Padre Alessio Geraci

A partire dal cuore …… 

In questa terza domenica di Quaresima, le letture proposte dalla liturgia ci aiutano a capire sempre meglio chi è il nostro Dio…

Nella prima lettura, il libro dell’Esodo ci presenta Mosè, mentre stava pascolando il gregge di suo suocero. Si tratta quindi di una scena di vita quotidiana. Ed è proprio nella vita quotidiana di Mosè che Dio irrompe. Perché il nostro Dio irrompe nella vita quotidiana di ognuno di noi… una vita fatta di gioie e di dolori, di sogni, di speranze e illusioni, di fallimenti e successi.

Conducendo il bestiame oltre il deserto, Mosè arriva al monte di Dio, l’Oreb, e lì avviene qualcosa di straordinario: in una fiamma di fuoco, dal mezzo di un roveto appare un angelo del Signore. Mosè si avvicina perché non riesce a spiegarsi perché il roveto ardeva ma non si consumava. Forse l’avremmo fatto anche noi, trovandoci davanti a un simile spettacolo. E mentre Mosè si avvicina, sente la voce di Dio…… la prima cosa da notare è che Dio chiama Mosè per nome. E per ognuno di noi oggi sapere che Dio ci chiama per nome in una società che ci ha abituato fin dall’infanzia a scuola a chiamarci per cognome… è davvero una benedizione. Dio conosce il nostro nome, lo pronuncia dolcemente, quasi sussurrandolo.

E a Mosè, Dio dice una cosa molto importante: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». Oggi il Signore Dio rivolge queste parole a ciascuno di noi, in questo tempo di guerra, in questo tempo di pandemia… a noi che nel cuore meditiamo la vendetta, a noi che non vogliamo perdonare, che non sappiamo amare, che vogliamo fare del male all’altro. A noi Dio dice oggi: togliti i sandali davanti all’altro, perché la vita dell’altro, dell’altra persona, è sacra. Perciò, prima di voler ferire qualcuno, con pensieri, parole, opere e omissioni, ricordiamoci sempre di questa Parola di Dio… «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!».

Dio si fa conoscere a Mosè come un Dio relazionale: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe»; è il Dio della storia, il Dio che entra nella storia per cambiarla. Ma soprattutto è il Dio che si rivela come Colui che è al fianco dell’umanità sofferente, degli uomini donne concreti, è il Dio coinvolto, “immerso” nella loro vita, nelle loro storie, perché è davvero interessato e preoccupato per la nostra vita, per la nostra storia. Davvero. Non come i politicanti di turno, che pensano solo alla guerra e a come arricchirsi meglio….

Si rivela quindi non come un Dio lontano, irraggiungibile, insensibile, inaccessibile… ma come un Dio sempre in ascolto del suo popolo, un Dio vicino, un Dio liberatore. Perché Dio ha visto l’oppressione del suo popolo in Egitto, ha ascoltato il suo grido di dolore per la situazione di oppressione che stava vivendo. Quello che è successo in Egitto in quei giorni sta ancora accadendo ora. E Dio continua ad essere totalmente e pienamente coinvolto con l’umanità, con gli uomini e le donne concreti, perché è un Dio che soffre, lotta, spera, gioisce con noi, un Dio che soffre per il dolore di ciascuno dei suoi figli, ancora più in questo tempo di pandemia e in ogni assurda folle guerra. In quei giorni in Egitto, Dio pianse lacrime amare mentre i suoi figli erano tristi, oppressi, ridotti in schiavitù. E continua a piangere lacrime amare ogni volta uno dei suoi figli non vive una vita dignitosa, una vita piena, in abbondanza, ogni volta che uno dei suoi figli non è felice, perché la vocazione primaria a cui Dio continua a chiamare ogni uomo e donna di ogni latitudine geografica e di ogni tempo storico è la vocazione alla felicità piena. Pertanto, Dio vede ciò che ci accade e non rimane indifferente. Ascolta il nostro pianto, quando abbiamo, per ragione diverse, il cuore spezzato. Non rimane insensibile alla nostra situazione di dolore, di disperazione. E agisce. Perché è un Dio che prende l’iniziativa: «Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Manda quindi Mosè a compiere questa liberazione. E invia ognuno di noi per la liberazione di tutti gli oppressi di oggi. È un Dio che vede, che ascolta, che sente, che agisce e che invia. E che ci invia. È un Dio che rivela il suo nome: «Io sono colui che sono!». Un nome misterioso, che ha sempre suscitato l’interesse di tutti gli studiosi biblici. Un nome che rivela qualcosa di molto importante: Dio è Colui che era, che è e che sarà. Era, è e sarà sempre al nostro fianco, sempre con noi, nella gioia e nel dolore. È Colui che potremmo definire il “sempre presente”, Colui che non abbandona mai, che non delude mai, che non tradisce mai. L’invito di oggi è quindi quello di provare nel nostro cuore sentimenti di profonda gratitudine per avere un Dio così nella nostra vita, ma anche un invito ad essere noi, come Dio, una presenza amica nella vita degli altri. E anche l’invito a non mormorare, a non “mugugnare”, come ci dirà Paolo nella seconda lettura scrivendo ai Corinzi; sappiamo benissimo che molte volte approfittiamo di ogni pretesto e occasione per mormorare contro Dio, perché crediamo o ci fanno credere, che Lui sia il “mandante” e il colpevole di tutte le cose brutte che ci accadono nella vita, compresa questa pandemia. Per nostra fortuna, non è così…e il salmo di questa domenica, ci invita a riconoscere Dio, come l’ha fatto il popolo d’Israele, a partire dall’esperienza: «Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore».

