Padre Tonino Falaguasta Nyabenda

 

Ci stiamo avvicinando a grandi passi alla Settimana Santa. La Pasqua è ormai vicina! La prima lettura, tratta dal secondo libro di Isaia (VI secolo prima di Cristo), ci suggerisce di avere speranza e fiducia, perché Dio che ha compiuto il primo miracolo, creando un passaggio a secco nelle acque del Mar Rosso, è certamente capace di compierne un altro. Questa volta attraverso il deserto, per permettere il ritorno degli esuli a Gerusalemme. Guardiamo avanti, dunque, e abbiamo la sicurezza che il Signore ci aiuta e ci indica la strada giusta per ciascuno di noi, per la storia e per la vita dei popoli.

Il Vangelo infatti, con la storia della donna colta in flagrante adulterio, ci obbliga a superare la morale della legge per capire che, in Gesù, la misericordia di Dio si manifesta pienamente. “Misera et misericordia” (= la povera peccatrice e la misericordia, nella persona di Gesù) ha scritto sant’Agostino (354-430) a proposito di questo brano, sottolineandone la conclusione che nessuno si aspettava. Anche Papa Francesco ha ripreso l’espressione, dandola come titolo alla sua Lettera Apostolica, pubblicata il 21 novembre 2016, alla chiusura del Giubileo straordinario della Misericordia.

Avviciniamoci pure noi allora alla mensa della Parola, in questa ultima Domenica di Quaresima. Anche l’Apostolo Paolo, scrivendo ai Cristiani di Filippi, ci invita a cercare solo la conoscenza di Gesù, perché tutto il resto non ha importanza (Filippesi 3, 8). Ma se Gesù rappresenta per noi l’unico vero Rabbi (= maestro) e l’unico Signore e Salvatore (= Cristo), accettiamo con fede il titolo del Vangelo di Marco, che dice: “Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Marco 1, 1).

Il Vangelo di oggi (Giovanni 8, 1-11) è una perla preziosa, un testo di una grandezza immensa, una finestra aperta nel cuore stesso di Dio. Possiamo cercare nel Corano (libro sacro per i Musulmani) o in qualsiasi altro libro di un’altra religione, una pagina come questa. Non c’è. Lo diceva già Giovanni Papini (1881-1956), celebre scrittore italiano, nel suo libro “Storia di Cristo”, manifestando la sua ammirazione per un Gesù che non si presenta come Giudice, ma come icona della misericordia di Dio.

Il brano del Vangelo di oggi (Giovanni 8, 1-11), secondo la maggior parte degli specialisti, non appartiene al quarto Vangelo, ma bensì a quello di Luca. Starebbe molto bene alla fine del capitolo 21. Ma questa “perla preziosa” ci è stata donata per correggere il nostro modo di giudicare e per approfondire la nostra responsabilità di persone, che ascoltano la loro coscienza.

Portano da Gesù una donna colta in flagrante adulterio. Ma come? Erano presenti al fatto e quindi complici? Oppure hanno spiato con malizia i frequentatori, per arrivare al momento opportuno, e cioè all’alba (Giovanni 8, 2)? In qualunque modo l’atteggiamento dei giudici è disdicevole. L’adulterio però era punito con la lapidazione (Deuteronomio 22, 20-24). A partire dal V secolo si poteva procedere anche alla condanna a morte per strangolamento. Nella mia vita missionaria ho conosciuto lo zio di un mio seminarista Max Goly, a Bangui (RCA). Aveva agito nelle prigioni del dittatore Jean-Bedel Bokassa (1921-1998) come “boia”. Mi spiegava come faceva fuori le vittime, infilandone la testa dentro un sacco e stringendo il collo con una corda. Io guardavo le sue mani grosse e forti e mi venivano i brividi. Ne ha ammazzate così un centinaio…

