenti che ha avuto Lui, amando e perdonando. La Quaresima è il tempo privilegiato per passare dalla teoria alla pratica.

E il Vangelo di questa domenica ci parla di pratica. È il famoso racconto della donna adultera, contenuto nell’ottavo capitolo di Giovanni, anche se secondo molti biblisti l’evangelista che scrive questo testo sarebbe Luca.

Gli scribi e i farisei, che si credevano puri, giusti e rigorosi nell’osservanza della Legge, presentano a Gesù un caso concreto: hanno trovato una donna in flagrante adulterio e secondo la Legge questa donna deve morire lapidata. Per loro questa donna è “sacrificabile” sull’altare del rispetto rigoroso della Legge. Per loro la Legge viene prima di tutto. Ma sanno anche che per Gesù, prima di tutto c’è la persona umana: gli errori restano è vero, ma c’è soprattutto la misericordia divina che è infinitamente più grande dei nostri errori.

Possiamo notare subito un dato curioso ed importante allo stesso tempo: per commettere adulterio servono due persone, ma qui viene accusata solo la donna. Siamo di fronte a una cultura “machista”, sessista, in una società patriarcale … e purtroppo le cose 2000 anni dopo non sono cambiate molto.

Gli scribi e i farisei presentano questo caso a Gesù per metterlo alla prova, con una “trappola”, per vedere cosa dice Gesù, perché cercavano pretesti per poterlo accusare pubblicamente. Non ascoltano Gesù, non credono in Lui, lo considerano anzi un “bestemmiatore”, un “violatore seriale” della Legge… eppure lo chiamano Maestro. È ironia la loro o.… semplice ipocrisia? Non sono interessati a ciò che Gesù pensa di questa situazione che gli presentano, poiché hanno deciso che questa donna deve morire. Ma se Gesù avesse dichiarato davanti a tutta questa folla che la donna doveva morire secondo la Legge, allora avrebbe perso la sua reputazione di maestro buono, e se invece avesse detto di no, sarebbe andato contro la Legge. Gesù però, sembra ignorarli. Si china ed inizia a scrivere con il dito per terra. E, vista l’insistenza di chi ha organizzato questa trappola mortale, risponde con una frase geniale che riassume tutta la bellezza della Rivoluzione d’Amore che è venuto a proporci: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». È fantastica questa frase! Chi può considerarsi libero dal peccato per essere giudice degli altri? È una grande lezione per tutti noi oggi… noi che giudichiamo e condanniamo sempre gli altri perché ci sentiamo giudici degli altri e consideriamo la vita come un tribunale perenne in cui vengono emesse sentenze definitive… ma non siamo in grado di riconoscere che anche noi possiamo sbagliare. Pensiamo che siano sempre gli altri che sbagliano, che devono chiedere perdono, che devono fare il primo passo.

Tutti lasciarono cadere le loro pietre per terra e se ne andarono, cominciando dagli anziani, e lasciando solo Gesù e la donna. Se andiamo alla risposta precedente, “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, sappiamo bene che Gesù è l’unico senza peccato. Ma invece di lanciare la prima pietra, Gesù non la condanna. Sempre è bene ricordare che Gesù non è venuto a giudicare o condannare (il giudizio ci dirà il Vangelo di Giovanni, è contro il principe di questo mondo, il diavolo) o a emettere sentenze definitive, ma è venuto ad offrire a tutti, senza escludere nessuno, la sua proposta di salvezza, la sua proposta di vita piena, abbondante e feconda per tutti.

E qui arriva il momento culminante della misericordia di Dio, che è così scandalosa che spesso non la capiamo. Gesù dice a questa donna: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».  E lei risponde: «Nessuno, Signore». Gesù non le chiede quante volte ha commesso peccato, con chi, dove, se almeno è pentita. Non le chiede nulla. Lui la ama e basta. Ecco perché la successiva risposta di Gesù deve risuonare forte nei nostri cuori oggi, specialmente in questo tempo di guerra: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Questa donna è stata perdonata ancor prima di aver formulato la sua richiesta di perdono. C’è di più: non l’ha proprio formulato! Gesù le offre il suo amore incondizionato. Questo è il modo con cui Dio ci ama. Non ci dice: “prima devi cambiare e poi io ti amerò!” (questo lo facciamo noi nelle nostre relazioni interpersonali!) ma è il suo amore misericordioso che ci spinge a cambiare. La misericordia di Dio non umilia, ma libera. Attenzione: non si tratta qui di “soavizzare” il peccato, o di pensare che possiamo commettere tutti i peccati che vogliamo…tanto la misericordia di Dio perdona tutto. Si tratta invece di ascoltare e vivere in pienezza quest’ultima parte del Vangelo, quando Gesù dice a questa donna perdonata: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Questo è in fondo vivere la Quaresima: ricevere il perdono e vivere come figli perdonati, evitando di ripetere gli stessi errori, evitando ogni occasione di peccato. Scoprire e riscoprire sempre più e meglio, ed accogliere l’amore incondizionato di Dio, porterà questa donna a cambiare vita, e noi ad essere persone nuove, rinnovate e rinnovatrici. Ecco perché dobbiamo cambiare mentalità e centrare la nostra vita cristiana non più sul peccato e sulla colpa, ma sulla misericordia infinita di Dio e sul suo perdono offerto a tutti. E a noi oggi, che stiamo terminando il nostro cammino quaresimale, il Signore ci chiede una cosa ben precisa: non giudicare perché Gesù non ha giudicato; non condannare perché Gesù non ha condannato; perdonare perché Gesù ha perdonato e il perdono guarisce e libera, dà la vita. Quante volte però le pietre le abbiamo sempre pronte nelle nostre mani, e anche sulle nostre labbra poiché molte volte le nostre parole, i nostri pettegolezzi, i nostri commenti risultano essere più mortali delle pietre; quante volte queste “pietre” le abbiamo sempre pronte a lanciarle a chi secondo noi è colpevole, solo perché pecca… in maniera diversa da noi! Per prima cosa, dobbiamo riconoscerci tutti peccatori, tutti bisognosi della misericordia di Dio. E poi bisogna pensare: vorrei che mi venissero lanciate delle “pietre” per gli errori commessi?  E dal momento che non ci piace che ci vengano lanciate pietre contro di noi, beh… non dovremmo lanciarle neanche noi contro gli altri! Lasciamo allora che le nostre pietre cadano per terra…svuotiamo le mani per poter abbracciare le persone che nel nostro cuore abbiamo già giudicato e condannato….

Se la volessimo attualizzare in ottica pacifista in questo contesto di guerra: “si svuotino gli arsenali, si riempiano i granai”, come diceva l’indimenticato Sandro Pertini. Per costruire la pace non servono le armi che producono altro sangue, altri morti, altri orfani, altre vedove, altri feriti. Per costruire la pace servono le “armi” del dialogo, del rispetto, della “cultura della cura”, dell’empatia, della tolleranza, della fraternità, della solidarietà, dell’inclusione, della gratuità, della ricerca costante del bene comune. Armi queste che non si comprano in nessuna armeria del mondo ma che i discepoli missionari di Gesù se vivessero in pienezza il Vangelo avrebbero in… “dotazione”!

Buona domenica!

Con la missione nel cuore
Padre Alessio Geraci