Padre Luigi Consonni

 

 Prima lettura (Is 43,16-21)

Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo; essi giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi».

Il Signore si rivolge al popolo che gli appartiene – “Il popolo che io ho plasmato” -, da Lui generato, chiamato all’esistenza e costituito come suo “popolo eletto”. Il profeta ricorda loro il momento culminante della presenza e azione del Signore, quando “aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti”. Si tratta della liberazione e della salvezza dalla schiavitù dell’Egitto – simbolo del male e del potere oppressore – con l’annientamento dell’esercito egiziano nelle acque del mar Rosso, nel quale “giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti”.Con autorevolezza il Signore li esorta a guardare avanti: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!”, non perché non meritino di essere conosciute, ma per trarne le opportune considerazioni e insegnamenti; anzi, il Signore stesso fa riferimento agli eventi del passato – alla liberazione, l’elezione a popolo eletto, l’entrata nella terra promessa per stabilire una nuova società … – che costituiscono il contenuto della professione di fede del popolo.
Ricordare, fare memoria, non è solo, né principalmente, riportare alla mente l’evento del passato, pensare all’accaduto e fare delle considerazioni in merito a quell’evento: è molto di più! Per il Signore, e quindi per il popolo, è liturgia che sostiene il popolo per attualizzare gli effetti di quell’evento nel contesto e nelle circostanze del presente (è come se il popolo stesse riattraversando il mar Rosso) per riattivare e portare a compimento le esigenze del farsi della “terra promessa”.
È essenziale tale impegno, e la dinamica corrispondente, per non cadere in impostazioni, criteri e condizioni di vita che portano di nuovo alla schiavitù e al dominio del male. Sciaguratamente, in tal caso, si farà della “terra promessa” un nuovo Egitto, instaurando un regime di morte, non di vita, per il quale coloro che vi aderiscono “giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti”.
Alla schiavitù del passato, e alla condizione di morte, il Signore contrappone la sua presenza attiva e creativa: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Egli agisce nel presente nell’attrarre l’attenzione e l’interesse per ciò che prospetta e determina riguardo al vivere bene e alla qualità della vita per il popolo e ogni persona. Egli è il Signore della vita: accogliere il suo progetto e attualizzarlo significa accorgersi del germoglio che, con la crescita, rinnoverà il farsi della “terra promessa”, realtà in costante evoluzione e aggiornamento.
A conferma di ciò, per sostenere la fiducia nel buon risultato, annuncia un futuro che nessuna persona o istituzione potrà realizzare: “Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”; di questo fruiranno tutti gli animali – “bestie selvatiche, sciacalli e struzzi” – e anch’essi, con tutto il popolo, glorificheranno il Signore portatore di pienezza di vita e, secondo il loro stato e condizione, gli daranno lode.
L’intervento e l’esortazione del Signore – “Non ricordate le cose passate, non pensate più nelle cose antiche” – fa intendere che “le cose passate” continuano ad esercitare la loro seduzione (l’inganno) che distoglie l’attenzione sul nuovo che emerge e attiva resistenze, perplessità e sfiducia nel credere nella Sua dinamica di amore e di presenza.

Ecco, allora, la magnanimità del Signore, che non abbandona il suo popolo e afferma: “Ecco, io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Con ciò sollecita l’attenzione al presente, nel prendere atto dello spuntare del nuovo, del germoglio che porta con sé le primizie di un futuro radioso: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).
Allora il popolo eletto “che io – il Signore – ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”. La gloria di Dio è la pienezza di vita degli uomini, e la pienezza di vita degli uomini è lodare Dio. La lode è coinvolgimento nel piano di Dio a favore dell’umanità e del creato.
Al riguardo è imprescindibile fissare l’intelligenza e il cuore nel Signore, per la sua presenza e azione nella storia e per la fedeltà alla promessa dell’avvento del regno, in modo da partecipare del dono della vita in abbondanza per ciò che è autentico e vero della propria storia e cultura.
Con il senno di poi, il nuovo e il germoglio è trasmesso dall’evento Gesù Cristo che, con la sua permanente presenza – in modo che il mondo accolga e raggiunga il fine per il quale è creato -, fa sorgere e ricrea il credente e il popolo, come Paolo testimonia nella seconda lettura.