La sorte di questa povera donna era veramente decisa. La Legge parlava chiaro e i rappresentanti della Religione ufficiale non avevano dubbi. Ma Gesù si mise a scrivere per terra. Siamo nel cortile del tempio, che era un immenso lastricato di marmi bianchi e celesti. E’ chiaro il riferimento al profeta Geremia: “I nomi di chi si allontana da Dio sono scritti nella polvere” (Geremia 17, 13). Ma bisogna soprattutto guardare al “dito” di Gesù, che scrive. La Scrittura fu scritta dal dito di Dio (Deuteronomio 9, 10), su tavole di pietra, dice la Bibbia. E la Scrittura è la comunicazione di Dio con il suo popolo. Questo Dio, poi, è un amante della vita, e non disprezza nessuna delle sue creature. Egli ha compassione di tutti e non si blocca sul peccato dell’uomo, ma aspetta il suo pentimento (Sapienza 11, 2326). Certo la Scrittura denuncia il male. Gesù, in questo caso, riconosce il peccato della donna adultera e colloca questa condanna nel giudizio della Bibbia. Leggendo la Genesi (Genesi 1, 27), apprendiamo che Dio ha creato l’uomo e la donna, che, nel matrimonio, formano “una persona nuova”, chiamata coppia, che così diventa immagine di Dio. In questa visione, l’adulterio è un assassinio di questo “corpo”, perché, sostituendone metà, uccide l’altra metà e la coppia originale quindi non esiste più. Per questo la Scrittura applica la legge del taglione (Esodo 21, 23-25).

Gesù salva la donna e la protegge dai moralismi di chi, in forza della Legge, la osserva, ma in pubblico. In privato però siamo “sepolcri imbiancati” (Matteo 23, 27). Il Signore invece, anche con il suo silenzio, ripete con forza quanto ha già proclamato nel Vangelo di Luca: “Ipocrita! Togli prima la trave che è nel tuo occhio” (Luca 6, 42). Poi raddrizzandosi, da chinato che era, Gesù scaglia una frase che colpisce chiunque, meglio di una freccia acuminata: “Chi di voi è senza peccato, per primo getti su di lei la pietra!” (Giovanni 8, 7). Vien voglia di pensare al profeta Daniele e al suo intervento per salvare la casta Susanna (Daniele 13, 1-64). Ma Susanna era innocente, questa donna invece ha peccato. Con questa frase Gesù ci invita a riflettere e a indagare nel più profondo della nostra coscienza. Ci si accorgerà allora del male che si nasconde nel cuore di ciascuno di noi e quindi di aver bisogno di perdono e di misericordia. In questo modo scopriamo anche chi è veramente Gesù, mandato dal Padre non per giudicare o per condannare, ma per assolvere e salvare il Mondo (Giovanni 3, 17).

Allora, dice il Vangelo, tutti se ne andarono, cominciando dai più vecchi, cioè da coloro che erano i personaggi più ragguardevoli del Sinedrio. Nessuno è rimasto per condannare. No! Uno solo è rimasto e sta davanti alla donna adultera: è Gesù, che è il Giusto, che la giustifica, dicendo: “Neppure io ti condanno, va’ e da ora in poi non peccare più!” (Giovanni 8, 11). Questa donna peccatrice riceve il perdono che le fa capire di essere amata. E quindi la rende “giusta”.

Noi pure, sperimentando l’amore del Giusto Gesù, che ci purifica, siamo invitati ad amare come siamo amati. Dice infatti l’Apostolo Paolo: “Pieno compimento della Legge è l’amore” (Romani 13, 10).

San Daniele Comboni (1831-1881) ha voluto riassumere la vita del Missionario con poche parole, ma grandemente efficaci, come scriveva a p. Giuseppe Sembianti, superiore del suo seminario di Verona, da El-Obeid (Sudan), il 20 aprile del 1881: “La vita del Missionario è carità… La Missione ardua come la nostra non può vivere con soggetti dal collo torto, pieni di egoismi e privi di santità!”.

P. Tonino Falaguasta Nyabenda