Padre Vincenzo Percassi

 

Ancora un invito alla conversione da parte di Gesù che prende spunto dal fatto che alcuni gli raccontano che Pilato ha sparso il sangue di Giudei proprio mentre offrono a Dio i loro sacrifici. Gesù, per nulla turbato, rincara la dose e richiama l’incidente di una torre che crolla addosso a 18 persone. Quindi mette in discussione il nostro modo di pensare e quindi di interpretare i fatti della vita o le circostanze storiche. Non pensate che chi muore tragicamente sia peccatore o colpevole più di altri, che cioè non pensate che nei fatti della vita c’è un “giudizio” di Dio. Nei fatti della vita c’è un’opera, un’azione, potremmo dire un continuo lavoro da parte di Dio che cerca di rendere ogni cosa e in particolare ogni vita fruttuosa piuttosto che sterile. Per questo, nel Vangelo Gesù racconta una parabola in cui un padrone esigente si lascia “convertire” alla pazienza da uno strano operaio, preoccupato più del frutto di un albero non suo che della propria fatica e del proprio salario. Con essa Gesù ci ricorda che dandoci tempo, Dio ci dona la sua grazia. Le circostanze della vita che ci piombano addosso improvvisamente, allora non sono una lezione per quelli che le subiscono. Esse possono invece servire da ammonimento per chi le osserva proprio perché possono richiamarci ad una verità profonda: che il tempo è grazia. Ogni istante è grazia e quindi può essere vissuto per convertirsi, per farsi accoglienti all’opera di Dio nella nostra vita. Oppure può essere disprezzato, sprecato, trascurato, o semplicemente vissuto per noi stessi come se noi potessimo concludere qualcosa senza l’aiuto di Dio. In tal senso il pensiero della morte non è un pensiero morboso ma salvifico perché se ad ogni istante posso morire, ogni istante è importante per viverlo bene, perché sia fruttuoso cioè corrispondente alla volontà di Dio per noi che è quella di entrare in relazione con Lui, vivere da figli, vivere come creature amanti.
Quello che spesso succede invece è che viviamo la vita per estremi: o super-indaffarati, sempre di fretta, come se tutto dipendesse da noi; oppure annoiati, assonnati, pigri, come se il tempo non fosse prezioso. Oppure viviamo dispersi in mille voglie da soddisfare – lo sballo, le esperienze eccezionali, le vacanze speciali, vivere allegri e spensierati – o al contrario sempre lamentosi, mormoratori, scontenti. In ogni caso inconsapevoli del fatto che Dio vorrebbe fare un’opera meravigliosa con noi come l’ha fatta con Abramo, con Isacco, con Giacobbe. Se non ci convertiamo, se non accogliamo tutto, anche la nostra morte, come un dono di Dio moriremo tutti allo stesso modo: scontenti, ribelli, inconsapevoli. Per questo Paolo si richiama all’esperienza negativa degli israeliti nel deserto rivolgendosi non proprio ai deboli o a quelli che lottano per andare avanti ma a “quelli che credono di stare in piedi da soli”. Gli israeliti periti nel deserto non sono periti perché deboli o perché non aiutati. Tutti sono passati per il mar Rosso come Mosè. Eppure, son vissuti inconsapevoli o dimentichi del fatto che accanto a loro vi era una presenza amorevole che non desiderava altro che sostenerli. La bevanda, il cibo la roccia spirituale che li sosteneva era lo stesso Cristo che oggi risorto accompagna il nostro vivere. Una presenza vera ed efficace ma non misurabile secondo quelle aspettative umane che tendono sempre a tirare la volontà di Dio alla nostra perché possiamo mettercelo in tasca.
La conversione è l’invito a rispondere all’opera che Dio fa nella nostra vita accogliendo ogni istante della vita con la stessa “cura” e attenzione che Dio ha per essa affinché essa diventi fruttuosa. Non c’è niente da buttar via della nostra vita, nemmeno un istante, se quell’istante lo viviamo col desiderio che porti frutti di vita eterna. Cosa era la vita di Mose dopo la fuga dai fasti d’Egitto? Perduto in un angolo di deserto, pascolava il gregge di un altro. Eppure, Dio lo ha cercato. Anche Mose, tuttavia ha dovuto convertirsi, togliersi le scarpe per rendersi conto del fatto che laddove metteva i piedi non era uno spazio anonimo, ma il luogo di una presenza. E la prima missione che gli viene affidata è quella di riportare alla consapevolezza del popolo il fatto che esiste un Dio che si prende cura della vita di tutti e che non dimentica nessuno. Chiunque si prende cura della vita ad ogni istante – foss’anche una madre che addormenta il suo bambino – non fa meno di ciò che ha fatto Mosè rispondendo all’invito di Dio. Missione è anche questo: accogliere, custodire la vita e viverla con la consapevolezza che non stiamo in piedi da soli ma collaboriamo ad un disegno di amore più forte della morte.