Seconda lettura (Fil 3,8-14)

Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione, ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Paolo afferma di sé stesso: “sono stato conquistato da Cristo Gesù” con il passaggio da persecutore ad apostolo. La vita, l’insegnamento, la missione, la morte e risurrezione di Gesù conforma l’evento che lo coinvolge e stravolge la sua vita e quella di ogni autentico credente. Lo stravolgimento è tale da percepirsi come un’altra persona, ben diversa da quella di prima; anzi, per certi aspetti, completamente contrapposta.
L’esperienza di Cristo – la sua conoscenza – sconvolge i suoi riferimenti riguardo al modo di servire Dio, nel quale credeva per la formazione e la pratica religiosa consolidata dalla tradizione. L’esperienza di Cristo trasforma alla radice l’immagine del passato, ed è accolta con convinzione e ferma volontà.
Poneva il suo centro di rifermento nella Legge, il cui fedele compimento – secondo la tradizione degli scribi farisei – riteneva essenziale e imprescindibile per il compimento dell’alleanza stabilita da Mosè. Pertanto si considerava giusto davanti a Dio e meritevole di entrare nel suo Regno con l’avvento del Messia, molto atteso e ormai prossimo a venire.
Le sue stesse parole trasmettono il radicale sconvolgimento: “Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore”. La sublimità del fascino coinvolgente dell’evento Gesù Cristo, per la quale si sente trasformato, rigenerato e rinnovato, in sintonia e comunione con il Dio che sempre aveva ritenuto di servire fedelmente.
L’esperienza è così profonda e stravolgente da affermare: “Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui”. È conquistato da Cristo, affascinato dalla sua persona e dalla causa dell’avvento del regno di Dio. La comunione con Lui è tale da affermare “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), a testimonianza di un rapporto inseparabile.
D’ora in poi la condizione di “giusto” davanti a Dio non dipende dalla Legge ma dall’adesione a Cristo. Di conseguenza, alle orecchie dei connazionali, l’affermazione – “avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” – è sacrilega, suona come bestemmia.
La fede in Cristo, e la giustizia di Dio, sono le due facce della stessa moneta che configura l’uomo nuovo. Tale condizione ha in sé un dinamismo sorprendente, che proietta Paolo nella pienezza di vita, anticipo della risurrezione. È attiva in lui la dinamica per la quale, già sentendo in sé stesso l’immensità dell’amore nei suoi confronti – la “potenza della risurrezione” – partecipa della “comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte”. Con altre parole, assume valori, stile e una filosofia di vita per la quale afferma: “il mondo per me è stato crocefisso, come io per il mondo” (Gal 6,14).
La meta è sostenuta dalla “speranza di giungere alla risurrezione dei morti”, evento che lo affascina e dal quale è fortemente attratto, e verso cui quale è proteso “dimenticando quello che mi sta alle spalle (…) corro verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Gesù Cristo”, con l’umiltà di chi sa che è dono di Dio, di cui è già partecipe nei limiti della condizione umana.
Attratto e motivato da tale condizione determina di “correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù”. La dinamica lo coinvolge nel rapporto con le persone, nella diffusione della buona notizia annunciata da Gesù, perché diventi buona realtà per tutti coinvolgendo nella comunione fraterna i marginalizzati, gli esclusi dall’istituzione religiosa a causa delle loro condizioni, come racconta il vangelo odierno.

Vangelo (Gv 8,1-11) 