Chiediti oggi se il Dio in cui credi e speri, è il Dio misericordioso e compassionevole, che ti chiama per nome perché ti ama, o è il dio sempre pronto a minacciare castighi per ogni minimo errore commesso, il dio che ci siamo creati a nostra immagine e somiglianza?

È con la certezza che il nostro Dio è pura misericordia che “entriamo” nel Vangelo di questa domenica. L’evangelista Luca ci presenta un forte invito di Gesù alla conversione. Siamo a metà del nostro cammino quaresimale, ed è l’occasione propizia per chiederci se finora abbiamo davvero voluto camminare verso la conversione, essere persone nuove, rinnovate e rinnovatrici… essere persone solidali e veramente felici.

La guerra in Ucraina, le guerre “dimenticate” in tante parti del mondo, la pandemia che non accenna a terminare, catastrofi naturali, femminicidi, tragici incidenti…sfogliando i nostri giornali o guardando i telegiornali, ogni giorno le cronache ci mostrano quasi sempre notizie brutte. Nel Vangelo di questa domenica, Gesù, prende spunto dalla realtà, in particolare da due fatti tragici che gli vengono presentati e che a quel tempo avevano suscitato molto scalpore: una repressione dei soldati romani all’interno del tempio sfociata nel sangue, e diciotto vittime provocate dal crollo della torre di Siloe, a Gerusalemme. Chi presenta questi fatti di “cronaca” a Gesù, pensa forse che, queste persone morte così crudelmente sono un segno evidente: è il castigo di Dio per i loro peccati. Una visione che Gesù non condivide affatto ma che purtroppo è molto presente nel nostro immaginario collettivo e nelle nostre idee su Dio. Basti pensare a quante frasi del genere abbiamo ascoltato specialmente all’inizio della pandemia, sul castigo di Dio.

Gesù prova allora a fare capire a chi vede Dio come un tremendo castigatore, che Dio non permette le tragedie per punire le colpe, e allo stesso tempo che le persone morte in quelle circostanze non erano certo “peggiori” degli altri. Il punto di partenza è piuttosto chiaro: tutti siamo peccatori e quindi tutti abbiamo bisogno di conversione: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo», ci dice Gesù. Per farlo capire in maniera più chiara, Luca ci presenta una parabola di Gesù: un albero di fichi che non produce frutto, e il proprietario della vigna che non ha più pazienza e vuole tirarla fuori da lì perché occupa spazio inutilmente. Non ci suona familiare questa storia? Se la applichiamo alla nostra vita quotidiana, molte volte quest’albero che non produce frutti siamo noi. E siamo sempre noi, che spesso non abbiamo pazienza quando non vediamo frutti in noi stessi e negli altri. Ma il vignaiolo della parabola dice al proprietario della vigna: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire».

Dio sa bene che la conversione è un processo, per questo ha pazienza con noi. Molta pazienza. Quando la nostra pazienza e quella degli altri si è esaurita da tempo, Lui continua a darci una seconda, terza, quarta possibilità. Quando tutti, al primo errore, ci mostrano cartellino rosso e ci “cacciano” dal campo della loro vita, Dio continua a darci vita e speranza, e ci mostra che è veramente misericordioso e compassionevole. Nonostante le nostre belle promesse e i nostri impegni quaresimali, non vede frutti di conversione in noi, non vede opere di misericordia nella nostra vita… ma ha pazienza con noi: Dio è un inguaribile ottimista e ha fiducia in noi, spera sempre sempre che cambiamo, spera sempre che produciamo frutto. E quindi non ci “taglia”, non ci “sradica” dalla sua vigna. Tutti l’avrebbero fatto, e in effetti lo sperimentiamo nella nostra vita, al primo errore commesso veniamo abbandonati. Ma Dio no. Quando tutti ci abbandonano, Lui rimane. Perché è il nostro Dio. Perché è nostro Padre. Perché è Amore. E vuole che l’albero della nostra vita produca tanti frutti gustosi, tanti frutti di conversione: pace, riconciliazione sincera, empatia, solidarietà, fraternità, rispetto, tolleranza, inclusione, servizio, gratuità, speranza, amore, giustizia, vita. Chiediti allora se i frutti che stai producendo sono gustosi o acerbi; se dovessi mangiare i frutti che stai producendo…ti nutriresti o ti avveleneresti?

Se Dio ha pazienza con noi, chi siamo noi per non avere pazienza con noi stessi? Se Dio ha pazienza con tutti… chi siamo noi per non avere pazienza con gli altri? Se Dio ci perdona, chi siamo noi per non perdonare noi stessi? Per non perdonare gli altri?

Lavoriamo allora concretamente, per dare molto frutto.

Buona domenica!

Con la missione nel cuore
Padre Alessio Geraci