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Nel vangelo di Luca ci sono undici versetti che, per molto tempo, nessuna comunità cristiana voleva al suo interno. Nei primi tempi i vangeli non erano riuniti; ogni comunità aveva il suo vangelo e lo trasmetteva alle altre. Ebbene, quando in una comunità arrivava il vangelo di Luca venivano tolti questi undici versetti. Sono i versetti che poi hanno trovato alloggio e ospitalità nel vangelo di Giovanni, al capitolo otto, dal primo versetto all’undicesimo. In realtà se togliessimo questo brano dal vangelo di Giovanni e lo inserissimo al suo posto originario, nel capitolo 21 dopo il versetto 38 del vangelo di Luca, vedremmo che era quello il suo contesto.
Ma come mai nessuna comunità ha voluto questo brano, addirittura per un secolo, e per cinque secoli questo brano di vangelo non è apparso nella liturgia (fino al ‘900) e, quindi, sono passati tanti anni? E perché non è stato commentato dai padri di lingua greca?
Ebbene, abbiamo la testimonianza preziosa di S. Agostino (quindi nel IV secolo) che scrive: “Per timore di concedere alle loro mogli l’impunità di peccare, tolgono (i componenti delle comunità cristiane) dai loro codici (cioè dal testo del vangelo) il gesto di indulgenza che il Signore compì verso l’adultera, come se colui che disse “d’ora in poi non peccare più” avesse concesso il permesso di peccare”. Quindi erano gli uomini, i mariti, che non volevano questo brano perché l’indulgenza di Gesù verso la donna adultera sembrava mettesse in pericolo la loro famiglia, la loro unità coniugale.
Ma leggiamo questo brano importante che, ripeto, anche se oggi si trova nel vangelo di Giovanni, in realtà è di Luca – infatti il linguaggio usato è rapportabile a Luca -.
“Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino, letteralmente all’alba. È importante quest’indicazione temporale … si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui”. Ogni volta che il popolo va verso Gesù e Gesù tenta di liberare, di far crescere, di far maturare il popolo, ecco subito la reazione delle autorità religiose. Loro vogliono sottomettere il popolo, non renderlo indipendente.
Infatti, “gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio”. Sappiamo che è l’alba, quindi, probabilmente avevano spiato questa situazione. “La posero in mezzo e gli dissero: ‘Maestro…”. E questa è l’ipocrisia delle persone religiose: non vogliono apprendere da Gesù, vogliono solo ingannarlo, vogliono condannarlo. “questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa.” Ecco il disprezzo per questa creatura.
Tu che ne dici?”. Dal fatto che la pena richiesta sia la lapidazione, si comprende che questa donna è nella prima fase del matrimonio. Il matrimonio in Israele avveniva in due tempi: il primo, quando la ragazza aveva dodici anni e il maschio diciotto, era la fase chiamata lo sposalizio, un anno dopo cominciava la convivenza e questa seconda fase erano le nozze.
Se la donna avesse commesso adulterio nella prima fase, quella dello sposalizio, sarebbe stata lapidata. Se, al contrario, l’adulterio fosse stato commesso nella seconda fase, sarebbe stata strozzata. Il fatto che chiedono per questa ragazzina la lapidazione, significa che è tra i dodici e i tredici anni.
Tu che ne dici?». È una trappola. Gesù, comunque risponda, si dà la zappa sui piedi. Perché se dice: “Bene ubbidiamo alla legge divina”, tutto questo popolo che ha seguito Gesù perché ha sentito in lui un afflato diverso, ha sentito l’eco dell’amore e della misericordia di Dio, rimane deluso e lo lascia. Se al contrario Gesù dice: “No, non lapidiamola” e siamo nel tempio, ci sono le guardie e Gesù può essere arrestato perché contravviene alla legge divina, la legge di Mosè.
Infatti l’evangelista commenta: “Dicevano questo per metterlo alla prova (…)”: letteralmente “tentarlo”; è il verbo che l’evangelista adopera per il diavolo e quindi, questi zelanti difensori della tradizione e dell’ortodossia in realtà, per l’evangelista, non sono altro che strumenti del diavolo “(…) e per avere motivo di accusarlo”. L’evangelista è feroce: le autorità religiose svolgono l’azione del diavolo. Chi è il diavolo? Colui che tenta, colui che accusa.
“Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”. Quale può essere il significato di questo silenzio di Gesù e l’azione dello scrivere? È probabilmente un rimando al profeta Geremia, capitolo 17, versetto 13, dove si legge: “Saranno scritti nella terra, nella polvere, quanti hanno abbandonato il Signore”. È la denuncia di Gesù: questi zelanti difensori dell’ortodossia, della tradizione, queste persone tanto religiose, in realtà hanno abbandonato il Signore perché covano sentimenti di odio, covano sentimenti di morte.
Nella prima lettera di Giovanni si dirà poi bene: “Chi non ama rimane nella morte”.Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: ‘Chi di voi è senza peccato, getti per primo una pietra contro di lei’”. Non si tratta, come a volte vediamo nelle immagini o nei film, della gente che prende la pietra e la lancia. La prima pietra era quella che lanciavano i testimoni dell’accusa, era un masso che doveva pesare circa 50 Kg, e veniva gettato sulla donna che era stata calata in una fossa, e in pratica era la pietra che la uccideva.
Quindi Gesù dice “Chi è senza peccato esegua la sentenza di morte”. “E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”. Il termine adoperato dall’evangelista non vuole indicare tanto “i vecchi, gli anziani”, ma il termine greco è “presbitero”, cioè coloro che sono i componenti del sinedrio, quelli che giudicavano. Il sinedrio era il massimo organo giuridico di Israele, composto dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dai presbiteri. Sono quelli che giudicavano, sono questi che se ne vanno.
“Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo”. Il finale è carico di grande tenerezza: “Allora Gesù si alzò e le disse: ’Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed ella rispose: ‘Nessuno, Signore’”.
Gesù si rivolge con grande rispetto a questa donna. “E Gesù disse – Gesù è l’unico in cui non c’è peccato, l’unico che poteva condannarla, scagliare la prima pietra e poteva rimproverarla, ma non la rimprovera e dice: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.
Gesù non perdona la donna, perché la donna è già perdonata da Dio, ma le comunica la forza per tornare a vivere. Gesù non scaglia su questa donna la pietra che la schiaccia, ma le offre la sua parola perché l’aiuti a continuare a vivere.